L’Ungheria di Magyar rompe con la Russia e torna in Europa. Ma energia e migranti restano i nodi da sciogliere.
Da BUDAPEST – Non è stato certo un fulmine a ciel sereno l’espulsione di dieci diplomatici russi da Budapest l’8 settembre scorso. Il motivo lo svela un post su Facebook col quale la ministra degli esteri Anita Orbán (omonima, non parente di Viktor) ha dichiarato che l’allontanamento è dovuto ad attività «inaccettabili» ed incompatibili con quanto recita la convenzione di Vienna. Il fatto è senza precedenti. Mai prima d’ora l’Ungheria aveva assunto posizioni così perentorie nei confronti di Mosca. Certo Budapest si è affrettata ad aggiungere che le espulsioni non equivalgono a una rottura delle relazioni diplomatiche e che il dialogo va mantenuto sulla base del rispetto reciproco e dell’osservanza delle norme diplomatiche. Ma ormai il guanto di sfida è stato lanciato e la Russia, attraverso la portavoce Maria Zakharova, ha promesso una risposta «dura e dolorosa».
Gli antefatti
L’episodio si inserisce in una dinamica che ha preso corpo negli ultimi giorni di agosto. Il 24 agosto la stessa ministra era stata ospite del programma Egyenes Beszéd (“Discorso diretto”) dell’emittente televisiva privata ATV, la principale rete indipendente ungherese. Durante l’intervista, traendo il bilancio dei primi cento giorni di governo Magyar, ha sostenuto: «Abbiamo rimesso il nostro biglietto da visita in Europa», tornando alle alleanze con Ue, Nato e con le cooperazioni regionali come il V4. Ha inoltre aggiunto che una politica estera di successo non può prescindere dalla sicurezza, dal prestigio internazionale, dalla cooperazione con i paesi vicini e dagli investimenti finanziari.
Il giorno dopo, il 25 agosto, in un documento del governo ungherese destinato all’ottantunesima assemblea generale delle Nazioni Unite, si legge che «il comportamento della Russia costituisce una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine globale, e mette in pericolo anche la minoranza ungherese che vive in Transcarpazia». Anche qui il fatto è senza precedenti: è infatti la prima volta che Budapest definisce ufficialmente la Russia una minaccia alla sicurezza determinando una rottura radicale con i sedici anni di governo Orbán. La Russia non ha risposto ufficialmente, ma il deputato della Duma di Stato Andrei Kolesnik, membro della Commissione Difesa, ha avvertito che le forniture di petrolio e gas dalla Russia all’Ungheria potrebbero ora essere a rischio.
È in atto una nuova politica estera?
Indubbiamente la nuova strategia di politica estera si presenta diversa da quella degli ultimi sedici anni. Il governo Magyar ha esplicitamente sottolineato, e in più di un’occasione, che il posto dell’Ungheria è nell’Ue e nella Nato, e che affermare gli interessi ungheresi rimane un principio fondamentale. Si punta a ripristinare la credibilità del paese nelle istituzioni euro-atlantiche e a ricostruire la cooperazione regionale, in particolare con la Polonia, prima visita ufficiale di Magyar all’estero lo scorso maggio.
In questo quadro la guerra russo-ucraina è una sfida in più da affrontare. Pur escludendo l’invio di armi e truppe ungheresi in Ucraina, l’Ungheria non vuole più basare il rapporto con la Russia su una dipendenza unilaterale. Come a dire che è tempo di modificare la partnership con Mosca. Ma come? Come può l’Ungheria smarcarsi dal gas e dal petrolio russo? Tra il 2021 e il 2025, la quota del gas russo nelle importazioni ungheresi è salita dal 60% al 90%, e quella del petrolio dal 61% al 93%. La questione energetica è dunque il nodo più difficile da sbrogliare.
La maggior parte del greggio arriva via il gasdotto Druzhba, e il gas attraverso contratti con Gazprom. Le centrali nucleari ungheresi dipendono fortemente da Rosatom, che sta costruendo reattori a Paks dal 2014. Ci si chiede se in queste condizioni si può porre fine alla dipendenza energetica e se questo sia un problema strutturale o di volontà politica. Le alternative, infatti, sono la pipeline Adria con la Croazia e una nuova pipeline con la Serbia: ma i rapporti con i due paesi sono complessi e non di facile gestione. Niente più diplomazia altalenante alla Orbán, dunque, per l’Ungheria, ma con Mosca sarà difficile mantenere la barra dritta.
L’altro nodo è la questione migranti. L’Ungheria ha ribadito il suo no netto e categorico al patto migratorio europeo e alle quote obbligatorie. Se un paese membro dovesse trovarsi sotto pressione migratoria, l’Ungheria supporterà con assistenza tecnica (leggi: invio di esperti e poliziotti) non con ricollocamenti obbligatori né con contributi finanziari. Sembra di sentire le parole di Orbán. Viktor, non Anita.
Foto: eunews.it
East Journal Quotidiano di politica internazionale
