SERBIA: Siamo stati ai funerali di Mladić, cronaca di un passato che non si vuole seppellire

DA BELGRADO. Già alle nove di mattina la fermata del bus 23, quello che deve condurmi alla chiesa di San Luca, è un brulicare fitto di gente vestita di nero. Man mano che mi avvicino alla pensilina vedo comparire sulle t-shirt immagini del generale Ratko Mladić, spille, tatuaggi, bandiere serbe ovunque. Alcuni dei presenti arrivano da lontano, sono poco pratici della città e consultano Google Maps con l’aria di chi, pur non sapendo orientarsi, sa di essere nel posto giusto.

Qualcosa di pesante opprime la città, lo si avverte, è palpabile. In una Belgrado blindatissima Ratko Mladić torna a essere – per una parte della Serbia – il generale, l’eroe, il patriota da glorificare con gli alti onori nell’ultimo addio. Per i suoi seguaci, in fondo, non ha mai smesso di esserlo: per loro Mladić non è mai stato un genocida né un criminale di guerra, non è mai nemmeno stato l’uomo che il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha ritenuto responsabile per il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Le t-shirt, le bandiere, gli slogan urlati in coro dai presenti servono a ribadire solennemente il contrario: Mladić è il loro generale, l’eroe della Serbia, un martire. I pochi non vestiti di nero indossano maglie militari e pantaloni mimetici, per rendergli omaggio nella sua ultima battaglia: quella di chi, trapassando, deve difendere ciò che ha lasciato. Un’eredità orrenda.

La bara è esposta nella chiesa di San Luca, a Košutnjak, dalle sette del mattino. La cerimonia religiosa è a mezzogiorno ma al mio arrivo la grande area circostante è già completamente gremita. Secondo le fonti filo-governative ci sono almeno ottomila persone, ma sembrano molte di più (alcuni sostengono se ne contassero almeno il doppio). Arrivano pullman da tutta la Serbia e dalla Republika Srpska, ci stringiamo sfruttando ogni centimetro disponibile. Gomito a gomito con i sostenitori del boia di Srebrenica sono ossessionato dal pensiero che i presenti possano considerarmi uno di loro.

Un mare nero circonda la chiesa creando un’atmosfera straniante, come se quella strana naturalezza con cui il passato viene riportato nel presente fosse normalità, quotidianità, in una città, Belgrado, dove la memoria della guerra continua a essere uno dei terreni più fertili dello scontro. Vedo centinaia di giovanissimi e bambini con bandierine e magliette del generale e mi ostino a non voler credere che un’altra generazione possa essere perduta. Ma la realtà mi si pone davanti agli occhi, agghiacciante.

Una funzione religiosa, una questione politica

A mezzogiorno il patriarca Porfirije inizia a officiare la funzione. La sua presenza è uno degli elementi più significativi della giornata poiché porta in grembo un messaggio inequivocabile: la Chiesa ortodossa serba prende le redini del funerale diventandone il centro simbolico. Porfirije guida l’opelo, mentre la bara è affiancata da un picchetto d’onore militare. Quando parla il patriarca le migliaia di presenti si ammutoliscono completamente e tutti ascoltano in un silenzio surreale: nel suo discorso Porfirije insiste sul dolore, sulla morte e sulla necessità della preghiera. “Quel che conta è il giudizio di Dio, non di un tribunale”, dice.

Il linguaggio della liturgia assume sempre più un peso politico, e credo che questa fosse la volontà neanche troppo intima del patriarca, che parla di Mladić come di un uomo, anzi, dell’Uomo che ha attraversato la storia della Serbia. A questo punto la spiritualità non c’entra più, o meglio, finisce col sovrapporsi alla dimensione nazionale e a quella istituzionale del rito. Il punto non sono solo le parole pronunciate dal patriarca, ma ciò che la sua presenza rende possibile e legittima. Mladić viene celebrato con una cerimonia pubblica e nazionale senza che il suo nome venga “separato” da quello della Serbia. Un destino comune, inscindibile, e per tutti i presenti, provvidenziale.

Sui maxi-schermi posizionati su ogni lato della chiesa scorrono le immagini della funzione: la bara di Mladić è ricoperta da una bandiera serba, su cui poggiano a loro volta il suo berretto da alto ufficiale e le onorificenze militari. Come se non fosse già tutto abbastanza chiaro, la processione per baciare la bara sancisce irrevocabilmente la natura dell’evento: è la glorificazione di un criminale, la celebrazione pubblica di un genocida, l’estasi allucinata di migliaia di nazionalisti che salutano il loro eroe per l’ultima volta. Tra i canti religiosi e la gente accalcata si fa largo una consapevolezza: il funerale sta ribadendo ufficialmente quale memoria questa parte di Serbia vuole portare nel proprio futuro.

La presenza della politica

E il presidente Aleksandar Vučić? Non c’era, ha mandato il figlio Danilo a fare gli onori di famiglia. Il presidente infatti non ha “potuto” partecipare al funerale perché impegnato nella visita ufficiale del presidente uzbeko Mirziyoyev, programmata da tempo. La sua assenza non cancella però la presenza di esponenti del governo: alla cerimonia partecipano il Ministro della giustizia Nenad Vujić, il Ministro della cultura Nikola Selaković e il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Darko Glišić.

La distanza di Vučić è formale, pura strategia. Pur non avendo organizzato personalmente il funerale, ha garantito che si svolgesse secondo i desideri della famiglia, seguendo così una mossa politica che ribadisce il suo usuale doppiogiochismo: da una parte può evitare la responsabilità di una celebrazione controversa, dall’altra lascia che lo stato ne garantisca lo svolgimento e che esponenti del governo vi prendano parte. In altre parole: resta abbastanza vicino da non alienarsi una parte del proprio elettorato e al contempo abbastanza lontano da non compromettere del tutto i rapporti con Bruxelles.

Ma la reazione dell’UE è stata durissima. La commissaria all’Allargamento Marta Kos ha cancellato la visita in Serbia, mentre Ursula von der Leyen e António Costa hanno definito scioccanti le immagini della cerimonia. Per Bruxelles è inaccettabile che un paese candidato all’adesione europea celebri pubblicamente un uomo condannato per genocidio e crimini di guerra.

Un funerale che non chiude nulla

Finita la funzione, la salma procede lentamente verso il cimitero, tra due ali di folla. In migliaia cantano all’unisono: “grazie alla mamma per aver partorito un eroe che ha riportato la gloria al popolo serbo”. La salma di Mladić è stata sepolta al cimitero di Topčider, accanto alla figlia Ana, morta suicida nel 1994 mentre il padre insanguinava la ex Jugoslavia con la pulizia etnica.

Di fronte alle immagini raccapriccianti del rito funebre, accalcato nel mezzo di questa follia collettiva, sento qualcosa di ancora più raccapricciante diventare consapevolezza: questa non è la fine, la storia del generale non termina con la sua sepoltura. Mladić è più vivo che mai, a godersi l’eredità che ha lasciato in un paese che non sa ancora scegliere come raccontare il proprio passato. Mladic è morto, ma il suo mito sopravvive. E con lui torna una domanda che i Balcani non hanno mai smesso di porsi: quanto può essere lunga la vita di una guerra, quando la guerra è finita da trent’anni?

Foto: Paolo Garatti

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

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