Migliaia di persone si sono riunite a Belgrado ieri, lunedì 7 settembre, per i funerali di Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco passato alla storia come il ‘boia di Srebrenica’ morto il 27 agosto all’età di 84 anni mentre scontava una condanna all’ergastolo all’Aia. Mladić è stato condannato nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, la cui sentenza è stata confermata in appello nel 2021.
Considerato uno dei principali responsabili dell’assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica del 1995, oltre che di innumerevoli altri orrori che hanno reso la guerra nei Balcani negli anni ’90 il periodo più buio della storia recente europea, Mladić è ancora visto da una parte consistente della società serba come un eroe nazionale e un difensore dei serbi durante le guerre jugoslave. Infatti, proprio grazie a questo sostegno diffuso e ad un clima di protezione, il suo arresto era avvenuto in Serbia solo nel 2011, dopo 26 anni di latitanza.
I funerali
Subito dopo la sua morte, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić aveva dichiarato che sarebbe stato ricevuto in Serbia con i massimi onori di stato, lasciando presagire il carattere fortemente pubblico e propagandistico che il funerale avrebbe assunto. Il corpo di Mladić è stato riportato in Serbia a bordo di un aereo governativo e il feretro, avvolto nella bandiera serba, è stato trasportato da militari in uniforme.
Il funerale svoltosi lunedì con gli onori militari ha visto la partecipazione di migliaia di persone, che si sono radunate alla chiesa di San Luca, dove la bara è stata esposta al pubblico. Tra queste, vi erano tre ministri del governo serbo, i leader della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, incluso Milorad Dodik, mentre la liturgia è stata guidata dal Patriarca Porfirije, massima autorità della Chiesa Ortodossa Serba. Anche l’ambasciatore della Russia ha partecipato alla cerimonia.
Nonostante il presidente Aleksandar Vučić non abbia partecipato all’evento, il supporto delle istituzioni è stato evidente. Molti partecipanti sono arrivati da tutta la Serbia, ma anche dalla Bosnia Erzegovina e dal Montenegro, a bordo di bus organizzati, e diversi aspetti logistici sono stati forniti dal Comune di Belgrado.
La glorificazione
Il funerale è stato il culmine di un processo di glorificazione che ha coinvolto ampi strati della società serba e serbo-bosniaca, non solo quelli politici, militari e religiosi. Bandiere, magliette e graffiti raffiguranti Mladić e contenenti messaggi nazionalisti si sono diffusi in tutto il paese
La Stella Rossa di Belgrado, uno dei club più popolari della Serbia, è stata al centro delle polemiche dopo che sia il club attraverso i propri account social, sia i tifosi attraverso coreografie e striscioni, hanno glorificato Mladić. Nel weekend, si è giocato anche il sentitissimo derby di Belgrado tra Stella Rossa e Partizan, partita spesso caratterizzata da scontri tra le tifoserie avversarie, che si è invece caratterizzato per un comune omaggio all’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, con coreografie che rimandavano ai crimini commessi e addirittura un minuto di silenzio.
Le reazioni
Le celebrazioni hanno provocato una dura reazione da parte dell’intera comunità internazionale e dell’Unione europea. Il portavoce dell’UE ha affermato che la glorificazione dei criminali di guerra, la negazione del genocidio e il revisionismo sono incompatibili con i valori europei e non possono trovare posto né nell’Unione né nei Paesi candidati. Anche la commissaria europea per l’Allargamento, Marta Kos, ha reagito duramente, cancellando una visita ufficiale in Serbia. Secondo Kos, la glorificazione legata alla morte di Mladić è incompatibile con il percorso europeo della Serbia, che deve necessariamente comprendere un confronto con il passato, una vera riconciliazione e il rispetto delle vittime dei crimini di guerra.
Critiche sono arrivate inevitabilmente dai paesi vicini. In Croazia, il primo ministro Andrej Plenković ha condannato la celebrazione di Mladić e ha sostenuto che la Serbia non abbia ancora compiuto una vera riflessione sul proprio ruolo nelle guerre degli anni Novanta. In Bosnia, il Ministro degli Esteri Elmedin Konaković ha annunciato l’invio di lettere di protesta a Stati Uniti, Gran Bretagna e UE, nonché il ritiro del personale diplomatico dall’ambasciata di Bosnia a Belgrado.
In risposta, il presidente Vučić, che ha abilmente evitato di presenziare le cerimonie, a differenza del figlio, ha respinto ed etichettato come “stupide” le critiche dell’UE, rivendicando il diritto dei cittadini serbi di partecipare alle commemorazioni.
A trent’anni dalla fine della guerra in Bosnia, il continuo fallimento della Serbia nel riconoscere gli orrori del passato e la retorica fortemente nazionalista che è intrinseca in una parte consistente della società, rischiano di diventare ancora di più un nuovo ostacolo nel già difficile percorso della Serbia verso l’Unione europea. Tuttavia, bisognerà vedere se le dichiarazioni di condanna delle autorità europee saranno seguite da azioni concrete.
Fonte: Balkan Insight
East Journal Quotidiano di politica internazionale
