Nel 1730 l’ufficiale svedese Johann von Strahlenberg pose fine a un’annosa questione: la linea di cesura tra l’Europa e l’Asia esisteva, ed era tracciata dai monti Urali. A rivendicare l’idea fu però il coevo storico russo Vasilij Nikitič Tatiščev, al quale piacque molto poter collocare il cuore storico della Russia saldamente in Europa, facendo dell’Asia un’area di colonizzazione. Gli altri confini del suo Paese, a sud, sarebbero stati un tratto di Mar Caspio e un’altra catena montuosa, il Caucaso. «Il problema di questa versione – scrive brillantemente Paul Richardson – è che i monti Urali e la catena del Caucaso risultano separati da un fastidioso vuoto di quasi mille chilometri, solo in parte riempito dal fiume Ural». Può un fiume separare due continenti? Sì, se consideriamo che la geografia è in larga misura una costruzione umana, come spiega lo stesso Richardson in Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia (Marsilio, ora anche nella collana Universale Economica Feltrinelli; trad. it. di Nausikaa Angelotti e Daniela M. Rossi). La scelta di un titolo italiano più accattivante oscura, almeno in parte, la messa a fuoco originaria sulla costruzione del mito (l’originale inglese è Myths of Geography: Eight Ways We Get the World Wrong), nel senso che è la costruzione di miti, appunto, a impedirci di capire davvero il mondo; il punto è che quelle mitopoiesi rispondono a esigenze lontane dalla ricerca della verità: dalla semplice necessità di semplificare il mondo fino a quella di giustificare una brutale egemonia.
Dalla lettura del libro si esce con gli strumenti per mettere in crisi le spiegazioni che riportano tutto al determinismo geografico. Richardson rimette in discussione anche miti come i confini, la sovranità e le nazioni: l’intelligenza della sua critica sta nell’intento di «sfatarli», non di negarli; i confini, la sovranità e le nazioni esistono eccome, e per loro sono state sacrificate vite su vite; il punto è capire che si tratta di costruzioni umane, dunque correggibili. Considerare quelle costruzioni umane degli eventi naturali porta a fraintendimenti che sono l’anticamera di molte sciagure. Nel libro si parla molto di Gran Bretagna (e dell’illusione di recuperare il controllo con la Brexit che, al contrario, ne ha ridisegnato al ribasso il potere negoziale); ma anche di Cina e della Belt and Road Initiative, interpretabile come una strategia di smaltimento della sovrapproduzione e messa in sicurezza delle reti commerciali cinesi.
C’è poi una parte sulla Russia, compresa quella di Vladimir Putin, che sarebbe piaciuta all’amico Giovanni Catelli, che aveva fatto del determinismo geografico un acerrimo nemico: tra i miti sfatati da Richardson c’è quello della necessaria espansione del Paese verso i mari temperati, per evitare il ghiaccio. La Russia, infatti, dispone già di un porto, Murmansk, che grazie alla Corrente del Golfo ha un accesso tutto l’anno sgombro di ghiaccio sull’Oceano Atlantico; e alcuni episodi storici – in particolare, la rinuncia a Port Arthur in Manciuria o alla base militare di Cam Ranh in Vietnam – dimostrano come quel mito, tutto geopolitico (basato sulle teorie di fine Ottocento di Alfred Mahan), non sia stato una priorità nel corso della storia russa.
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