Le opacità intorno alla rimozione
La rimozione di Mychajlo Fedorov dalla guida del ministero della Difesa ucraino, decisa dal presidente Volodymyr Zelens’kyj nel luglio 2026 dopo appena sei mesi dall’insediamento, ha aperto una delle più significative crisi politiche interne dall’inizio dell’invasione russa. La destituzione è arrivata al termine di crescenti tensioni con la leadership militare incarnata nella figura del generale Oleksandr Syrs’kyj, anch’egli successivamente rimosso. La rimozione di Fedorov è stata agevolata Davyd Arakhamia, personaggio opaco della politica ucraina, capogruppo del partito di Zelens’kyj in parlamento e accusato da Fedorov di corruzione. Arakhamia fa parte del cerchio magico presidenziale, come Andrij Jermak, produttore cinematografico messo a capo dell’ufficio di Zelens’kyj finché, nel dicembre 2025, è stato travolto da un’inchiesta giudiziaria e la sua casa è stata perquisita da agenti anticorruzione. Fonti giornalistiche ucraine sostengono che dietro la rimozione di Fedorov ci siano proprio Arakhamia e Jermak. Le opacità intorno all’amministrazione Zelens’kyj continuano.
Le proteste e la sfida politica
Fedorov si era costruito una reputazione come esponente della modernizzazione tecnologica delle forze armate, in particolare sul fronte dei droni e dell’innovazione digitale. La sua uscita dal governo ha prodotto una serie di manifestazioni in diverse città ucraine, mostrando che la popolarità dell’ex ministro andava oltre la sua esperienza istituzionale, intercettando una crescente domanda di rinnovamento politico. Le manifestazioni in Ucraina sono vietate dalla legge marziale, e questo aiuta a comprendere l’importanza delle proteste contro la rimozione di Fedorov che, alla fine, deve essersi montato la testa: la piazza era tutto fuorché rappresentativa – in pratica, semplificando tanto, rappresentava coloro che con la guerra rischiano di meno – e non aveva forza sufficiente per imporsi. Malgrado ciò, Fedorov ha provato a usare la piazza per lanciare una sfida politica più ampia, chiedendo lo svolgimento di elezioni presidenziali anche durante la guerra e denunciando una «crisi sistemica» della governance ucraina, facendo emergere così le sue ambizioni. Ciò ha indebolito il movimento nato in sua difesa.
Chi c’è dietro Fedorov
Andando ancora più in profondità, occorre chiedersi chi c’è dietro Fedorov o, meglio, quali settori della società e dell’economia abbiano visto in lui il rappresentante per i propri interessi. A guardare con simpatia a Fedorov ci sono anzitutto l’ambiente finanziario e il settore dell’industrial tech (che unisce l’ingegneria manifatturiera tradizionale all’innovazione digitale avanzata) che dalla guerra ha ottenuto importanti guadagni e influenze (basti pensare alla produzione di droni, in cui l’Ucraina è giunta a primeggiare): è lecito ritenere che questi ambienti vorrebbe una fetta più grande rispetto a quella che viene lasciata dall’attuale amministrazione. Inoltre, Fedorov è un buon cavallo di battaglia per quella parte del mondo politico-industriale (i cosiddetti “oligarchi”, da Achmetov in giù) stanchi di tenere la testa bassa davanti a Zelens’kyj.
Dopo la sortita infruttuosa, Fedorov si trova costretto a rinviare la battaglia politica sine die. A seconda di come finirà la guerra, spazi politici si apriranno o chiuderanno, e non è detto che ci sarà un’altra occasione per lui.
Il pallone sgonfiato
Così, dopo la sua uscita dal governo ucraino, Mychajlo Fedorov ha trovato un nuovo ruolo proprio in Italia, accettando l’incarico di consigliere per l’innovazione nella Difesa del ministro Guido Crosetto. L’interesse italiano è rivolto proprio a costruire una partnership strategica con l’industria della defence tech che Fedorov si porta appresso. Soprattutto, essendo Crosetto un lobbista dell’industria degli armamenti, la relazione con Fedorov promette affari d’oro nell’acquisto di droni – con soldi pubblici italiani, presumibilmente. Inoltre, Fedorov ha stretto forti legami con le principali multinazionali della Silicon Valley e della difesa tecnologica, e coordina il cluster tecnologico Brave1, un incubatore che unisce startup ucraine e aziende internazionali per lo sviluppo rapido di droni, robotica militare e contromisure elettroniche. Insomma, se le ambizioni politiche di Fedorov si sono sgonfiate rapidamente, egli ha saputo riciclarsi come lobbista. Buon per lui, per carità, ma la sua vicenda conferma una volta ancora come la classe dirigente ucraina – che si trova a gestire una guerra dai risvolti globali, e dalle ricadute imprevedibili – non sia fatta esattamente da dei De Gasperi o dei Churchill, come a volte piace illuderci.
East Journal Quotidiano di politica internazionale
