Cechia

CECHIA: Scontro totale tra governo e presidenza della repubblica

Prima la crisi di Ankara, poi il braccio di ferro in materia finanziaria. In Cechia il cortocircuito istituzionale è sempre più evidente.

Storia di un amore mai sbocciato. A Praga e dintorni l’estate politica è stata attraversata da una lotta senza esclusione di colpi tra il Primo ministro Andrej Babis e il capo dello Stato Petr Pavel, indipendente sulla carta, legato di fatto al governo precedente. Se si trattasse di un match pugilistico, si potrebbe dire che il presidente si è aggiudicato la prima ripresa, mentre il premier si è riscattato nella seconda. Una situazione di stallo quindi, su cui tra poche settimane gli elettori saranno chiamati ad esprimersi.

Due politiche estere?

Fin dall’inizio della nuova legislatura, uno dei temi di confronto più delicati è stata la postura internazionale della Cechia, avanguardia del campo euro-atlantico nella visione di Pavel, sovranista ed euroscettica in quella di Babis. Ma se fino a due mesi fa l’eco della contrapposizione usciva raramente dai confini nazionali, lo scontro che si è consumato intorno al vertice NATO di Ankara lo ha fatto rimbalzare in tutto il mondo. Il governo infatti aveva tentato di superare quella che si è rivelata una linea rossa: l’esclusione del presidente dalla spedizione nella capitale turca, e quindi l’interruzione di una prassi istituzionale in vigore da sempre.

Pavel aveva presentato ricorso alla Corte Costituzionale, la quale si era espressa in suo favore, ammettendolo d’imperio al grande appuntamento del 7-8 luglio. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Ad Ankara presidente e primo ministro hanno partecipato al vertice come due estranei, con voli, appuntamenti e delegazioni distinte, senza quasi mai incrociarsi ed evitando accuratamente ogni domanda in merito. Ciò che i media internazionali hanno riportato in quelle due giornate è stato fonte di imbarazzo per l’immagine internazionale del paese.

Solo dopo diverse settimane i protagonisti sono tornati sull’argomento. Il 25 agosto a Praga, in occasione del tradizionale incontro con gli ambasciatori cechi, Pavel ha mostrato un atteggiamento parzialmente conciliante; si è detto disposto a negoziare, a cercare un compromesso per il bene comune, senza accettare passivamente l’idea che il paese abbia due politiche estere. Più fredde invece le reazioni da parte governativa, su tutte quella del ministro degli Esteri Petr Macinka, secondo cui la politica estera ceca può essere solo quella determinata dall’esecutivo.

Il veto di Pavel

Dagli affari internazionali a quelli domestici. Lo scorso 26 agosto il parlamento ceco ha chiuso a favore del governo l’iter del nuovo emendamento sul bilancio nazionale. Grazie a questa norma l’esecutivo si riserverà, per motivi di sicurezza non ben specificati, la possibilità di aumentare la spesa pubblica stabilita dalle camere fino al 10% del totale. Concretamente si sbloccheranno circa 200 miliardi di corone ceche, che alla conclusione dell’esercizio finanziario verranno esentate dal calcolo del deficit dello Stato.

Babis ha giustificato la misura con la necessità di realizzare, nel minor tempo possibile, infrastrutture e servizi nel campo della logistica, della sanità e dell’energia, fondamentali per il paese in una fase storica di grande instabilità. Molto diversa era stata però l’interpretazione di Pavel (così come dei partiti di opposizione), il quale aveva visto nella norma un potenziale pericolo per il controllo della spesa pubblica, ma anche per la stessa separazione dei poteri. Da qui la decisione, maturata alla fine di luglio, di porre il veto sul testo di legge, dopo una prima approvazione parlamentare.

Il presidente aveva chiarito la sua scelta in un post pubblico su X, senza risparmiare critiche al governo sia sull’indebitamento senza regole, sia sulla noncuranza delle sue conseguenze a lungo termine. Con la replica del premier poi i toni si erano inaspriti ulteriormente: Babis aveva accusato Pavel di negare ai cechi salute e sicurezza, e di agire come un leader dell’opposizione.

L’atto del veto, nonostante il valore simbolico, non pare sufficiente a spigare l’antagonismo tra i due. Nella breve storia della Cechia indipendente, infatti, Pavel è stato il presidente ad utilizzare meno questa prerogativa (solo tre volte), più frequente, fra gli altri, nei mandati di Vaclav Havel e di Vaclav Klaus, il primatista in questa particolare classifica con oltre 60 interventi. Sul rapporto tra i due pesano le ampie divergenze di vedute, ma soprattutto la campagna presidenziale condotta da avversari nel 2023 e vinta dall’attuale capo dello Stato.

Nonostante l’impegno però, Pavel alla fine si è dovuto piegare al voto in seconda battuta della Camera Bassa, che ha dato il via libera definitivo alla legge della discordia.

La parola agli elettori

Dopo mesi di schermaglie, nel prossimo autunno il duello tra le due figure più carismatiche della politica ceca potrebbe prendere una direzione più netta. Il 9-10 ottobre i cittadini, a un anno esatto di distanza dalle ultime elezioni politiche, saranno chiamati di nuovo ad esprimersi nelle consultazioni municipali, valide anche per la nomina di 27 nuovi membri del Senato.

Sarà il primo vero test di gradimento per il governo Babis, ma un utile responso anche nei confronti dell’opposizione, i cui partiti hanno vissuto finora all’ombra del presidente.

 

Immagine tratta da TVP world

 

Chi è Enrico Brutti

Si è laureato in Storia all'Università degli studi di Padova

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