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RUSSIA: Minori uccisi da un drone ucraino a Krasnodar

Nonostante il titolo, questo non è un articolo di cronaca. Tuttavia, partiamo dai fatti, e il fatto è presto detto: un drone ucraino ha colpito nella notte tra il 23 e il 24 agosto un istituto educativo privato a Krasnodar, nella Russia meridionale, che ospitava ragazzini e bambini di diverse età. A seguito dell’attacco, sono rimasti uccisi tre adolescenti di 13, 15 e 16 anni, mentre altri sette minori sono rimasti feriti dalle schegge e dai detriti sollevati dall’esplosione. La notizia, riportata da Reuters, è stata diffusa dalla Commissaria dei Diritti dei minori russa, Marija L’vova-Belova.

Avevo voglia di scrivere un articolo su quei ragazzini, sulla loro morte. La guerra uccide innocenti, ed è questo che me la rende odiosa. E quando uccide bambini o ragazzini, si rivela in tutta la sua insensatezza. E non ci deve interessare la nazionalità dei morti, quando sono civili inermi. Non ci deve interessare se appartengono al popolo aggredito o aggressore, e non ci deve interessare se chi uccide sventola la bandiera amica o nemica. Non ci deve interessare il numero delle vittime, anche una soltanto è un insopportabile crimine, perché non si misura la barbarie dal numero di teschi. Avrei avuto voglia di scrivere un articolo così, ma non l’ho fatto. Il motivo? Quella guerra è un gioco, qui da noi. Una partita cui noi assistiamo – emozionati o indifferenti – al lancio di dadi, e in caso di pareggio vince chi difende. Un gioco, con tifosi accaniti ambo le parti. E in questo gioco, sarei finito squartato come quei poveracci cui legavano gambe e braccia a cavalli lanciati nelle direzioni opposte. Nooo, no no, non ho voglia di finire così. Meglio tacere. Un tale disse che non c’è peggior censura dell’autocensura.

Eppure non manca il pedigree, articoli e libri scritti che dicono chi sei, cosa pensi. Ma non conta. La storia personale non conta. Ogni articolo è ricominciare da zero. Ogni articolo richiede una tale quantità di premesse, argomentazioni, giustificazioni e dichiarazioni di parte, da rendere infine impossibile trattare il fatto nudo. Per farlo, avrei prima dovuto ricordare che su Marija L’vova-Belova pende un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aja con l’accusa di essere responsabile della deportazione illegale di bambini dall’Ucraina alla Russia durante l’invasione. Avrei poi dovuto ricordare i contestuali bombardamenti russi, e le decine di vittime civili che mietono ogni giorno. Avrei potuto – per pararmi bene le chiappette – ricordare come sono avvenute le deportazioni di minori. Ma alla fine non avrei potuto dedicare che poche righe a quelle vite di ragazzini ammazzati.

Non possiamo negare che esista una narrativa dominante, e qualche controcanto altrettanto stucchevole. Discostarsi da questi due poli è pericoloso: perdi credibilità, perdi amici, e nel giornalismo sono due beni irrinunciabili. Quanti ponti occorre bruciare dietro di sé per arrivare a scrivere un articolo sui ragazzini russi ammazzati dal drone ucraino sapendo quale shitstorm ti attende? Ditemi voi, vale la pena? E se questo pensiero lo faccio io, che non ho niente da perdere, cosa penseranno i più giovani collaboratori di questo o altro giornale? Ci sono dottorati da prendere, contratti da rinnovare, e non si può mica rischiare: se qualcuno ti dice filorusso, sei finito.

Mi chiedo se durante la precedente guerra europea, quella jugoslava, c’era lo stesso grado di pressione. Se le vittime civili serbe erano “meno importanti” di quelle bosniache, se si era costretti ogni volta a mettere le mani avanti, a giustificarsi. Mi chiedo cosa possiamo fare noi qui, piccolini, piccini picciò, senza un soldo e senza un partito. Mi chiedo se tre ragazzini russi morti ammazzati hanno lo stesso valore di quelli ucraini. 

Salivo in montagna con la mia bicicletta, c’erano forti di guerra grande, ma a cosa è servito annettere o difendere territori? Tutto quel macello per cosa? Potrei salire sulla stessa montagna anche avesse un’altra bandiera in cima.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "La guerra di Indipendenza ucraina" (Morcelliana, 2025) e "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022). Tra le principali pubblicazioni in ambito giornalistico c'è "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022) e "Congo, maschere per una guerra" (Quintadicopertina editore, 2015). Dal 2023 è tra gli organizzatori di Estival, il festival dell'Europa centro-orientale di Trento.

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