In Ungheria una legge permette agli enti locali di decidere chi può stabilirvi residenza – una chiara misura che porta a discriminare i rom. Secondo il Difensore civico ungherese, va abrogata.
Antiziganismo tra le righe
La Legge sulla tutela dell’identità locale è entrata in vigore nel luglio 2025. Ha conferito ai comuni il potere di difendere il loro “diritto fondamentale all’autodeterminazione”, di agire contro “sviluppi sociali indesiderati” e di decidere chi può stabilirsi nel territorio e chi no. In nessun punto menziona i rom. Non era necessario.
A metà novembre 2025, erano già stati emanati oltre 130 decreti locali in base a questa legge. Alcuni imponevano ai nuovi residenti il pagamento di milioni di fiorini. Altri imponevano requisiti scolastici arbitrari. L’organizzazione ungherese per la difesa dei diritti civili TASZ ha ritenuto quasi tutti questi decreti gravemente discriminatori e chiaramente concepiti per tenere lontane le famiglie più povere, per lo più rom.
Al di là della neutralità di facciata, la legge è diventata un catalizzatore di pratiche discriminatorie sistemiche da parte delle amministrazioni locali. Talora, i sindaci hanno persino preteso il potere di rifiutare la vendita di un immobile a una famiglia dopo un colloquio con gli acquirenti, sulla base di valutazioni soggettive e arbitrarie. Altrove, i comuni hanno preteso il diritto di prelazione sulle proprietà in vendita.
Come denuncia TASZ, “da quando la legge è stata adottata, sono stati emanati decine di decreti di questo tipo, principalmente nelle regioni più povere del paese, a maggioranza rom, con formulazioni sostanzialmente identiche, che subordinano la residenza alla situazione finanziaria e al livello di istruzione.”
Legalizzata l’esclusione razziale in Europa
Secondo la giurista ungherese Angéla Kóczé tali norme volte a codificare l’appartenenza finiscono per legalizzare l’esclusione razziale in Europa. “Introducendo un’ampia discrezionalità nella gestione locale, tale legge consente l’esclusione su base razziale senza mai nominare esplicitamente la razza, trasformando il pregiudizio in politica attraverso mezzi apparentemente legali. Ne consegue la codificazione di una norma sociale razziale in una regola giuridica concepita per escludere i nuovi arrivati indesiderati e appartenenti a minoranze razziali.”
Kóczé ricorda il caso di Teresztenye, cittadina del nord-est ungherese, rimasta “gypsy-free“, come riportato dal media Szabad Európa nell’aprile 2025, proprio mentre il Parlamento ungherese adottava il 15° emendamento costituzionale che incardinava il diritto delle comunità locali all’autodeterminazione e all’autodifesa.
Come ricorda Kóczé, ancora nel 2015 le organizzazioni per i diritti umani e i singoli individui potevano ancora presentare denunce relative a violazioni del principio di parità di trattamento. Un decennio dopo, le istituzioni di garanzia sono state smantellate. A partire dal 2021, l’Autorità ungherese per la parità di trattamento (EBH) è stata abolita e le sue responsabilità sono state trasferite al Commissario per i diritti fondamentali.
“Quella che appare come una forma di governo locale è, in realtà, una subdola rinazionalizzazione della cittadinanza dal basso, che normalizza il diritto di escludere con il pretesto di preservare il patrimonio locale,” conclude Kóczé.
La battaglia della società civile contro la discriminazione dei rom
I rom sono la principale minoranza etnonazionale in Ungheria, e secondo le stime arrivano a contare l’8% della popolazione del paese danubiano, quasi 900.000 persone.
Nel settembre 2025, il Centro europeo per i diritti dei rom (ERRC) ha scritto alla Commissione europea definendo la legge ungherese come un quadro giuridico per la segregazione razziale, niente di meno che un apartheid mascherato. Non ha ancora ricevuto risposta.
Ora il Commissario ungherese per i diritti fondamentali ha condotto un’indagine e ha riscontrato diverse lacune nella legge, raccomandandone l’abrogazione e ricordando allo Stato che il suo dovere non è solo quello di evitare di violare i diritti, ma di creare le condizioni affinché le persone possano effettivamente esercitarli.
L’Ungheria ha un nuovo governo e una dichiarata intenzione di smantellare quanto messo in piedi dal precedente. Il presidente dell’ERRC, Đorđe Jovanović, ha indicato la prova più ovvia: abrogare questa legge sarebbe un modo rapido e concreto per Péter Magyar di dimostrare che la promessa di un Paese che appartiene a tutti i suoi cittadini ha un significato reale.
Nel 2026, in Europa, non c’è posto per una legge che traccia una linea intorno a una città e decide silenziosamente quali famiglie si trovano dalla parte sbagliata.
Foto: ERRC
East Journal Quotidiano di politica internazionale
