BOSNIA: La morte di Ratko Mladić e le ferite che non si rimarginano

È morto Ratko Mladić, il boia di Srebrenica. La sua morte chiude la parabola biografica di uno dei principali responsabili dei crimini commessi durante la guerra di Bosnia, ma non chiude la storia delle idee, delle paure e dei nazionalismi che lo hanno reso possibile.

La morte del macellaio di Srebrenica

La morte di Ratko Mladić, avvenuta il 27 agosto all’Aja mentre scontava l’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità, è la fine biologica di uno dei responsabili più spietati dell’orrore europeo degli anni novanta.

Il generale serbo-bosniaco era stato condannato per il genocidio di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono assassinati oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, per la persecuzione e l’espulsione delle popolazioni non serbe e per il terrore inflitto a Sarajevo durante il più lungo assedio della storia europea contemporanea. 

La sua morte chiude definitivamente una vicenda giudiziaria, ma non quella storica, politica e umana: il generale è morto, ma il suo mito sopravvive. E nei Balcani la memoria continua a essere come uno sputo, un campo di battaglia dove le ferite faticano a rimarginarsi.

I tanti volti di Mladić

Nella sua vita Mladić ha interpretato vari ruoli: è stato un generale, un comandante, un imputato, un latitante in fuga per sedici anni, un detenuto. Infine, un simbolo. E i simboli, a differenza degli uomini, non muoiono facilmente.

East Journal in questi anni ha raccontato molte volte il mondo dal quale Mladić è emerso e quello che ha lasciato dietro di sé. Rileggere oggi quei pezzi significa ribadire con forza una questione fondamentale: Srebrenica non fu un’improvvisa esplosione di barbarie in una terra martoriata (e secondo qualche propaganda “condannata”) all’odio etnico, ma fu il prodotto di una precisa costruzione politica, culturale e identitaria, una costruzione lunga e stratificata che la guerra portò alle sue conseguenze estreme e che oggi, di fronte alla morte del generale, riporta alla luce le domande eterne: come può una comunità trasformare la differenza in una minaccia? Come può l’identità diventare una macchina di esclusione?

Non “odio antico”, ma costruzione politica

Per molto (troppo?) tempo le guerre jugoslave sono state spiegate – e propagandate – attraverso il prisma degli “odi ancestrali”, una specie di scorciatoia che vuole i Balcani come il luogo del rancore interetnico per eccellenza, dove popoli diversi si odiano da secoli e periodicamente tornano a massacrarsi. Una lettura semplicistica che rischia di diventare cortocircuito, un’assoluzione della storia stessa: se l’odio è ancestrale, in qualche modo nessuno ne è responsabile. Ma non è così, perché c’è sempre qualcuno che l’odio lo costruisce, lo alimenta, lo organizza e, soprattutto, lo tramanda.

In un nostro articolo di qualche anno fa dedicato al problema delle nazioni e dei nazionalismi, analizzavamo come le identità nazionali non siano semplicemente realtà naturali e immutabili, ma costruzioni storiche, “comunità immaginate”, prodotti di processi politici, culturali e sociali. Questo è un passaggio fondamentale per comprendere la Bosnia degli anni Novanta: non esisteva una traiettoria inevitabile che conduceva dalla Sarajevo multietnica alle fosse comuni di Srebrenica, e questo perché la guerra, la pulizia etnica e il genocidio furono una scelta precisa. Mladić fu uno degli uomini, se non l’uomo per eccellenza, che trasformarono quella scelta in operazioni militari.

La sua morte ora ci pone di fronte ad un rischio: trasformarlo in un personaggio da relegare nel passato, il boia di Srebrenica che se ne è andato, il mostro che non può più uccidere e che, spegnendosi, si è portato via il peso più grande dell’orrore. Ma non è così: il fatto che l’orrore si sia concentrato in un individuo che ora non c’è più non ci deve spingere alla semplificazione, credendo cioè che la storia possa finalmente chiudersi solo perché è morto uno dei suoi protagonisti. Il suo mito infatti striscia, si insinua, continua a vivere.

La sopravvivenza del mito

Muore l’uomo e resta il suo mito, dunque. Un uomo dai tanti volti, si diceva. Ma che ruolo ha avuto Mladić?  Sicuramente è stato il prodotto più becero di un universo politico nel quale la nazione veniva trasformata in destino biologico e la religione diventava appartenenza nazionale. E dove la memoria storica si trasformava in un’arma che il generale sapeva maneggiare molto bene (spalleggiato dall’altro criminale di guerra, il teorico della pulizia etnica Radovan Karadžić).

In quest’ottica la fine della Jugoslavia non può essere ridotta ad una semplice quanto “naturale” (o ancestrale) incompatibilità dei suoi popoli, perché rischiamo di perdere di vista il nodo centrale: la fine della Jugoslavia fu anche il fallimento di un progetto politico dove trionfarono narrazioni concorrenti che trasformavano la convivenza in sospetto e il vicino in nemico. Ed è qui che Mladić diventa qualcosa di più di un generale: diventa il punto di arrivo di una radicalizzazione e, contemporaneamente, il punto di partenza di un mito.

Ancora oggi, in una parte dell’opinione pubblica serba e serbo-bosniaca, la sua figura non coincide con quella restituita dalle sentenze del tribunale dell’Aja. Per molti resta un comandante che difese il popolo serbo. Belgrado, Banja Luka e altre città sono letteralmente piene di murales che glorificano Mladić (East Journal ha raccontato qui di questa pericolosa opera di glorificazione dei criminali di guerra in Serbia e Republika Srpska). La giustizia internazionale ha effettivamente processato la persona Ratko Mladić, il generale, il boia, ma non ha potuto processare il suo mito. E il mito è più difficile da sconfiggere.

Tanto più quando lo stesso Ministro della giustizia serbo Nenad Vujić va in TV a dichiarare che Mladić sarà sepolto con i più alti onori di Stato, dal momento che “ciò che spetta al generale sarà rispettato”. Vujić ha aggiunto che la Serbia garantirà anche il trasporto della salma del criminale dall’Aia. Sono le stesse istituzioni a cavalcare l’abisso tra la verità stabilita dai tribunali internazionali e la memoria politica e nazionale serba. 

Srebrenica, Sarajevo e il nazionalismo

C’è un altro motivo per cui la morte di Mladić non può essere trattata come semplice necrologio: Srebrenica non è finita nel 1995, non è finita con gli Accordi di Dayton, con l’arresto di Mladić nel 2011 e la sua condanna all’ergastolo. Srebrenica continua nel tempo attraverso le famiglie, i corpi ritrovati, le identificazioni, i funerali a distanza di decenni.

La storia di Srebrenica è stata anche la storia interminabile delle salme senza nome e del lavoro necessario per restituire un’identità a chi era stato ucciso proprio perché appartenente a un’identità. Questa è forse la contraddizione più terribile del genocidio: prima si uccide qualcuno perché facente parte di un gruppo, poi occorrono decenni per restituirgli un nome. Mladić, invece, un nome lo ha sempre avuto, così come ha sempre avuto una voce, un volto, un’uniforme, dipinti e celebrati sui muri delle città da qualche fanatico per trasformarlo in un eroe.

Se negli anni Srebrenica è diventata il simbolo del genocidio, Sarajevo rappresenta da secoli qualcosa di diverso e insopportabile per i nazionalismi che distrussero la Jugoslavia: la via della convivenza. Oltre all’aspetto prettamente militare, l’assedio di Sarajevo fu anche la volontà di distruggere un’idea di città e di società. Ma Sarajevo non si piegò e resistette per anni sotto le bombe, i cecchini, la fame, l’isolamento e l’indifferenza del mondo. La morte di Mladić deve riportarci anche lì, nella Sarajevo assediata. 

La giustizia che non basta e la memoria selettiva

Il processo a Ratko Mladić è stato una delle grandi vicende della giustizia internazionale contemporanea. Dopo anni di latitanza, il suo arresto nel 2011 sembrò segnare la fine dell’impunità e la condanna del 2017, poi confermata in appello, stabilì in sede giudiziaria responsabilità che per molti sopravvissuti e familiari delle vittime erano evidenti da decenni. Ma giustizia e riconciliazione non coincidono, e nei Balcani questa lezione la conoscono molto bene.

Una sentenza può stabilire i fatti, riordinarli e riportarli alla luce, ma non può obbligare una società ad accettarli. Può individuare i responsabili senza però impedire che qualcuno li celebri, li omaggi e ne dipinga le “gesta” sui muri delle città. Infine, può condannare il genocidio, ma non ha la forza di eliminare il negazionismo. La giustizia da sola non basta, ha bisogno, ancora e sempre, della memoria.

La ex-Jugoslavia pullula di Spomenik, monumenti, anniversari, commemorazioni (spesso divisive, perché il calendario nei Balcani e in Bosnia in particolare non è quasi mai neutro). Memoria però non significa automaticamente riconciliazione; anzi, essa può addirittura diventare selettiva, spingendo a ricordare i propri morti e dimenticare quelli degli altri. Anche in questo contesto la figura di Mladić resta centrale, sia perché rappresenta la responsabilità individuale per crimini enormi, sia perché ci spinge a confrontarci con una domanda più scomoda: cosa accade a una società quando un criminale di guerra può essere trasformato in patriota?

Dopo Mladić

Ratko Mladić è morto, le vittime di Srebrenica no: nel senso più importante che possiamo attribuire alla memoria. Continuano a vivere nei nomi recuperati, nei resti identificati, nelle famiglie che hanno continuato a cercare i propri morti. Non è morto nemmeno il sistema di idee che ha reso possibile Mladić e Srebrenica. C’è ancora tantissimo da fare, sarebbe troppo facile ridurre la sua morte come la fine del “macellaio di Bosnia”. 

La sua scomparsa non ci libera dalla responsabilità di capire. E oggi, forse, non dovremmo pensare a quale necrologio meriti o non meriti Ratko Mladić, ma chiederci cosa vogliamo fare con la sua eredità, cercando di trovare una riposta alla domanda che Srebrenica continua a porre, e che non riguarda soltanto la Bosnia.

Foto: Darko Vojinovic/AP

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

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