La Jugoslavia nacque ufficialmente il 1° dicembre 1918, eppure l’idea di riunire in un’unica comunità gli Slavi del sud affonda le proprie radici all’inizio dell’Ottocento. Ripercorriamo la storia di questa idea.
Una premessa fondamentale
In questo viaggio è fondamentale tenere presente il concetto di jugoslavismo, magistralmente sviscerato dal prof. Egidio Ivetic nel suo “Jugoslavia sognata : lo jugoslavismo delle origini“, prestando al contempo attenzione a una trappola insidiosa: non dobbiamo parlare di jugoslavismo come se fosse stato, fin dall’inizio, un progetto politico unitario, perché non fu così.
Nel corso dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento esistettero infatti diversi jugoslavismi, talvolta complementari, talvolta profondamente in conflitto tra loro: c’era chi immaginava soprattutto una collaborazione culturale tra popoli fratelli, chi pensava a una federazione, chi vedeva nella Serbia il naturale centro di una futura unificazione. E c’era anche chi, pur condividendo l’idea di una solidarietà sud-slava, non era disposto a rinunciare alla propria identità croata, slovena o serba. È proprio questa pluralità a rendere la storia dello jugoslavismo davvero interessante.
Un’idea nata prima dello Stato
L’idea di una comune appartenenza degli slavi del sud si sviluppò nel XIX secolo, nel clima dei nazionalismi europei e delle rivoluzioni del 1848. In Croazia il movimento illirico aveva cercato di valorizzare la lingua e la cultura degli Slavi meridionali, immaginando una più stretta collaborazione fra popolazioni sottoposte in larga parte al dominio asburgico o ottomano. In questa prima fase lo jugoslavismo fu soprattutto un progetto culturale: lingua, letteratura, storia e istruzione erano gli strumenti attraverso cui costruire una coscienza comune.
Ma nei Balcani cultura e politica sono spesso destinate a fondersi, e fu così che la progressiva crisi dell’Impero ottomano e la crescita dei nazionalismi trasformarono rapidamente la questione. Nel 1878 il Congresso di Berlino riconobbe l’indipendenza della Serbia e del Montenegro e affidò all’Austria-Ungheria l’amministrazione della Bosnia Erzegovina. Decisione destinata ad avere conseguenze enormi.
La Bosnia: epicentro della questione
La Bosnia Erzegovina era un territorio particolarmente complesso: qui convivevano – e tuttora convivono – popolazioni musulmane, ortodosse e cattoliche, accomunate dalla lingua ma divise da appartenenze religiose, storiche e politiche.
Per l’Austria-Ungheria la Bosnia rappresentava un territorio strategico da controllare e modernizzare. Per parte del nazionalismo serbo rappresentava uno spazio intimamente legato alla propria idea di nazione. Per gli jugoslavisti poteva diventare qualcosa di ancora diverso: uno dei luoghi nei quali dimostrare la possibilità di una comunità politica dei popoli jugoslavi. La Bosnia, insomma, non era soltanto una provincia contesa, era diventata un simbolo, destinata a custodire una delle chiavi per comprendere la storia successiva della Jugoslavia.
Il 1903: la Serbia cambia direzione
Nel 1903 un colpo di Stato militare pose fine alla dinastia degli Obrenović e riportò sul trono la dinastia Karađorđević. La Serbia modificò progressivamente il proprio orientamento internazionale e assunse un ruolo più deciso nella questione jugoslava, diventando per Vienna una costante fonte di preoccupazione.
Il problema non era soltanto il possibile espansionismo territoriale serbo: era anche la capacità della Serbia di esercitare un’attrazione politica e culturale sugli slavi meridionali della monarchia. La Serbia poteva diventare, per usare un’espressione assai famosa all’epoca, il “Piemonte” degli Slavi del sud. Ma un’analogia di questo genere nascondeva già un problema fondamentale: chi avrebbe guidato la futura unificazione? La Serbia? Una federazione di popoli? Una comunità culturale senza uno stato unitario? La questione era tutt’altro che risolta.
Il 1908: quando l’idea diventa una questione europea
Il 6 ottobre 1908 l’Austria-Ungheria annunciò l’annessione della Bosnia Erzegovina, che amministrava dal 1878, scatenando la durissima reazione della Serbia. Anche la Russia protestò, ma non era nelle condizioni di affrontare militarmente Vienna, mentre la Germania sostenne l’Austria-Ungheria. Sebbene la crisi si concluse senza una guerra, le conseguenze furono profonde: per molti ambienti serbi e sudslavi il 1908 rappresentò una sconfitta della diplomazia, e la Bosnia sembrava essere stata definitivamente sottratta alla possibilità di una futura unificazione.
Fu allora che lo jugoslavismo iniziò a cambiare natura: da progetto prevalentemente culturale diventò sempre più un progetto politico. Una nuova generazione di studenti e intellettuali iniziò a considerare la questione nazionale con strumenti diversi da quelli delle generazioni precedenti. Nelle università e nelle associazioni culturali circolavano idee nazionaliste, socialiste, anarchiche e jugoslaviste. Non esisteva una sola “Giovane Bosnia“, così come non esisteva un solo jugoslavismo. Esisteva piuttosto una galassia di giovani che consideravano l’ordine politico imposto dall’Austria-Ungheria incompatibile con il futuro dei popoli jugoslavi.
Da Sarajevo alla guerra
Sei anni dopo, il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip uccise a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando. L’attentato non può e non deve essere separato dal clima politico creatosi negli anni precedenti, ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarlo il risultato inevitabile di una storia già scritta.
La guerra nacque infatti dall’intreccio di molte crisi: l’alleanza fra le grandi potenze, il militarismo, le rivalità imperiali, i nazionalismi e la crisi dell’ordine europeo. Nella manualistica storica delle scuole italiane appare spesso l’espressione, ormai celebre, che vuole Sarajevo come la “scintilla”, la “goccia che fece traboccare il vaso”. Sì, Sarajevo fu forse la scintilla, ma non fu l’intero incendio.
Per la questione jugoslava, tuttavia, il 1914 aprì una fase completamente nuova: la guerra offrì infatti l’occasione per trasformare l’idea di unità degli jugoslavi in un progetto diplomatico concreto.
La Jugoslavia prima della Jugoslavia
Nel 1914 il governo serbo iniziò a presentare l’unificazione dei serbi, croati e sloveni come uno degli obiettivi politici della guerra. Nel frattempo, fuori dai territori controllati dalla monarchia, esponenti croati, sloveni e dalmati formarono il Comitato Jugoslavo, guidato da Ante Trumbić.
Ma Serbia e Comitato Jugoslavo non immaginavano necessariamente la stessa Jugoslavia: per Belgrado la Serbia costituiva uno stato già esistente, dotato di esercito, monarchia e riconoscimento internazionale. Per molti esponenti croati e sloveni l’obiettivo era invece costruire uno stato comune nel quale le diverse componenti avessero una posizione paritaria. La differenza è fondamentale: la nascita della Jugoslavia non fu la semplice realizzazione di un progetto condiviso, ma fu anche un compromesso.
La Dichiarazione di Corfù del 1917 cercò di conciliare le diverse posizioni, ma lasciò aperte questioni decisive: quanto sarebbe stato centralizzato il nuovo Stato? Quale sarebbe stato il rapporto tra le sue diverse regioni? Quanto peso avrebbe avuto la Serbia? Le risposte sarebbero arrivate soltanto dopo la fine della guerra.
Il 1918: nasce uno Stato, non una soluzione
Il crollo dell’Austria-Ungheria nell’autunno del 1918 accelerò improvvisamente gli eventi. Il 1° dicembre nacque il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Dopo decenni di discussioni, guerre e progetti culturali, gli Jugoslavi disponevano finalmente di uno stato comune. Eppure si trovarono in qualche modo di fronte a un paradosso: la nascita della Jugoslavia non risolse la questione jugoslava, ma la trasformò. Il problema non era più se gli Slavi del sud dovessero vivere in uno stesso stato, ma come dovessero vivere insieme.
Il conflitto fra centralismo e federalismo, fra una concezione unitaria della nazione e il riconoscimento delle diverse tradizioni storiche, era già presente nel momento stesso della nascita del nuovo regno. La Jugoslavia del 1918 fu dunque contemporaneamente il compimento e l’inizio di un processo. Compimento, perché realizzava l’idea di una comunità politica degli Slavi meridionali. Inizio, perché costringeva quell’idea a confrontarsi con la realtà del potere, delle istituzioni, dei confini e delle identità.
Una domanda ancora aperta
Forse il modo migliore per comprendere lo jugoslavismo è smettere di considerarlo come un progetto destinato a sfociare nella Jugoslavia del 1918. La storia avrebbe potuto prendere altre strade: una riforma federale dell’Austria-Ungheria era stata immaginata da diversi ambienti; la Serbia avrebbe potuto perseguire un progetto più propriamente nazionale; i diversi movimenti croati, sloveni e serbi avrebbero potuto trovare soluzioni differenti.
La Jugoslavia fu il risultato di una possibilità storica che, in determinate circostanze, divenne realtà, ed è forse questo il punto più interessante. Lo jugoslavismo fu sì la storia di un’idea che riuscì a diventare uno stato, ma fu anche la storia di un’idea che, nel momento in cui diventò stato, scoprì quanto fosse difficile trasformare una comunità culturale immaginata in una comunità politica reale.
Oltre a indagare sul perché nacque la Jugoslavia, la domanda che realmente dobbiamo porci è: quale Jugoslavia immaginavano coloro che contribuirono a farla nascere? Trovare la risposta a questa domanda significa comprendere il 1918 e buona parte della successiva storia jugoslava.
Perché la Jugoslavia avrebbe continuato a nascere, crollare e rinascere ancora: fino a quando, il 6 aprile 1941, l’Operazione Castigo ne avrebbe sancito la fine come stato unitario, aprendo però la strada alla sua più inattesa reincarnazione, quella federale e socialista di Tito. E forse è proprio qui il paradosso finale dello jugoslavismo: un’idea che non smise di sopravvivere nemmeno quando lo stato che l’aveva incarnata venne letteralmente fatto a pezzi. E Sarajevo, la città dalla quale nel 1914 era partita la crisi che avrebbe contribuito alla nascita del primo stato jugoslavo, sarebbe tornata alla fine del novecento a essere il simbolo più tragico della sua dissoluzione.
Foto: uniquemaps.eu
East Journal Quotidiano di politica internazionale
