Sabato 29 agosto, i cittadini islandesi votano in un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’UE, sospesi nel 2013.
“Il voto riguarda l’ottenimento di un mandato negoziale“, ha affermato la premier Kristrún Frostadóttir al Parlamento nazionale a maggio. “Raggiungeremo un buon accordo. Il popolo avrà la prima parola e l’ultima”.
Le relazioni frastagliate tra Reykjavik e Bruxelles
Il rapporto tra Islanda e Unione europea è stato tutt’altro che lineare. L’isola sub-artica ha presentato domanda di adesione nel 2009, in seguito a una profonda crisi finanziaria. I negoziati furono poi sospesi quando una coalizione euroscettica di centrodestra riprese il potere nel 2013, dopo la ripresa economica e durante lo stallo dei negoziati sulla delicata questione della pesca. Due anni dopo, il governo islandese comunicò a Bruxelles che l’Islanda non avrebbe dovuto più essere considerata un paese candidato. Una nuova inversione di rotta è arrivata nel 2024, con l’insediamento di un governo di centrosinistra filo-europeo. L’accordo di coalizione prevedeva un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione entro il 2027.
Il fattore Trump
Da allora, importanti sviluppi geopolitici hanno ridisegnato il panorama internazionale, con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha minacciato di annettere la Groenlandia – a volte scambiandola per l’Islanda – e l’Artico che è diventato un punto nevralgico per i minerali delle terre rare e nuove rotte commerciali.
Il neo-ambasciatore statunitense a Reykjavik, William Long, ha affermato che l’Islanda sarebbe diventata il 52° stato degli Stati Uniti e che lui ne sarebbe stato il governatore. Nonostante le scuse – scherzava, dice – migliaia di islandesi hanno firmato una petizione per chiedere alle autorità di respingere la sua nomina.
“Il sistema internazionale in cui abbiamo vissuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sta vacillando“, ha affermato la ministra degli esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir in un rapporto di inizio 2026, aggiungendo che una maggiore cooperazione con l’UE è fondamentale per salvaguardare gli interessi dell’Islanda, nonostante il paese sia già membro della NATO.
“Non possiamo più fidarci degli Stati Uniti“, ha affermato ad AFP Hildur Knútsdóttir, scrittrice di romanzi horror che intende votare a favore. “Trump non scherzava sulla Groenlandia. C’era molta paura qui in Islanda perché se si prenderà la Groenlandia con la forza, saremo i prossimi”.
La questione della pesca
Timori trumpiani a parte, la campagna referendaria è rimasta incentrata su questioni economiche, e il risultato rimane incerto.
Come in passato, tema centrale è quello della pesca, settore che produce il 40% delle esportazioni islandesi, con un forte impatto simbolico sulla sovranità e l’identità nazionale. La principale federazione islandese del settore della pesca, la SFS, ha affermato che la politica comune della pesca dell’UE, che stabilisce i limiti di cattura e le quote di pesca tra gli Stati membri, priverebbe l’Islanda “del potere di agire come Stato costiero indipendente”.
La ministra Gunnarsdóttir è fiduciosa di portare a casa un’esenzione per la pesca islandese alle regole UE. “Siamo una superpotenza in materia di pesca. Non firmeremo alcun accordo che non sottolinei la nostra sovranità e il pieno controllo delle nostre risorse ittiche”. Ma gli operatori del settore sono scettici. “Vedremo pescherecci europei qui in Islanda“, ha affermato Einar Sigurdsson, a capo della compagnia di pesca Isfelag.
Come andrà a finire
I mensili sondaggi di Gallup e Maskína continuano a registrare il sì in vantaggio sul no, 52% a 48%. Tra i partiti di governo, si sono espressi a favore socialdemocratici e liberali (Viðreisn), mentre il Partito Popolare è per il no. Contrari sono anche tutti i partiti di opposizione (Indipendenza, Centro, Progressisti, Socialisti, e Sinistra Verde), mentre i Pirati non si sono espressi. L’affluenza alle urne potrebbe risultare decisiva, in un paese di soli 400.000 abitanti.
L’Islanda ha già chiuso in passato 11 dei 33 capitoli negoziali, e il processo d’adesione si potrebbe concludere entro un paio d’anni, dato che il Paese è già profondamente integrato nello Spazio Economico Europeo e nell’area Schengen. Le eventuali richieste di Reykjavik di esenzioni sul settore della pesca potrebbero tuttavia sollevare opposizioni o richieste analoghe da parte di altri paesi costieri come l’Irlanda.
La Commissione europea ha fatto dell’allargamento una priorità politica, e la decisione dell’Islanda di riprendere i negoziati di adesione darebbe un gradito impulso all’allargamento UE, aggiungendo equilibrio geografico ed economico alla lista dei paesi in via d’adesione (Montenegro in testa) e rendendo forse il processo di ratifica dei trattati d’adesione più accettabile per gli Stati membri più scettici.
Un voto contrario, benché formalmente senza conseguenze sullo status quo, darebbe un segnale negativo riguardo alla capacità dell’UE di attrarre anche paesi più ricchi e finora rimasti ai suoi margini, in una regione strategica come quella artica. A livello interno, inoltre, rimetterebbe in ghiacciaia la questione dell’adesione dell’Islanda all’UE per i prossimi decenni.
Foto: Halldor Kolbeins/AFP
East Journal Quotidiano di politica internazionale
