SERBIA: Il caso della compagnia energetica NIS, tra interessi russi e americani

In Serbia, l’accordo per la vendita delle quote russe della compagnia energetica NIS all’ungherese MOL è ancora in bilico. Il ritardo nella sua conclusione sembra avere più a che fare con le strategie di Russia e Stati Uniti che con la volontà di Belgrado.

All’inizio di quest’anno, la notizia che la compagnia ungherese MOL si sarebbe impegnata a comprare le quote russe della compagnia energetica NIS aveva dato un breve sospiro di sollievo al governo di Belgrado. Tale accordo avrebbe difatti evitato le sanzioni contro NIS, prospettate dall’OFAC, l’agenzia del Dipartimento del Tesoro americano, già nel gennaio 2025. Il provvedimento è dovuto al fatto che il 56,15% delle quote della compagnia serba è di proprietà dei colossi energetici russi Gazprom e Gazprom Neft.

I passi compiuti

L’applicazione delle sanzioni era stata ritardata fino al 9 ottobre 2025, giorno in cui le deroghe del governo americano sono finite e Belgrado si è trovata costretta a trovare in tempi rapidi una società che acquisisse le quote russe. A gennaio 2026 si era fatta avanti l’ungherese MOL e la ministra serba dell’Energia Dubravka Đedović Handanović aveva dichiarato che l’accordo finale sarebbe stato firmato entro marzo.

Nel corso delle trattative ci sono stati alcuni momenti di stallo, soprattutto a causa di divergenze sulla gestione della raffineria di Pančevo. A maggio era stata accantonata una proposta di MOL che non soddisfava le esigenze del governo in termini di quantità di greggio raffinato. A giugno si era arrivati ad un accordo sul tema, sottoscritto anche dal governo americano, che aveva nel frattempo consentito l’estensione delle licenze a NIS e rimandato l’applicazione di sanzioni.

A luglio, le trattative per la cessione delle quote russe non si sono ancora concluse e la ministra serba dell’Energia ha dichiarato che gli Stati Uniti probabilmente concederanno ancora deroghe all’introduzione di sanzioni. La situazione appare però delicata e le sanzioni rischiano di essere introdotte dall’amministrazione americana a partire dal 31 luglio.

La posizione di Mosca

Inizialmente, media e analisti avevano pronosticato un potenziale ritardo nella conclusione delle trattative per via dell’elezione di Petar Magyar a primo ministro dell’Ungheria, per via di un possibile cambio di rotta nei rapporti con la Serbia in chiave anti-Orbán. Nonostante Magyar, le negoziazioni sono proseguite e a giugno era stato firmato un accordo preliminare tra azionisti ungheresi e serbi.

Secondo gli analisti intervistati da Detektor.ba, sarebbe invece la Russia a temporeggiare sulla conclusione dell’accordo. Varie opinioni convergono nell’affermare che Mosca starebbe prendendo solo tempo, senza un’intenzione concreta di vendere le proprie quote. L’accordo non sarebbe difatti conveniente alla Russia al momento, in quanto anche se vendesse le proprie quote, non potrebbe avere accesso al denaro se non dopo la revoca delle sanzioni internazionali sul paese. Vendendo le sue quote di NIS, inoltre, Mosca si priverebbe di uno strumento importante di influenza nella regione, sia in Serbia che in Bosnia, lasciando il campo fin troppo aperto ai suoi avversari, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Gli interessi americani

Un elemento da considerare è che con il secondo mandato di Donald Trump, le linee guida dell’approccio americano alla regione sono cambiate; l’analisi del think tank Atlantic Council sul report dell’amministrazione americana evidenzia come l’impegno nella regione risulta guidato meno da ambizioni di “nation-building” o dal focus sul rispetto dei valori liberal-democratici, ma più da una visione strategica legata alla sicurezza, all’energia e alle infrastrutture volta a controbilanciare l’influenza cinese e russa nel Sud-Est europeo. In particolare, è l’energia il settore strategico su cui gli USA stanno puntando, anche a costo di entrare in contrasto con i partner europei – come ha dimostrato il caso della Bosnia.

Qui, la società AAFS, legata alla famiglia Trump, ha recentemente avuto il via libera per la costruzione di un gasdotto, il Southern Interconnection Pipeline, che dovrebbe collegare la Bosnia a un terminale di gas naturale in Croazia. Il gasdotto dovrebbe diminuire la dipendenza dal gas russo della Bosnia, ma l’UE lo ha criticato per la modalità poco trasparente con cui è stato aggiudicato dall’azienda americana, creata nel 2025 e senza alcuna comprovata esperienza nella costruzione di gasdotti.

L’attivismo americano nell’ambito del settore energetico dei Balcani non si ferma però qui. A metà luglio, infatti, gli Stati Uniti e la Serbia hanno firmato un Memorandum d’intesa sulla sicurezza energetica regionale che prevede la cooperazione tra i due paesi nella costruzione di una centrale idroelettrica, Đerdap III. A giugno, il sito dell’ambasciata americana a Belgrado aveva già lanciato un appello alle aziende americane interessate a realizzare il progetto, che dovrebbe essere completato entro il 2036 e avrà l’obiettivo di rendere la Serbia più indipendente nel settore energetico.

Mentre quindi il futuro dell’accordo tra NIS e MOL resta incerto, ciò che appare evidente è che i mercati energetici nella regione sono sempre più dipendenti dalle dinamiche esterne, con la sfida tra Russia e Stati Uniti in testa.

Foto: N1.hr

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