Sono iniziati il 30 giugno scorso, a Sarajevo, i lavori per la realizzazione del Museo Ars Aevi, una nuova esposizione permanente di arte contemporanea. Alla simbolica posa della prima pietra, oltre alle autorità locali, hanno preso parte rappresentanze dell’Unione europea e dell’UNESCO, nonché gli ambasciatori di Francia e Italia. Ciò a sottolineare il ruolo determinante giocato dalla comunità internazionale nella concretizzazione di un progetto concepito già nel 1992, nel pieno della guerra che travolse la Bosnia Erzegovina e, soprattutto, nel bel mezzo dell’assedio che afflisse la città per oltre quattro anni.
La genesi del progetto
L’ideatore e l’anima stessa di Ars Aevi è Enver Hadžiomerspahić: e lo è fin dalla scelta del nome che è al contempo l’anagramma della parola “Sarajevo” e la traduzione latina dell’espressione “arte dell’epoca”. È proprio Enver, infatti, che sotto le bombe sulla città, decide di invitare i più grandi artisti del mondo a inviare le loro opere che avrebbero poi potuto “contribuire alla nascita del futuro museo dell’Arte Contemporanea di Sarajevo”.
Il primo a rispondere fu Michelangelo Pistoletto, pittore e scultore italiano, seguito poi da Jannis Kounellis, Marina Abramović, Joseph Kosuth, Maja Bajević e molti altri ancora. Arrivarono – in seguito – anche i contributi di altri musei di arte contemporanea, in Italia e nel mondo, a formare una collezione di straordinario impatto simbolico e artistico.
La nuova casa di Ars Aevi
Ars Aevi è un’idea, ancor prima che un museo, non ha un luogo riconoscibile: è un museo che non c’è, non nel senso classico del termine almeno. La maggior parte delle opere giunte in città sono oggi conservate presso la Vijećnica – l’iconica sede dell’ex Biblioteca Nazionale e attuale Municipio di Sarajevo.
Con la posa della prima pietra si è cominciato, finalmente, a dare concretezza fisica al progetto, un indirizzo e una sede dove far confluire quanto raccolto nel corso degli anni. Una sede che verrà realizzata secondo un progetto ideato e offerto, già vent’anni fa, dall’archistar Renzo Piano, che ha poi anche supportato la finalizzazione del progetto esecutivo, sviluppato dallo studio di architettura NonStop.
Sempre a Renzo Piano si deve anche la donazione dei materiali utilizzati nella costruzione del ponte pedonale che attraversa il fiume Miljacka nei pressi della sede del futuro museo. È lo stesso architetto che, in una lettera aperta rivolta ai cittadini di Sarajevo (di cui egli stesso è cittadino onorario), si rallegra per l’avvio dei lavori indicando il museo come il “simbolo della forza di una città che ha saputo guardare al futuro attraverso la cultura. È un progetto nato dalla solidarietà e dalla convinzione che l’arte possa unire le persone e costruire ponti”.
Il ruolo italiano
Il ruolo dell’Italia nella finalizzazione del progetto non si ferma al solo, fondamentale, contributo di Piano. L’Italia ha infatti cooperato a finanziare l’opera tramite l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), un ruolo rivendicato con orgoglio dall’ambasciatrice italiana in Bosnia, Sarah Eti Castellani.
Nel corso del suo intervento alla cerimonia, infatti, oltre a ricordare che “l’Italia ha creduto in questo progetto fin dall’inizio” Castellani ha tenuto a sottolineare come esso dimostri che ”la cultura può diventare uno strumento straordinario di dialogo, riconciliazione e sviluppo”. Concetto ripreso anche da Stefania Vizzaccaro, in rappresentanza dell’AICS, che ha indicato “la cultura come mezzo di opposizione alla guerra” e l’arte come strumento di “convivenza e sviluppo sostenibile per le nuove generazioni bosniache”.
La polemica
Non sono tuttavia mancate le voci fuori dal coro, non tanto per il fatto in sé quanto per il contesto in cui esso si inquadra. Lo storico franco-tedesco Nicolas Moll, ad esempio, pur riconoscendo che quella dell’”Ars Aevi è un’iniziativa straordinaria”, ha sollevato dubbi sull’opportunità della collocazione nelle immediate vicinanze dell’esistente Museo di Storia della Bosnia-Erzegovina.
Collocazione che, oltre a porre una questione sul possibile impatto strutturale per la stabilità stessa del museo, mette in evidenza – quasi a contrasto – lo stato di fatiscenza dell’edificio in cui esso è ospitato. Una questione, quest’ultima, resa ancor più significativa dalla valenza storica dell’edificio – un capolavoro dell’architettura modernista jugoslava – e dalla mancanza di volontà politica a porre mano alla sua necessaria ristrutturazione. Si punta sul nuovo, dimenticandosi del vecchio, rischiando di penalizzare entrambe le realtà.
La nascita di Ars Aevi non cancella le contraddizioni che l’hanno accompagnata per oltre trent’anni, né risolve da sola il più ampio problema della tutela del patrimonio culturale bosniaco. Ma proprio per questo il nuovo museo assume un valore che va oltre la sua funzione espositiva: sarà il banco di prova della capacità di Sarajevo di trasformare un’eredità nata sotto assedio in un’istituzione viva, capace di parlare non solo della guerra, ma anche del futuro possibile della città.
Foto: Esteri.it
East Journal Quotidiano di politica internazionale