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L’esercito croato nel cuore di Parigi

DA PARIGI. L’Hôtel des Invalides è uno splendido complesso seicentesco nel cuore di Parigi. Mi capita spesso di andarci non solo perché, sotto la sua imponente cupola, si trova la tomba di Napoleone Bonaparte, ma soprattutto perché il colonnato della cosiddetta Corte d’Onore è un luogo magnifico, mai troppo affollato, ideale per una passeggiata accompagnata da un po’ di buona musica — magari quella di Hania Rani, che qui tenne un concerto memorabile qualche anno fa.

La targa commemorativa

È stato così che pochi giorni fa mi sono imbattuto, in modo del tutto casuale, in una piccola targa commemorativa posta sul muro esterno della galleria superiore della Corte d’Onore, quella che ospita anche il Musée de l’Armée, il museo dell’Esercito.

L’incisione sul marmo riporta la seguente dedica: “À la mémoire des régiments croates qui sous les drapeaux français ont partagé la gloire de l’armée française (1809–1814)“, ovvero “Alla memoria dei reggimenti croati che, sotto le bandiere francesi, hanno condiviso la gloria dell’esercito francese (1809–1814)”. Ovvio, a questo punto, che bisognasse investigare.

Scopro così che quella targa è stata solennemente inaugurata esattamente settant’anni fa, era il 28 ottobre del 1956, e affissa a fianco di lapidi simili poste alla memoria di coloro che si sono spesi difendendo o servendo la Francia. Come disse in quell’occasione André Zeller, governatore militare di Parigi, con enfasi militaresca sempre un po’ scivolosa “questa targa è intesa a perpetuare la memoria dei soldati croati che, in molti periodi della nostra storia, mescolarono il loro sangue con quello dei soldati francesi, condivisero la loro sofferenza e la loro fama.”

I croati per la Francia

“Se avessi centomila croati, conquisterei il mondo intero” è una frase attribuita nientemeno che a Napoleone Bonaparte in persona, senza – va detto – che vi sia alcuna prova del fatto che essa sia stata realmente pronunciata. Tra mito e realtà ci consente, però, di inquadrare il contesto che giustifica quella targa e di dargli una sua collocazione storica. Più documentato è invece il giudizio riportato dal comandante francese Paul Louis Hippolyte Boppe nella sua Croatie Militaire: Napoleone avrebbe considerato i reggimenti croati tra i più valorosi e resistenti della Grande Armata, soprattutto dopo averli visti all’opera in Russia.

Ed è proprio alla campagna napoleonica in Russia che risale il più significativo contributo croato all’esercito francese e alle battaglie di Polotsk, Ostrovno e Malojaroslavec, tutte combattute tra l’estate e l’autunno del 1812. Ma il mito croato nelle fila napoleoniche – se così vogliamo dire – si è costruito soprattutto grazie al loro coinvolgimento nella battaglia di Beresina, alla fine di novembre dello stesso anno.

Con l’esercito francese in piena rotta e nel mezzo della sua drammatica ritirata, il contingente croato fu schierato a protezione dei pontieri impegnati nella realizzazione di attraversamenti improvvisati nelle acque gelide del fiume Beresina a Studienka, in Bielorussia, necessari per far transitare Napoleone e ciò che restava delle sue truppe. Erano perlopiù uomini provenienti dalle Province illiriche, una regione di frontiera, abituata per secoli a essere insieme margine e cerniera d’Europa: tra impero asburgico, mondo ottomano, Adriatico e ambizioni francesi.

Fu forse per questo retaggio storico che, malgrado l’esaurimento di munizioni che li costrinse a aspri combattimenti all’arma bianca, i soldati croati non indietreggiarono rimanendo saldi come “statue di ghiaccio” – così come scrissero i generali transalpini – e consentendo dunque il passaggio dell’esercito francese.

Il contingente croato tra mito e … cravatte

Passando distrattamente in una caldissima giornata d’estate davanti a quella lapide – un po’ anonima, a dire il vero – non avevo però idea che mi trovassi davanti alla commemorazione di una battaglia alla quale sopravvissero solo pochissimi ufficiali e poche dozzine di soldati; uno scempio che consentì al contingente croato d’essere consegnato al mito, come sempre accade in casi di questo genere.

Un mito, per dirla tutta (e qua si scherza), che risale addirittura a due secoli prima di Napoleone, al regno di Luigi XIV, il leggendario Re Sole. Fu allora, infatti, che i mercenari della cavalleria leggera croata arrivarono a Parigi indossando un caratteristico fazzoletto annodato al collo. I francesi rimasero affascinati da questo accessorio e lo battezzarono “cravate”, storpiando la parola “Hrvat” (Croato). L’accessorio piacque così tanto al Re Sole da diventare un obbligo per la nobiltà, dando ufficialmente il via alla cravatta moderna. Altro contesto, tutt’altra storia, buona magari per un altro racconto.

Altro ponte, altra storia

Insomma, non capita tutti i giorni di entrare agli Invalides per cercare Napoleone e uscirne con una storia croata — e forse anche con la cravatta un po’ più stretta. Ma, uscendo per davvero dall'”Invalides”, un altro dettaglio rimette la storia in movimento.

Per andarsene dall’Hôtel des Invalides e raggiungere la vicina Place de la Concorde, infatti, si deve attraversare il ponte Alessandro III, il più iconico e fotografato tra i molti che scavalcano la Senna, con le sue statue dorate e i suoi trentadue candelabri in bronzo. Fu realizzato a partire dal 1891 per suggellare l’amicizia franco-russa, confermata dall’alleanza firmata nello stesso anno tra l’imperatore Alessandro III di Russia e il presidente della Repubblica francese Sadi Carnot.

Tra il ponte sulla Beresina e quello sulla Senna non sono passati nemmeno cento anni, ma tutto è cambiato, tutto si è capovolto. Ma la Storia fa così.

Foto: Pietro Aleotti

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato a Parigi. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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