IRAN: Cronaca senza Storia. Il tradimento dei sensi

L’Iran è in guerra da mesi, e l’Occidente lo guarda come sempre: solo nell’urgenza. Ecco perché quel poco che vediamo non basta a capirlo. Questo è il primo episodio di Cronaca senza Storia, una serie che nasce per mettere a fuoco ciò che viene lasciato fuori dall’inquadratura. 

Non tutti i Paesi vengono raccontati nello stesso modo. Alcuni hanno una storia, altri solo una cronaca. L’Iran è tra questi: raccontato non come continuità storica, ma come sequenza di crisi.

Da molto tempo ormai, la presenza dell’Iran nel discorso occidentale emerge quasi esclusivamente nei momenti di tensione geopolitica o sociale, ma, tra una crisi e l’altra, il Paese scompare. Non esiste un Iran quotidiano nel racconto dominante; esiste solo quando diventa problema. Questa modalità di rappresentazione, lontana dall’essere neutrale, cancella la complessità e riduce un’intera società a una serie di eventi isolati, creando un’immagine parziale e offuscata del reale.

Per capire davvero l’Iran, allora, non basta guardare cosa viene detto. Bisogna osservare non solo come viene raccontato, ma soprattutto quando. Capire questo meccanismo non è un esercizio accademico o intellettuale. Decenni di rappresentazione frammentata, ridotta all’emergenza, hanno prodotto un vuoto di comprensione che oggi si trasforma in disorientamento. Si vede la crisi, ma non la storia che la attraversa. Di quel territorio fisico è rimasta solo un’astrazione geografica. Si sentono i nomi: Teheran, Stretto di Hormuz, Iran, Persia, farsi, persiano, Golfo Persico. Manca però la continuità che li renderebbe intelligibili.

Questo è il costo del racconto distorto: non solo un’immagine sbagliata, ma l’incapacità di orientarsi nel momento in cui conta davvero. Orientamento. Non orientalismo.

Questa serie nasce con l’intento di mettere a fuoco ciò si sceglie di non inquadrare, in un tentativo di osservare da vicino gli elementi che vengono chirurgicamente esclusi dal palcoscenico. La sua neve che viene trasformata in polvere. Il nome sbagliato che gli viene dato. La continuità che gli viene sottratta. La realtà che viene travisata.

L’Iran viene frequentemente associato a paesaggi aridi, essenziali, sospesi fuori dal tempo. È una rappresentazione che ricorda, per certi versi, uno sguardo pasoliniano: il deserto, la terra cruda, la semplicità dell’uomo arcaico e il suo corpo innocente. È una visione che compie una vera e propria sottrazione, perfino linguistica. Nel vocabolario persiano, lo spazio abitato, la città e lo sviluppo prendono il nome di abadi (آبادی), un termine che deriva dalla parola ab (acqua) e significa letteralmente “luogo reso fiorente, civilizzato”. Eppure, la visione distorta prosciuga sistematicamente questa vitalità per inquadrare solo il khaak (خاک): la polvere.

Questa, però, è solo una delle sue molte geografie. L’Iran è prima di tutto un altopiano montuoso: un paese di catene parallele e valli d’alta quota, dove le pianure sono l’eccezione, non la regola. Esiste un Iran di foreste antichissime. Un Iran con centinaia di cime oltre i quattromila metri e decine di ghiacciai perenni. Un Iran di vulcani dalla simmetria perfetta alti quasi seimila metri, di inverni rigidi e di laghi gelati. Un Iran agricolo, fatto di frutteti e di ciliegi in fiore. Un Iran quasi tropicale, dove crescono piantagioni di mango e nelle cui acque vive il gando, l’unico coccodrillo nativo del paese: la piccola India d’Iran, per il clima monsonico, per i sapori, per i volti. E sì, anche un Iran desertico, potente e reale, ma non esclusivo.

Le distanze tra questi mondi sono spesso irrisorie. A Kuhrang, sul crinale dello Zagros, cadono oltre 1500 millimetri d’acqua l’anno, in gran parte come neve, e il termometro scende sotto zero per la buona parte dei mesi. Un centinaio di chilometri più in là, oltre la muraglia dei monti, la piana del Khuzestan si trova quasi al livello del mare, con piogge che faticano a raggiungere i 200 millimetri ed estati che superano regolarmente i 50 gradi. A volte la convivenza degli opposti si fa spettacolare, ribaltando l’illusione tutta europea che il deserto debba appartenere a un mondo distante e inconciliabile con i boschi: come sul Crinale di Opert, dove il paesaggio arido si interrompe di colpo contro le foreste del Caspio in una transizione così brusca e verticale che la cartografia fatica a restituire.

Non è sempre stato così. Per secoli i viaggiatori europei hanno avuto tutt’altro sguardo. Nel 1617 Pietro della Valle, il più celebre viaggiatore italiano del Seicento, scriveva da Isfahan che nessuna città d’Oriente ne eguagliava lo splendore: viali alberati, giardini, palazzi, acqua che scorreva ovunque. Eppure il deserto attorno a Isfahan c’era anche allora, identico a oggi. Della Valle lo conobbe, lo attraversò passo dopo passo, ma non lo scelse come inquadratura. Il suo sguardo cercava l’abadi, non il khaak. Ciò che rendeva un luogo fiorente, non ciò che lo circondava. Pochi decenni più tardi il francese Jean Chardin raccontava una capitale di oltre mezzo milione di abitanti, tra mercati brulicanti, bagni fumanti e giardini tranquilli. Descriveva il grande viale reale e le sue sette vasche digradanti tra filari d’alberi piantati, un ruscello che non si prosciugava mai, giardini con nomi che erano già una promessa: Usignolo, Frutteto, Paradiso Supremo. La gente vi stendeva i tappeti all’ombra e persino i mendicanti, per strada, vendevano rose. Poche descrizioni contemporanee saprebbero raccontare meglio di queste righe seicentesche un venerdì qualunque, in gita, di una famiglia iraniana.

Da allora non è cambiata la geografia: è cambiato il filtro. E il filtro, oggi, viene impiegato soprattutto nelle città. A Teheran i reportage occidentali tendono frequentemente a collocarsi nelle zone meridionali, con lo sfondo rivolto verso il deserto centrale. Il colore dominante diventa il khaki, la polvere, la luce piatta (il famoso Mexico/Middle East Filter così amato da Hollywood). Non è una casualità visiva, ma una precisa grammatica. È ciò che lo studioso Ali Behdad, nel suo saggio Camera Orientalis, analizza come lo sguardo fondativo della fotografia occidentale in Medio Oriente: una ricerca sistematica di rovine, polvere e povertà che ignora deliberatamente la modernità per continuare a nutrire l’industria dell’esotismo. Una prassi che la critica d’arte contemporanea ha ribattezzato misérabilisme fotografico: il mercato europeo e americano esige e premia immagini di desolazione, tagliando chirurgicamente fuori dall’inquadratura i grattacieli, i cartelloni pubblicitari o le facciate postmoderne. 

Basterebbe, del resto, ruotare lo sguardo. A nord, sotto la catena dell’Alborz e la cima del Tochal (circa quattromila metri, spesso innevata), si apre un’altra Teheran: quartieri più verdi, giardini, alberi, ruscelli. Un clima diverso. Più umido. Più instabile. Anche perché Teheran non si trova a una sola altitudine. Nell’estremo sud dell’area metropolitana, verso Rey e Qarchak, si scende sotto i mille metri; piazza Tajrish, a nord, supera i millesettecento; e i quartieri esterni, sotto la montagna, Velenjak e Darband, toccano i duemila. Oltre mille metri di dislivello in verticale: come se Sanremo e Limone Piemonte fossero due quartieri della stessa città collegati dalla metropolitana. Una sola strada, la Valiasr, sale di seicento metri lungo i suoi diciassette chilometri. Per chi vive a Teheran, è un’esperienza quasi ordinaria attraversare più stagioni nello stesso giorno: partire da quartieri asciutti e soleggiati a sud vicino a Bazaar e arrivare, pochi chilometri più a nord, in mezzo a una nevicata, con accumuli di neve fresca in piazza Tajrish. È altrettanto normale, nel sud della città, vedere passare auto coperte di neve senza aver visto una sola goccia di pioggia nel proprio quartiere. Basta alzare lo sguardo verso il Tochal, avvolto da nuvole scure, per capire da dove arrivano.

Questa complessità, evidente, quotidiana, quasi banale per chi la vive, raramente entra nel racconto: non perché sia nascosta, ma perché non rientra nell’immagine attesa.

Chi è Emad Kangarani

Nato nel 1985 a Teheran, giornalista e scrittore, nel 2011 si trasferisce a Milano per continuare gli studi presso l'università Cattolica. Al momento è docente d'inglese in una scuola superiore a Milano. Collabora con East Journal dal settembre 2022 dove si occupa dell'Iran

Leggi anche

STORIA: 6 aprile 1941, l’Operazione Castigo e l’inizio di una tragedia balcanica

Il 6 aprile 1941 l'Operazione Castigo devastò il Regno di Jugoslavia aprendo una pagina tragica della Seconda guerra mondiale nella regione