Se nel cuore del Molise vieni accolto da un dobrodošli e a tavola trovi degli ottimi ćevapčići, non stai sognando, né sei afflitto da improvvisi colpi di calore stagionali. Stai solo facendo un tuffo nel passato, un passato vecchio di 600 anni, tanti quanti quelli di questa storia.
I croati in Molise, le radici storiche
È una storia che ha inizio a metà del 1400 quando, conquistata Costantinopoli, l’espansione ottomana si diresse progressivamente più a nord verso la Dalmazia centro-meridionale, nelle terre occupate dalle popolazioni slave. E che ebbe come conseguenza l’innesco di un’ondata migratoria che portò migliaia di persone — perlopiù provenienti dalla fascia costiera tra il Velebit e la valle del fiume Narenta — ad attraversare l’Adriatico per insediarsi sulle coste d’Abruzzo e Molise e, progressivamente, verso l’entroterra. Un’“invasione” — come forse la chiamerebbe qualcuno oggi — che fu al contrario agevolata dai governanti della Repubblica di Venezia e del Regno di Napoli, che videro in essa l’opportunità per ripopolare le aree devastate dal terremoto del 1456, prima, e dalla peste del 1495, dopo.
Una peculiarità fondamentale, questa: prima di questi arrivi, infatti, altri migranti serbocroati erano già giunti in Italia, perlopiù in Friuli e lungo l’intera costa adriatica fino a Otranto. Si trattava, però, di persone in movimento, senza famiglia al seguito e quindi senza alcun interesse a fondare colonie o comunità stabili. In Molise, no: la gente era arrivata ed era arrivata per restare.
La lingua
I croati che si stabilirono in Molise portarono con sé la propria lingua, il dialetto croato štokavo-ikavo, quello parlato nelle aree di provenienza. La lingua locale viene chiamata dagli abitanti na-našu (“alla nostra maniera”) e nel corso dei secoli prenderà una deriva completamente diversa da quella della lingua attualmente parlata in Croazia. Se il croato odierno è infatti il frutto di una normale evoluzione e di una sua progressiva modernizzazione, il na-našu è rimasto, di fatto, congelato al 1400: una lingua che vive il paradosso di essere allo stesso tempo fossile e vivissima e che si è salvata proprio grazie all’isolamento. Un ossimoro ma anche un unicum, che rende questa storia particolarmente affascinante.
Un patrimonio lessicale con un vocabolario di circa cinquemila parole, trasmesso da un secolo all’altro solo per via orale, senza scritti e senza grammatica (la prima rivista bilingue, Naš jezik /La nostra lingua, è arrivata solo nel 1967), che ha mantenuto la fonetica di una lingua medievale subendo, piuttosto, l’influenza dei dialetti dell’Italia meridionale. È per questa ragione che un croato di madrepatria, pur riconoscendo la radice comune di molti vocaboli, non è però in grado di comprendere il na-našu parlato.
La diffusione attuale
Pur essendo originariamente piuttosto diffuso in diverse aree del Molise (e dell’Abruzzo), il croato-molisano è ad oggi utilizzato ancora correntemente solo in tre comuni dell’entroterra, nella provincia di Campobasso: Acquaviva Collecroce (Kruč), San Felice del Molise (Štifilić) e Montemitro (Mundimitare). Altrove l’antica presenza slava è rimasta retaggio esclusivo in molti cognomi e in certa toponomastica: San Giacomo degli Schiavoni o Schiavi d’Abruzzo, per esempio, devono il proprio nome al termine Škjavuna, Slavi, storicamente utilizzato per definire queste popolazioni.
Ciò rende quella dei Moliški Hrvati, i croati del Molise, la comunità alloglotta più piccola d’Italia tra le quarantuno presenti sul nostro territorio, essendo composta da poco più di un migliaio di persone unite tra loro anche da tradizioni, artigianato e cucina.
Il rischio estinzione
Lo spopolamento di questi comuni sembra inarrestabile: l’ultimo bambino nato a Montemitro risale a dieci anni fa, la scuola ad Acquaviva è chiusa. Il rischio che questa lingua sparisca per sempre è concreto.
L’Italia ha ufficialmente riconosciuto il croato come minoranza linguistica storica solo nel 1999, inserendolo tra le dodici minoranze tutelate dalla legge, mentre una legge regionale del 1997 garantisce la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche nel Molise. Ma le leggi da sole non bastano, come certificato anche dall’UNESCO, che classifica il croato-molisano come lingua severamente a rischio d’estinzione.
Le iniziative per salvarla non mancano, come la periodica attivazione di sportelli linguistici sul territorio per offrire servizi, traduzioni e consulenze culturali alla comunità e ai visitatori, ma anche il processo di digitalizzazione e registrazione di ampie parti della lingua parlata per garantire la conservazione permanente del patrimonio fonetico e testuale. E poi premi letterari, cammini culturali e altro ancora.
Il na-našu non è soltanto una curiosità linguistica sopravvissuta in un luogo d’Italia tanto nascosto che quasi non esiste. È una piccola frontiera adriatica rimasta aperta per secoli: la prova che le migrazioni non cancellano sempre le appartenenze, ma talvolta le custodiscono in forme impreviste. Nei paesi croati del Molise, tra case vuote, cartelli bilingui e parole tramandate a voce, non si conserva solo una lingua antica; si conserva l’idea che i Balcani non finiscano dove finisce la loro geografia.
A volte continuano altrove, in un saluto, un cognome, una ricetta. In una frase detta “alla nostra maniera”.
East Journal Quotidiano di politica internazionale