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SERBIA: L’Unione Europea alza il prezzo dell’adesione, riforme reali o negoziati congelati

Il messaggio che il Parlamento europeo ha inviato a Belgrado con una risoluzione approvata a stragrande maggioranza l’8 luglio scorso è di quelli che non lasciano margine al dubbio: il percorso della Serbia verso l’Unione europea non può più procedere sulla base di dichiarazioni di principio, ma deve ancorarsi a riforme concrete, “misurabili e sostenibili” nel tempo. La relazione adottata a Strasburgo sancisce, con nettezza, che è finito il tempo delle parole e dei buoni propositi: non basta più presentare l’integrazione nell’UE come obiettivo strategico, ma è arrivato il momento di dimostrare nei fatti un impegno coerente verso lo stato di diritto, la democrazia, la libertà dei media e la politica estera.

I nodi

È un’altra tegola sulla testa del presidente Aleksandar Vučić, che arriva all’indomani delle proprie dimissioni e in un momento delicatissimo per il paese. Una tegola ma di certo non una sorpresa. Le criticità evidenziate, infatti, sono sempre le stesse, da anni: indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, riforma della pubblica amministrazione, funzionamento delle istituzioni democratiche, libertà di stampa ed elezioni libere ed eque.

Con, sullo sfondo, a pesare come un macigno, la mancata normalizzazione dei rapporti con il Kosovoconditio sine qua non per l’adesione – e più in generale l’ambiguità serba in politica estera: i rapporti con Pechino e Mosca ma anche il non allineamento alle sanzioni contro la Russia, indisponibilità – quest’ultima – ribadita dallo stesso Vučić non più tardi del 10 luglio scorso, due giorni dopo il voto dell’Europarlamento. Ciò che Belgrado, rivendica come una politica legittima di equilibrio e di difesa dei propri interessi nazionali è per l’Europa un boccone indigesto, una lacuna non negoziabile.

Nessun automatismo, processo “bloccato”

Il Parlamento europeo respinge dunque l’idea di qualsivoglia avanzamento automatico della Serbia verso l’Ue, magari per ragioni geopolitiche. E riafferma, al contrario, il principio meritocratico dell’allargamento, secondo il quale sono i risultati che contano, null’altro. Concetto espresso senza mezzi termini dal relatore della risoluzione, il croato Tonino Picula, che ha esplicitamente affermato come il processo di adesione della Serbia sia “di fatto bloccato”.

Una posizione, quella del relatore, che riflette la frustrazione crescente a Strasburgo; di più, una ormai aperta irritazione per il progressivo rallentamento di Belgrado nel proprio percorso, fin quasi all’immobilismo; riforme incompiute, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un clima politico interno sempre più conflittuale.

Il dubbio, per il Parlamento europeo, non è più se la Serbia sia un candidato importante, ma se la sua leadership sia davvero pronta ad accettare le condizioni politiche dell’appartenenza all’Unione. Un dubbio strutturale e di principio, si potrebbe dire: al punto che alcuni eurodeputati, tra cui lo stesso Picula, hanno chiesto alla Commissione di valutare la sospensione dei finanziamenti destinati a Belgrado attraverso gli strumenti di preadesione e il Piano di crescita per i Balcani occidentali.

Uno stallo superabile solo con l’indizione di elezioni realmente libere – indispensabili per dare voce alle mobilitazioni che da mesi attraversano il paese – lontane dal clima di intimidazione e di scontro che ha coinvolto studenti, università, giornalisti e attivisti, con la copertura compiacente dell’informazione, perlopiù vicina al governo e avvezza a diffondere una narrativa pesantemente anti-UE.

Le reazioni in Serbia

Alla vigilia del voto europarlamentare, il capo dello Stato serbo aveva espresso scetticismo sulle prospettive di un rapido allargamento, sostenendo che i Paesi candidati non dovrebbero attendersi ingressi imminenti e che la Serbia difficilmente diventerà membro nei prossimi cinque anni.

Più che di realismo diplomatico la posizione di Vučić sembrava dettata da ragioni tutte interne: è evidente il tentativo di spostare il baricentro delle responsabilità su Bruxelles, sulle sue esitazioni e, soprattutto, sulla divisione tra gli Stati membri. Un tentativo fondato, peraltro, su un dato oggettivo: se è vero che la risoluzione appena approvata presenta toni di rara durezza (al di là degli schieramenti politici, ad aderire alla linea dura sono stati soprattutto i paesi del nord-Europa ma anche – significativamente – Bulgaria e Croazia) è altresì vero che non sono pochi i Paesi che continuano a ritenere la Serbia come un partner strategico e un attore imprescindibile per la stabilità dell’intera area. E’ su questa posizione, per esempio, il governo italiano che per bocca del ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, ha dichiarato di “ritenere miope ritardare il processo di adesione di paesi come la Serbia che ha già compiuto molti progressi in molti settori chiave”. Questo a Roma, dopo il voto sulla risoluzione Picula.

Ne deriva una tensione crescente tra logica geopolitica – che suggerirebbe una certa tolleranza a contraddizioni e ambiguità – e questioni di principio (democratico): coinvolgere la Serbia per non perderla, oppure fermarla per non svuotare di significato i criteri europei.

Una spaccatura che si riflette congruentemente anche in Serbia. Al tentativo dei partiti di governo di addossare le responsabilità alla Ue fa da contraltare quello delle opposizioni filo-europee e di una larga fetta della società civile che individua nel maldestro equilibrismo di Vučić la vera causa per la quale il paese si trova, oggi, in un vicolo cieco.

E ora?

Il voto di Strasburgo non avrà conseguenze concrete sullo status negoziale della Serbia, almeno per ora. Ne è certa la Presidente del Parlamento serbo, Ana Brnabić, che ha affermato che la relazione Picula non ha nulla a che fare col percorso europeo del paese.

E’ indubbiamente vero, tuttavia, che segna un passaggio importante: ha il merito, infatti, di rendere esplicito che il Re è nudo. L’adesione della Serbia – attesa da anni – non è bloccata da un ostacolo tecnico o burocratico, ma dal fatto che la pazienza europea sembra finita, la misura colma. E che fintanto che non si deciderà a cambiar passo, la Serbia è destinata a restare sulla soglia d’Europa, terra di nessuno, prigioniera di un paradosso: troppo importante per essere abbandonata, troppo ambigua per essere accolta. Ed è forse questo che molti – dentro e fuori al paese – auspicano davvero.

Foto: N1info.rs

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato a Parigi. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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