manifestazioni
Protesters take part in a rally in Tirana, Saturday, June 20, 2026, against a coastal development project in western Albania linked to Donald Trump's son-in-law Jared Kushner, which is facing growing opposition from environmental advocates and has triggered daily protests in the Albanian capital. (AP Photo/Hameraldi Agolli)

ALBANIA: Le manifestazioni di piazza cambiano pelle

Non accenna a placarsi la cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri” in Albania. E, anzi, si rinnova e si ripropone, ampliando la propria piattaforma di rivendicazioni, con una mobilitazione popolare che non ha precedenti nella storia recente del paese. Ultima, in ordine di tempo, è stata la manifestazione svoltasi davanti al parlamento albanese a Tirana il 2 luglio scorso, alla quale avrebbero partecipato almeno cinquantamila persone. Manifestazione che ha vissuto momenti drammatici, con scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine, che non hanno esitato a usare cannoni ad acqua e spray al peperoncino e ad arrestare un numero imprecisato di dimostranti. L’associazione dei giornalisti albanesi ha inoltre denunciato diverse aggressioni subite anche da operatori dell’informazione.

Come si trasforma la protesta

Nata alla fine di maggio come protesta contro il progetto plurimiliardario sponsorizzato da Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump, per la realizzazione di strutture turistiche di lusso nell’area costiera della laguna di Narta e nella vicina isola di Sazan (aree protette popolate dai fenicotteri, da cui il nome evocativo attribuito alla protesta), il focus delle manifestazioni si è progressivamente spostato a un più generico atto di accusa popolare contro la classe politica e, in particolare, contro il governo del paese.

Un salto di qualità che è coinciso — non a caso — con una recrudescenza dei modi e dei toni della protesta e con la comparsa di violenze prima del tutto sconosciute. Se in origine i temi predominanti erano quelli ambientali, con la richiesta di tutelare dalla cementificazione e dall’urbanizzazione aree ritenute ecologicamente rilevanti (al punto dall’essere riconosciute come aree protette), negli ultimi giorni i moti hanno assunto una connotazione marcatamente politica di denuncia di una classe dirigente ritenuta corrotta e collusa con i grandi investitori stranieri che, secondo i manifestanti, si starebbero comprando il paese. Non è un caso che allo slogan della prima ora “l’Albania non è in vendita” si siano mano a mano aggiunte rivendicazioni attinenti il welfare, la sanità, la disoccupazione e la mancanza di opportunità che creano le condizioni per l’inarrestabile emorragia del paese: una diaspora incontenibile che coinvolge specie le nuove generazioni e che rischia di trasformare l’Albania in un paese senza futuro.

Rama (ma non solo) nel mirino

Al centro delle critiche, naturalmente, il primo ministro Edi Rama, al potere da anni, reo di essere da sempre esplicitamente favorevole al progetto. Se nei cortei dei primi giorni i contestatori si limitavano a ironizzare sul premier esponendo cartelli di sberleffo (raffigurato persino a baciarsi con il suo principale antagonista politico, il leader del Partito Democratico all’opposizione, Sali Berisha, come a voler accomunare l’intera classe politica nazionale nella protesta), si sono via via fatte sempre più pressanti le richieste esplicite di sue dimissioni, in ragione di una gestione omissiva e poco trasparente della vicenda, al punto che su di essa ha acceso i riflettori anche la magistratura.

Un’escalation, quella delle proteste, che travalica i confini nazionali e si estende alle comunità albanesi che vivono all’estero: all’adunata di inizio luglio sarebbero stati tantissimi gli albanesi rientrati in patria da tutta Europa — Italia, Grecia, Ungheria, Germania in primis — per unirsi al grido di “Rama jepe dorëheqjen!”, “Rama dimettiti”.

La reazione del premier e la posizione dell’Europa

Dal canto suo, Rama ostenta sicurezza, esternando il campionario classico del politico sotto attacco, incluso un presunto cyber-attacco a opera di “profili falsi” gestiti da non meglio identificate “forze esterne ostili” che, facendo leva sul sentire comune, esaspererebbero “la buona fede dei manifestanti”; manifestanti che, di contro, non coglierebbero la grande opportunità di lavoro e di sviluppo che questo tipo di progetti offrirebbe al paese, rafforzandone anche il “percorso verso l’Unione europea”.

Dimenticandosi, con ciò, che i dimostranti nelle piazze sono persone in carne e ossa. E, soprattutto, che non più tardi del 10 giugno scorso — con la protesta che già montava — proprio il Parlamento europeo, nel commentare i progressi albanesi nel processo di adesione, aveva esplicitamente chiesto l’immediata sospensione di tutte le nuove costruzioni in aree protette.

Quali prospettive per il movimento

L’inedita saldatura che si è creata tra i partiti politici (con Rama anche Berisha è favorevole al progetto), e gli enormi interessi economici sottesi rappresentano un ostacolo molto complicato sul percorso di chi  protesta. In prospettiva politica, inoltre, l’assenza di una leadership che possa catalizzare e dare una forma riconoscibile al movimento rende, oggi come oggi, improbabile uno sbocco verso un futuribile stravolgimento dell’assetto istituzionale del paese. Nonostante tutto, infatti, il governo appare ben saldo e dispone di una chiara maggioranza parlamentare, sebbene l’uscita dal Partito Socialista di Marjana Koceku – la più giovane parlamentare albanese – sia sintomatica di un certo malcontento sulla gestione della vicenda anche in casa socialista.

Detto ciò, non si deve dimenticare quanto è accaduto e sta accadendo nella vicina Serbia, dove è anche grazie alle proteste popolari se il previsto abbattimento della Generalštab — l’ex sede del quartier generale dell’esercito jugoslavo a Belgrado — per farne un quartiere residenziale secondo un progetto dello stesso Kushner, è stato poi annullato. E se, ancora, ed è cronaca di questi giorni, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha deciso di dimettersi dopo mesi di manifestazioni oceaniche. Non è detto che anche in Albania possa finire allo stesso modo, ma sono certo precedenti su cui riflettere e che testimoniamo che nella regione la gente ha forse voglia di voltare pagina.

Foto: Ilpost

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato a Parigi. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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