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SREBRENICA: La vecchiaia negata e il senso del rito

I numeri dispari, si sa, non fanno bene alle rievocazioni e forse nemmeno alla memoria. Lo scorso anno, per il trentennale del massacro di Srebrenica, avevamo assistito a un florilegio di celebrazioni, a un susseguirsi di inaugurazioni, mostre, eventi. Allo svelamento di lapidi e monumenti in molti paesi d’Europa, altrove nel mondo. Una mobilitazione della società civile commovente.

Le televisioni erano lì, i giornali pure, anche quelli mainstream che di solito non si occupano della faccenda. La copertura mediatica era stata completa, puntuale, diffusa. Interviste, ricostruzioni, opinioni, era tutto un gran parlare, c’era un gran desiderio di farlo come in una sorta di catarsi collettiva, e poco importa – in fondo – che non sempre quel che si diceva fosse memorabile. Perché l’unica cosa che di memorabile valeva la pena era proprio quel fermarsi, quel fermarsi tutti, per un giorno almeno. E ricordare quel che era doveroso ricordare.

Ma quest’anno che di anni sono trentuno, tutto torna alla dimensione ordinaria degli anni dispari, ai suoi riti, alle sue cerimonie. Ce n’è d’avanzo – d’altronde – da dire altrove, c’è da dare copertura ad altre follie, ad altre stragi, ad altri genocidi. La storia non si ferma, va avanti, e si ripete sempre uguale a sé stessa, specie nelle nefandezze. Che siano benedette, sia chiaro, le marce, le messe, i discorsi, ogni forma di commemorazione, quelle pubbliche, quelle – sacrosante – che si svolgono nell’intimo delle comunità coinvolte.

Ma di fondo resta la malcelata perplessità su quale sia – oggi – il senso di tutto questo, quale sia la sua utilità, il suo fine.  Perché? Occorrerà forse aspettare il cinquantennale, altra cifra tonda, mezzo secolo giusto, per tornare alle mobilitazioni vissute solo un anno fa. Le pagine dei giornali che all’epoca dei fatti raccontarono il massacro che divenne genocidio, saranno sufficientemente ingiallite da farsi storia, sebbene sia difficile pensare – oggi – a qualsivoglia ipotesi di racconto condiviso.

Saranno vecchi, allora, i soldati olandesi che componevano il contingente d’interposizione ONU, erano poco più che ragazzi all’epoca, e chissà mai che qualcuno di essi non si sia infine trascinato per la vita il senso di colpa, il fardello della vergogna. Loro e di chi ce li mandò. C’è da dubitarne, invece, tra coloro che affollarono le fila delle milizie paramilitari serbo-bosniache – saranno vecchi anche loro, nessun dubbio su questo – difficile pensare invece alla benché minima forma di ripensamento, ma chissà mai.

Avranno finito di marcire in galera anche loro, gli innominabili, i veri protagonisti di quella tragedia, la natura non fa eccezioni, il tempo nemmeno. Sarà solo allora che sarà per sempre compiuta la giustizia dei tribunali, quella delle sentenze. Non quella della storia, invece, che ha già da tempo sancito il suo immutabile “fine pena mai”.

Chissà cosa sarà la Bosnia tra vent’anni, se sarà resistita agli istinti secessionisti, se si sarà stati capaci di andare oltre Dayton, se si sarà saputo superare l’odio, la pulizia etnica; se le nuove generazioni avranno saputo scardinare i fili spinati e i muri che innervano quel paese. Vista da qui, da oggi, da questo mondo, sembra impossibile, pura utopia. Ma i muri, lo sappiamo, così come si erigono si abbattono anche, ed è questa la consapevolezza che tiene accesa la luce.

Il tema principale di quest’anno è “We are here”, siamo qui. Saranno dieci le bare verdi che verranno sepolte a Potocari con quel che resta di uomini che furono ammazzati e gettati nelle fosse comuni tra Vlasenica, Zvornik, Bratunac, Srebrenica. Il più giovane di vent’anni appena. Ed è proprio questo, è proprio la negazione di quella vecchiaia, al contrario di quella garantita a tutti gli altri, che dà senso a ogni singolo gesto e ci dice – da sola – quanto sia giusto anche quest’anno “essere qui”. Ed esserci ostinatamente.

Foto: Patrizia Londero

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato a Parigi. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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