Polonia Ucraina

Cortocircuito a est: rottura tra Polonia e Ucraina?

Nonostante i rapporti di facciata, tra Polonia e Ucraina divergenze storiche, politiche e migratorie stanno riaprendo cicatrici profonde.

Paradossi di un mondo sempre più instabile. Alla fine di giugno, mentre la Polonia ospitava nella sede di Danzica l’annuale conferenza europea per la ripresa dell’Ucraina, i vertici dei due paesi aprivano una crisi dalle conseguenze imprevedibili. Se per due popoli che tanto male si sono fatti nell’ultimo secolo dividersi è fisiologico, lo scontro a cui stiamo assistendo oggi contiene delle aggravanti legate sia al momento storico, sia al contesto internazionale in cui si è generato.

Racconto dell’ultima crisi

La scintilla che ha fatto divampare l’incendio è scoccata lo scorso 26 maggio, quando il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha deciso di intitolare un’unità speciale delle sue forze armate “Eroi dell’UPA”, con riferimento al controverso esercito insurrezionale attivo durante la Seconda Guerra Mondiale. L’UPA e il suo leader spirituale Stepan Bandera, infatti, sono noti non solo per la resistenza contro nazisti e sovietici, ma anche per le persecuzioni anti-polacche commesse nelle regioni occidentali del paese.

La reazione da Varsavia non si è fatta attendere ed è stata durissima, data l’importanza che ancora quelle vicende rivestono nell’immaginario collettivo. Il presidente Karol Nawrocki ha diffuso un video pubblico di condanna, prima di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila bianca conferito solo pochi anni prima. Il suo omologo a quel punto ha alzato ulteriormente l’asticella della tensione: dopo aver restituito per posta l’onorificenza polacca ha disertato l’appuntamento di Danzica, inviando al suo posto il Primo Ministro Yulia Svyrydenko. Chiusa la conferenza, Zelensky ha annunciato l’imminente istituzione di un pantheon nazionale, e ha ribadito che nessuno può imporre dall’esterno quali ucraini siano degni di celebrazione e quali no.

Da una prospettiva domestica lo scontro con la Polonia è coerente con l’obiettivo presidenziale di cementare una comunità costretta, ormai da oltre quattro anni, a vivere in condizioni estreme. Da un punto di vista internazionale però la mossa appare azzardata per almeno due ragioni; la prima riguarda i benefici che può trarne il nemico comune (la Russia), la seconda è la coincidenza con l’avvio dei negoziati d’ingresso nell’UE che, sbloccati il 16 giugno dopo la caduta del veto ungherese, rischiano di subire una nuova frenata.

UPA: un trauma storico irrisolto

La memoria dell’UPA (Ukrainska Povstanska Armija) è legata ad un conflitto etnico molto sanguinoso ma poco noto a queste latitudini. Nato nel 1942 come braccio paramilitare del partito nazionalista OUN (Orhanizacija ukraïns’kych nacionalistiv), esso fu attivo soprattutto nelle province di Galizia e Volinia, parte della repubblica polacca tra le due guerre mondiali.

Gli sconvolgimenti causati dalla ritirata tedesca, e dall’avanzata dell’Armata Rossa verso occidente, illusero l’UPA di poter creare finalmente uno Stato ucraino indipendente, e offrirono la copertura per compiere una spietata campagna di pulizia etnica a danni della comunità polacca, con un picco di violenza tra 1944 e 1945 che causò circa 100.000 vittime, oltre ad un enorme numero di profughi. Gli uomini di Bandera attendevano da un ventennio l’occasione di vendicarsi dei loro vicini, colpevoli di averli sacrificati e spartiti con gli odiati sovietici nella pace di Riga del 1921.

Dopo la guerra l’UPA proseguì la sua attività di resistenza contro l’egemonia staliniana, e la maggior parte dei suoi effettivi decise di riorganizzarsi proprio nella Polonia sud-orientale. Nel 1947 quindi polizia e servizi segreti di Varsavia, con il supporto (di nuovo) degli agenti di Mosca, misero in atto la cosiddetta “Operazione Vistola”, con cui deportarono alla frontiera opposta del paese oltre 150.000 ucraini, senza risparmiare torture e rappresaglie ai danni di chi si opponeva.

Nei decenni successivi la ragion di Stato sovietica impose l’oblio su questi traumi collettivi, e ciò contribuisce a spiegare il pathos che oggi anima il dibattito fra le due parti. Dopo il 1989 “non finiva solo il comunismo, finiva con un ritardo spaventoso anche la Seconda e per certi versi persino la Prima Guerra Mondiale. Questa duplice/triplice fine ha rimesso in circolazione molti fantasmi […] La coabitazione polacco-ucraina è dunque solo agli inizi, e così la reciproca conoscenza” (AA.VV, Naufraghi della Pace, Donzelli, 2008).

Le ricadute sulla politica polacca

Sebbene l’irritazione nei confronti dell’azzardo di Zelensky sia stata trasversale, nella politica polacca è possibile distinguere due posture differenti. La prima, moderata, fa capo al Premier Donald Tusk e al suo partito centrista Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska), i quali antepongono alla sensibilità nazionale il mantenimento del fronte comune contro il nemico russo e l’allargamento a est del sistema euro-atlantico come garanzia di sicurezza.

Il seconda invece, più intransigente, si riconduce al presidente Nawrocki e al partito di destra Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość), che vorrebbero svincolare la Polonia da una simbiosi anomala, figlia dell’emotività dalla guerra, e minacciano il veto sul percorso europeo di Kiev senza un riconoscimento esplicito dei crimini dell’UPA. Un film già visto quello in cui storia e memoria ostacolano l’ingresso di nuovi membri nell’Unione (su tutti il caso della Macedonia del Nord).

Ad oggi i sondaggi sembrano premiare quest’ultima versione, spinta dagli atteggiamenti di Zelensky ma anche dalla presenza sempre più massiccia di ucraini sul territorio polacco (vicina ai due milioni di persone), con i problemi di convivenza e di welfare che essa comporta. Sullo sfondo le elezioni parlamentari dell’autunno 2027, ormai non più così lontane.

Foto di Notes from Poland

Chi è Enrico Brutti

Si è laureato in Storia all'Università degli studi di Padova

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