L’Unione Europea aveva espresso forti preoccupazioni verso la Serbia a inizio febbraio 2026 dopo l’adozione, con una procedura d’urgenza, di una riforma della giustizia proposta dal partito del presidente Aleksandar Vučić, minacciando la sospensione dei fondi destinati a Belgrado previsti dal Piano di Crescita se le nuove leggi non fossero state riviste. Oggi, nonostante l’annunciata revisione, la sospensione sembra sempre più vicina.
Il contesto e le reazioni dell’UE
Le riforme approvate a fine gennaio 2026, conosciute anche come “leggi di Mrdić” dal nome del deputato del partito di governo che le ha promosse, intervengono in maniera critica su vari aspetti dell’organizzazione giudiziaria. Il pacchetto di riforme è stato presentato in parlamento con una procedura d’urgenza, senza la possibilità di un ampio dibattito sul suo contenuto. Le leggi inoltre destano preoccupazioni perché limitano l’autonomia della Procura speciale anti-corruzione e della magistratura, oltre che creare un tribunale speciale per l’EXPO 2027 con giudici vicini al governo e più facilmente influenzabili nel giudicare cause legate all’enorme flusso di denaro che porterà l’evento.
Subito dopo l’adozione del nuovo pacchetto, il portavoce UE per l’Allargamento, Guillaume Mercier, ha criticato le modalità di introduzione della riforma ed in particolare il mancato coinvolgimento della Commissione europea e della Commissione di Venezia. Successivamente, anche il Commissario europeo per la Giustizia, Michael McGrath, ha chiesto di sospendere l’implementazione delle leggi e di avviare una revisione immediata.
In risposta alle pressioni della UE, il guardasigilli serbo Nenad Vujić ha subito annunciato che avrebbe richiesto una valutazione del pacchetto alla Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa che riunisce esperti di diritto costituzionale provenienti dai Paesi membri. Già allora, alcuni Stati membri avevano chiesto alla Commissione europea di considerare la sospensione dei pagamenti alla Serbia previsti nel Piano di Crescita, qualora il parere della Commissione di Venezia non fosse stato preso in considerazione.
Il parere della Commissione di Venezia
Il 16 e 17 marzo, una delegazione della Commissione di Venezia ha visitato Belgrado in preparazione del parere urgente sulle modifiche del pacchetto di riforme richiesto dalla Serbia. La delegazione ha avuto colloqui con molte delle istituzioni coinvolte nell’amministrazione della giustizia, ma anche con organizzazioni della società civile, associazioni professionali di giudici e procuratori, nonché rappresentanti della Delegazione dell’Unione Europea in Serbia e altri partner internazionali.
Il 24 aprile, la Commissione di Venezia ha pubblicato il proprio parere urgente contenente una serie di raccomandazioni. Tra le richieste principali, la Commissione invitava Belgrado a garantire maggiore indipendenza e trasparenza nella gestione delle procure, limitare le nomine provvisorie e i rinnovi dei Procuratori Capo, rafforzare l’autonomia del Dipartimento Speciale per il Cybercrime e sospendere la riorganizzazione del potere giudiziario fino a ulteriori valutazioni.
Successivamente, nella prima metà di maggio, si sono tenuti due ulteriori incontri su richiesta della Serbia e il 9 giugno, la Commissione ha pubblicato un secondo parere di follow-up sulle proposte di modifica del pacchetto avanzate dal paese, operando alcuni aggiustamenti.
I due documenti sono stati al centro della Sessione Plenaria della Commissione del 12 e 13 giugno. Alla plenaria, in cui la Commissione ha sostanzialmente confermato le proprie precedenti decisioni, hanno partecipato il ministro della giustizia Vujić e la presidente dell’Assemblea Nazionale Ana Brnabić. Secondo il guardasigilli serbo, che ha presentato l’esito della plenaria come un successo, gli emendamenti “concordati” con la Commissione saranno attuati quanto prima.
La spada di Damocle della sospensione dei fondi
Nel frattempo, la Commissaria UE per l’Allargamento, Marta Kos, era tornata sul tema della sospensione dei fondi nel corso di un evento all’Università di Friburgo tenutosi lo scorso 4 maggio. “Per il momento, abbiamo fermato tutti i pagamenti dal Piano di Crescita perché c’è stato un arretramento nel settore giudiziario”, ha dichiarato. “Finché questo problema non sarà risolto, non saranno in grado di ottenere il supporto finanziario europeo” ha poi proseguito, riferendosi alla riforma della giustizia. Successivamente, la Commissione Europea aveva tuttavia chiarito che la decisione sulla sospensione non è definitiva.
Dopo il parere della Commissione e la promessa di emendare il pacchetto, la Serbia si è dimostrata pronta ad allinearsi le richieste della UE. Tuttavia, a inizio giugno, la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo ha adottato la relazione annuale sulla Serbia, in cui invita la Commissione europea a sospendere le erogazioni di fondi al paese nell’ambito del Piano di Crescita, alla luce del continuo arretramento dello Stato di diritto nel Paese. Inoltre, durante un intervento dello scorso aprile al Parlamento europeo, la stessa Commissaria Kos aveva sottolineato che, oltre alla piena implementazione delle raccomandazioni della Commissione di Venezia, una delle condizioni per il rilascio dei fondi a Belgrado sarebbe stato garantire la libertà di espressione e l’organizzazione di elezioni libere e giuste.
Le conseguenze di un’eventuale sospensione
L’erogazione dei fondi del Piano di Crescita è effettivamente di per sé subordinata all’attuazione di riforme, comprese quelle relative all’indipendenza della magistratura e alla lotta alla corruzione. A metà gennaio, la Serbia aveva ricevuto una prima tranche di 56,5 milioni di euro, a fronte di una dotazione complessiva di 1,58 miliardi destinata al paese.
Secondo alcuni tuttavia, la sospensione dei fondi sarebbe poco efficace, poiché Belgrado potrebbe reperire risorse alternative, ad esempio dalla Cina. Inoltre, come riporta Osservatorio Balcani e Caucaso, secondo Dušan Reljić, esperto di politica internazionale, i fondi erogati dalla UE non sono sufficienti a stimolare la crescita economica della regione soprattutto se paragonati ai vantaggi economici degli stati membri confinanti. D’altro canto, è innegabile che l’UE rimane il maggiore investitore per Belgrado.
Un eventuale congelamento dei fondi rappresenterebbe un chiaro segnale di un cambio di approccio di Bruxelles nei confronti di Belgrado. Anche se al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva, sembra che adeguarsi al parere della Commissione di Venezia non sarà più sufficiente.
Immagine generata con IA Gemini dall’autore
East Journal Quotidiano di politica internazionale