Si è svolto a Tivat, sulla costa montenegrina, il vertice UE-Balcani occidentali a cui hanno preso parte più di trenta leader europei. La scelta del Montenegro come sede ospitante non è casuale: il paese è tra quelli candidati il più vicino a raggiungere lo status di membro dell’Unione Europea. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, Podgorica ha infatti chiuso vari capitoli negoziali, da ultimo quello sul controllo finanziario. Inoltre il paese è entrato nella fase di stesura del trattato di adesione il mese scorso, passaggio che ha spinto il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa a dichiarare che “per la prima volta dal 2013, l’UE fa partire il conto alla rovescia per il prossimo allargamento”.
Anche le autorità montenegrine mostrano ampio ottimismo. Secondo il primo ministro Milojko Spajić, il paese gode del pieno sostegno degli Stati membri e potrebbe entrare nell’Unione entro il 2028. Parere condiviso anche dal presidente Jakov Milatović, per cui il Montenegro è “pronto per il passo finale verso l’Unione Europea”. La commissaria europea per l’allargamento Marta Kos si è espressa in maniera più cauta, affermando che sia ancora presto per annunciare una data di adesione, evidenziando come rimangano aperte questioni cruciali relative allo stato di diritto e all’allineamento del sistema giudiziario con i principi dell’Ue.
Oltre al Montenegro, gli altri paesi della regione
Non è però solo la lentezza burocratica del processo di adesione a rallentare l’accesso alla famiglia europea di alcuni paesi della regione. Riguardo alla Serbia, ufficialmente candidata dal 2012, Merz ha sostenuto che il paese dovrebbe “decidere dove vede il suo futuro”, affermando che “non è sostenibile la politica che oscilla tra Russia, Cina ed Europa”. Concetto ribadito anche da Costa durante la sua visita a Belgrado pre-summit, che ha identificato come problematiche sia la politica estera filo-russa che la carenza di riforme nel campo della democrazia e dello stato di diritto del paese. Il mese scorso, la commissaria per l’allargamento Kos si era detta preoccupata per le nuove riforme giudiziarie, paventando il congelamento di 1,5 miliardi di euro dei finanziamenti Ue alla Serbia in risposta. Secondo Nenad Stekić, ricercatore all’Istituto di Politica Internazionale ed Economia di Belgrado, è la sempre maggiore dipendenza dell’economia serba dalla Cina che rende possibile per il paese ignorare le richieste di riforma, in quanto può ricevere finanziamenti infrastrutturali dal colosso asiatico senza condizionalità di rispetto dello stato di diritto come vorrebbe invece l’Ue.
L’Albania rimane uno dei candidati più avanti nel processo di integrazione, ma non mancano le tensioni con Bruxelles. C’entra il recente scandalo legato al progetto immobiliare del genero di Donald Trump, Jared Kushner, nell’area protetta di Vjosa-Narta. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza per opporsi a un progetto che danneggerebbe uno degli habitat naturali più importanti del paese e l’opposizione al progetto è arrivata anche dall’Ue, che ha ufficialmente messo in guardia il governo di Tirana contro azioni che potrebbero compromettere il suo percorso di adesione all’UE. La Commissione europea ha citato proprio il progetto legato a Kushner, ribadendo che potrebbe mettere l’Albania in rotta di collisione con le norme ambientali dell’UE, compromettendo la sua capacità di chiudere il capitolo 27 nei negoziati di adesione.
La Macedonia del Nord invece si vede ancora bloccato l’accesso dalla Bulgaria, a causa della mancanza di riconoscimento della comunità bulgara nella sua costituzione. In un recente bilaterale tra le presidenti dei rispettivi paesi, la presidente bulgara Iliana Iotova ha rimarcato come fondamentale questo tassello, insistendo sul dovere di Skopje di rispettare i diritti dei cittadini bulgari e condannare le presunte espressioni di “hate speech” nei loro confronti.
Bosnia e Kosovo rimangono nelle fasi iniziali del percorso di accesso. Se per il Kosovo, che ha presentato domanda di adesione nel 2022, è complicata dal fatto che non tutti gli stati membri ne riconoscono l’indipendenza, per la Bosnia, che nello stesso anno ha ottenuto lo status di paese candidato, lo stallo nelle riforme è ciò che blocca il progresso. In aggiunta, un progetto approvato ultimamente dal Parlamento bosniaco per un gasdotto per ridurre la dipendenza dal gas russo ha attirato critiche da Bruxelles. L’opposizione verteva sul fatto di essere stato assegnato a una compagnia privata, l’americana Aafs Infrastructure and Energy, con nessuna esperienza comprovata e secondo procedure poco trasparenti.
La proposta franco-tedesca per rilanciare l’allargamento
È rimasto al centro del summit il documento informale “Nuovo slancio per l’allargamento”, elaborato da Francia e Germania. L’iniziativa propone un nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai paesi candidati un’integrazione graduale nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico dell’Unione. Il piano potrebbe riguardare, ad esempio, la concessione dello status di osservatori durante le riunioni degli organi europei ai paesi in via di adesione, oppure una maggiore integrazione nell’area dei pagamenti in euro, o ancora l’estensione del roaming di dati a tariffa unica.
Questa integrazione parziale preliminare all’integrazione formale sarebbe per la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen una proposta “molto interessante” nell’ottica di accelerare il processo e renderlo più “credibile”. La lentezza del processo di allargamento degli ultimi anni è infatti dovuta, secondo il cancelliere tedesco Friedrich Merz, a mancanze dell’Ue, che rimarca quanto “il fatto che nessun nuovo membro si sia unito per 13 anni mostra le carenze del blocco”.
In conclusione, da una parte, il summit di Tivat sembra aver rappresentato soprattutto un tentativo dell’Unione Europea di restituire credibilità alla prospettiva di allargamento ai Balcani occidentali. Il forte sostegno espresso verso il percorso di accesso del Montenegro vuole segnalare agli altri paesi che entrare nell’UE è un obiettivo concretamente raggiungibile. Inoltre, se implementata, la proposta franco-tedesca potrebbe offrire una valida alternativa a un percorso di accesso finora dimostratosi poco flessibile rispetto alle situazioni dei diversi paesi e molto burocratico.
Foto: The Brussels Times
East Journal Quotidiano di politica internazionale