Per la prima volta dopo oltre un decennio di potere quasi incontrastato, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha pronunciato le parole che fino a poco tempo fa sembravano impensabili: lascerà la presidenza. La promessa di dimissioni, annunciata dopo diciotto mesi di mobilitazione popolare, rappresenta il riconoscimento più evidente della forza del movimento studentesco che ha cambiato il volto della Serbia. Eppure, la mossa di Vučić non sembra affatto una resa, ma solo l’ennesima recita.
Vučić: una storia politica controversa
L’annuncio delle dimissioni del presidente sono giunte dopo più di un anno e mezzo di proteste e con undici mesi di anticipo sulla scadenza del mandato, e la convocazione di elezioni parlamentari e presidenziali. L’evoluzione politica di Vučić però insegna (impone!) prudenza: più volte il presidente ha evocato un passo indietro salvo poi consolidare ulteriormente il proprio potere in quello che è diventato a tutti gli effetti un vero e proprio regime. Anche questa volta il rischio è evidente: lasciare formalmente la presidenza per continuare a governare da un’altra posizione istituzionale, magari tornando alla guida del governo, oppure mantenendo il controllo assoluto del suo partito, il Partito Progressista Serbo (SNS), trasformando quindi le dimissioni in una semplice operazione cosmetica.
Gli stessi analisti serbi ritengono plausibile uno scenario nel quale il potere rimanga sostanzialmente nelle sue mani nonostante il cambio di incarico. Secondo l’analista Radivoje Grujić, Vučić avrebbe già “un piano”, mentre Florian Bieber, professore all’Università di Graz e tra i maggiori studiosi della politica balcanica, afferma che nonostante le numerose promesse di ritirarsi dalla politica, Vučić “cerca costantemente di rimanere al potere”, anche grazie al sistema da lui creato e che “gli ruota interamente attorno”.
Le tappe di una rivolta epocale…
Se oggi Vučić è costretto a promettere un passo indietro, il merito appartiene agli studenti e alle proteste oceaniche che hanno attraversato il paese per quasi due anni. Tutto iniziò il 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò sedici vittime. Quella tragedia divenne immediatamente il simbolo di un sistema costruito sull’opacità, sulla corruzione e sull’assenza di responsabilità politiche, specchio di un paese che sta cadendo a pezzi. Da quel momento prese forma un movimento destinato a diventare la più grande mobilitazione civile in Serbia dalla caduta di Slobodan Milošević.
Fin dai primi giorni East Journal ha raccontato questa rivolta, descrivendo le università occupate e la nascita della protesta studentesca, il simbolismo delle mani insanguinate divenute emblema della responsabilità politica, la rissa scoppiata nel parlamento serbo quando le tensioni sono entrate fin dentro le istituzioni, la straordinaria staffetta ciclistica verso Strasburgo, con cui gli studenti hanno cercato di rompere il silenzio europeo, fino al congresso propagandistico di Vučić culminato nella clamorosa lettera falsificata letta davanti ai suoi sostenitori.
…e le relative conquiste
Grazie alla loro tenacia, gli studenti hanno ottenuto conquiste importantissime, trasformando una tragedia locale in una questione nazionale: sono così riusciti a mettere il problema della corruzione al centro del dibattito pubblico nazionale (e regionale, si veda il caso del resort del genero di Trump in Albania), hanno costretto alle dimissioni figure di primo piano del governo, incrinando l’immagine di invincibilità costruita dal presidente.
Ma soprattutto hanno riportato decine di migliaia di giovani nelle piazze, nelle università e nella vita politica del paese, a dimostrazione che il popolo coeso può fare la differenza. E questa differenza si è vista pochi giorni fa, quando grazie alla pressione delle ormai leggendarie Blokade, Vučić è stato costretto a mettere sul tavolo la prospettiva delle proprie dimissioni e di elezioni anticipate. Traguardi che, solo due anni fa, sarebbero sembrati irrealistici.
Una partita ancora aperta
Quello di Vučić, tuttavia, ha tutta l’aria di un bluff, di una grande messa in scena per mantenere il potere. Gli scenari possibili che si profilano dopo le dimissioni potrebbero essere tre. Il primo scenario è quello auspicato dal presidente stesso: una transizione controllata, nella quale il cambio di carica non comporti alcun reale cambiamento del sistema costruito negli ultimi dodici anni. In questa ipotesi Vučić potrebbe ricandidarsi come primo ministro o continuare a esercitare il proprio controllo attraverso il partito, mantenendo intatta la struttura di potere.
Il secondo scenario prevede invece elezioni realmente competitive, favorite dalla pressione della società civile e dall’unità costruita dal movimento studentesco. Sarebbe il primo vero banco di prova per verificare quanto consenso conservi ancora il presidente al di fuori dell’apparato mediatico e istituzionale che lo ha sostenuto per oltre un decennio.
Esiste infine un terzo scenario, forse il più insidioso: quello dell’instabilità. Un paese profondamente polarizzato, con istituzioni logorate, una società civile mobilitata ma ancora priva di una leadership politica condivisa e un potere che potrebbe scegliere la strada – già ampiamente battuta – della repressione o della delegittimazione permanente degli avversari. Sono numerosissimi gli episodi di intimidazione contro studenti, professori e manifestanti registrati negli ultimi mesi, a riprova che questa eventualità non può – e non deve – essere esclusa.
La sola certezza evidente
Nonostante le ipotesi, una certezza emerge limpida: la Serbia degli ultimi diciotto mesi è cambiata, non è più quella che Vučić governava incontrastato. Gli studenti hanno infatti dimostrato che anche un sistema costruito sul controllo dei media, sul clientelismo e sulla propaganda più corrosiva può essere messo in discussione dalla perseveranza di una mobilitazione civile pacifica. Questo elemento è importantissimo, poiché gli studenti hanno restituito una dignità enorme alla protesta, trasformando la richiesta di giustizia per le vittime di Novi Sad in una domanda collettiva e improrogabile di democrazia.
Per questo motivo la promessa di dimissioni del presidente Vučić non ci deve trarre in inganno. Essa non rappresenta affatto la conclusione della storia: dopo tutto nel paese rimangono ancora milioni di elettori che sostengono Vučić e che potrebbero credere alla sua promessa o, comunque, considerarla positiva. Quel che è certo è che buona parte del paese non gli crede più, e che questa promessa di dimissioni incarna l’ultimo capitolo della più importante sfida democratica vissuta dalla Serbia nel XXI secolo. E, forse, il primo vero segnale che il potere di Aleksandar Vučić non è più invulnerabile.
Foto: Reuters.com
East Journal Quotidiano di politica internazionale