A più di un mese dalla caduta del governo guidato da Ilie Bolojan, la Romania torna al punto di partenza.
La soluzione immaginata dal presidente Nicușor Dan, quella di un governo tecnico guidato da Eugen Tomac, non è arrivata nemmeno al voto di fiducia. Alla scadenza del termine costituzionale, previsto per domenica, giorno entro il quale la lista dei ministri e il programma di governo avrebbero dovuto essere depositati obbligatoriamente in Parlamento, Tomac ha rinunciato al mandato.
La sua designazione era stata presentata come un tentativo di uscire dall’impasse dopo la caduta del governo Bolojan promossa dal Partito Social Democratico (PSD) a causa delle misure di austerità che il premier stava implementando; mozione di sfiducia per la quale i social democratici avevano votato assieme all’estrema destra. Dan aveva sostenuto che, proprio perché le forze politiche non riuscivano a trovare un accordo, l’unica soluzione possibile fosse un primo ministro non legato agli equilibri parlamentari. Tomac, da parte sua, aveva annunciato l’intenzione di proporre un “governo tecnico, non politico”. Ma la formula si è rivelata fragile fin dall’inizio: anche un governo tecnico, in una democrazia parlamentare, ha bisogno dei voti dei partiti.
Il nodo decisivo è stato il sostegno parlamentare. In cambio della fiducia, il PSD ha presentato a Tomac una lista di misure da inserire nel programma di governo. I socialdemocratici hanno chiesto innanzitutto l’abbandono delle politiche di austerità e l’inserimento di un pacchetto anti-inflazione, con la riduzione dell’IVA su alimenti e medicinali, l’aumento del salario minimo dal 1° luglio 2026, tagli fiscali e incentivi per i redditi bassi e medi, stop alle tasse per madri, veterani e persone con disabilità. A queste richieste si aggiungevano altre misure economiche che il premier designato si era mostrato disponibile ad accogliere, secondo quanto lasciava intendere il leader socialdemocratico Sorin Grindeanu. Ma proprio questa dinamica ha reso ancora più evidente la contraddizione della formula iniziale: un esecutivo presentato come tecnico sarebbe nato, di fatto, da una trattativa politica molto esplicita sul programma di governo.
Domenica mattina, dopo la rinuncia di Tomac, Dan ha designato Adrian Veștea come nuovo candidato alla carica di primo ministro. La scelta segna un cambio di passo evidente: dopo aver sostenuto che solo un governo tecnico avrebbe potuto portare la Romania fuori dallo stallo, il presidente ha affermato che, nelle nuove condizioni, la soluzione più adatta è un governo politico. Il problema, però, resta lo stesso: trovare una maggioranza in Parlamento e costruire un programma capace di tenere insieme partiti che, nelle ultime settimane, hanno dimostrato di non riuscire a farlo.
Adrian Veștea è una figura interna al Partito Nazional Liberale (PNL). Ex ministro dello Sviluppo durante il mandato presidenziale di Klaus Iohannis e attuale presidente del Consiglio provinciale di Brașov, ha rivendicato un percorso politico e amministrativo di lungo periodo: trent’anni nel PNL, l’ingresso come semplice consigliere locale, tre mandati da sindaco, tre mandati da presidente del Consiglio provinciale e circa un anno e mezzo al governo come ministro. La sua designazione, quindi, non ha nulla della neutralità tecnica attribuita pochi giorni prima a Tomac: Veștea rappresenta una soluzione apertamente politica, radicata nel PNL e nella sua esperienza amministrativa territoriale.
Nei giorni successivi alla caduta del governo, Veștea aveva dichiarato che avrebbe continuato a sostenere il proprio leader di partito solo finché avesse ritenuto necessari e benefici per la Romania i progetti di Bolojan. Una presa di posizione che oggi torna rilevante, perché la sua candidatura nasce dentro la stessa crisi che ha travolto Bolojan e dentro un PNL chiamato a decidere se ripartire da una nuova formula politica o restare legato alla linea precedente. Veștea dovrà ora dimostrare di poter fare ciò che Tomac non è riuscito a fare: trasformare le consultazioni in una maggioranza reale.
Il quadro istituzionale resta quello previsto dall’articolo 103 della Costituzione romena. Il candidato premier ha dieci giorni dalla designazione per chiedere il voto di fiducia del Parlamento sul programma di governo e sulla lista dei ministri. Prima del voto in seduta comune, i ministri proposti dovranno essere ascoltati dalle commissioni parlamentari competenti, che esprimeranno un parere consultivo. Solo dopo l’eventuale voto favorevole, il presidente potrà nominare formalmente il governo con decreto. In teoria, dunque, il percorso è chiaro. In pratica, la crisi politica resta aperta.
Il passaggio da Tomac a Veștea mostra soprattutto la difficoltà del presidente Dan nel trovare una via d’uscita stabile. Prima la tecnocrazia, presentata come alternativa al fallimento dei partiti; poi, nel giro di pochi giorni, il ritorno alla politica di partito come unica strada praticabile. La Romania ricomincia così da capo, con un nuovo premier designato, una nuova trattativa parlamentare e gli stessi interrogativi di prima: chi sosterrà il governo, a quali condizioni, e per quanto tempo potrà davvero reggere.
Foto: Libertatea.ro
East Journal Quotidiano di politica internazionale