Due milioni e mezzo di cittadini chiamati alle urne, diciotto forze politiche, e una società polarizzata su praticamente tutti i temi più importanti. I più controversi riguardano il processo di pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, nonché l’orientamento della politica estera verso Russia e Unione Europea, e le tensioni tra il governo e la Chiesa apostolica armena. Ecco una guida per capire le elezioni più geopolitiche che il paese abbia mai visto.
Nikol Pashinyan contro tutti
Al centro c’è il protagonista della rivoluzione di velluto: Nikol Pashinyan. Premier uscente che da giornalista è diventato un politico esperto, con il suo partito Contratto Civile. Da queste elezioni si capirà se la sua “vera Armenia”, contrapposta alla narrazione dell’ “Armenia storica” ferma a logiche revansciste e al culto del trauma della guerra con l’Azerbaijan e del genocidio, abbia un effettivo riscontro elettorale o meno. Nonostante i sondaggi diano Contratto Civile al primo posto con circa il 32% dei voti, il Primo Ministro si trova di fronte a una galassia di avversari. In modo particolare sono tre i maggiori schieramenti anti-Pashnyan: il blocco apertamente filorusso “Armenia forte” del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan; “Alleanza Armenia” dell’ex presidente Robert Kocharyan, e “Armenia Prospera” del magnate Gagik Tsarukyan. I tre schieramenti contestano aspramente la svolta pro-UE di Pashinyan e la sua gestione dei negoziati con Baku. Per questo motivo il Primo Ministro li chiama “partito della guerra a tre teste”, sostenendo che una loro vittoria provocherebbe un’immediata reazione militare azera, da cui il Paese non sarebbe in grado di difendersi. Inoltre, il quadro politico è caratterizzato da forti tensioni tra il governo e la Chiesa apostolica, che continua a godere del sostegno di una parte significativa delle forze di opposizione. Negli ultimi mesi, diversi esponenti religiosi e politici sono stati coinvolti in procedimenti giudiziari. Tra questi anche Samvel Karapetyan attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di aver incitato al sovvertimento dell’ordine costituzionale e di aver commesso reati di natura finanziaria.
Negoziati con l’Azerbaijan
Dal canto suo, Pashinyan ritiene che una pace duratura dipenda da un accordo vantaggioso per entrambe le parti. La dichiarazione di Washington firmata nell’estate del 2025, che ha definito un quadro per la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaijan, andrebbe in questa direzione. Nonostante la firma del trattato di pace resti subordinata alla richiesta di Baku cambiare la costituzione, eliminando qualsiasi vera o presunta (più presunta che vera) allusione al Nagorno Karabakh, cosa decisamente non semplice e che richiede una maggioranza in parlamento di 2/3 e un referendum confermativo, Pashinyan e Aliyev si sono impegnati con il Tycoon a riconoscere l’inviolabilità dei rispettivi confini. La dichiarazione di Washington prevede, tra le tante cose, l’istituzione della TRIPP, la Trump Route for International Peace and Prosperity, che altro non è che il corridoio di Zangezour per legare via terra, e passando per il territorio armeno, l’exclave del Nakhichevan con il resto dell’Azerbaijan. L’ambizioso piano di Pashinyan punta a inserire questa infrastruttura all’interno del Corridoio di Mezzo, rete di trasporto europea nell’ambito del Global Gateway come rotta commerciale alternativa a quelle tradizionali, trasformando l’Armenia in uno snodo decisivo tra Oriente e Occidente. Il prerequisito affinché ciò avvenga però, non può che essere la normalizzazione dei rapporti tra Yerevan e Baku e tra Yerevan e Ankara, con l’apertura dei rispettivi confini.
Politica estera: quanto può reggere la politica “delle due sedie”?
L’espressione armena նստել երկու աթոռի վրա, “sedersi su due sedie”, descrive bene la logica di una politica estera multivettoriale, volta a mantenere relazioni utili con attori diversi. È una strategia tipica dei paesi più piccoli che devono evitare di rimanere schiacciati da altre potenze e che quindi preferiscono mantenere buoni rapporti con tutti. Per anni l’Armenia ha applicato questa politica con un discreto successo. Pur restando uno degli alleati più vicini della Russia nel Caucaso, e facendo quindi parte di tutte le organizzazione atte a mantenere salda l’influenza di Mosca nello spazio post-sovietico, come il CSTO, CIS e UEE, Yerevan ha sempre cercato di migliorare i rapporti con Washington e soprattutto con Bruxelles. Il paese ha anche ospitato due importanti summit europei a inizio maggio e ha firmato diverse partnership strategiche con alcuni paesi europei come Francia e Germania. Il dubbio però è: quanto si può andare avanti in questo modo? La Russia è percepita come instabile e inaffidabile, mentre con l’UE ci sono margini per approfondire ulteriormente le relazioni. Qui si inserisce però il rischio delle aspettative irrealistiche: parlare di adesione UE può produrre consenso interno, ma anche frustrazione, soprattutto se Bruxelles non offre un percorso relativamente ragionevole sul piano delle tempistiche. Parlare di scegliere tra Mosca e Bruxelles rischia di ridurre un problema strategico complesso a una dicotomia rigida, come fu nella Georgia post-2008 . In realtà, la sopravvivenza politica e la sicurezza dell’Armenia dipendono da una diversificazione più ampia e pragmatica, non da una sostituzione meccanica di un polo con un altro. Tuttavia il 9 maggio, Vladimir Putin ha invitato Yerevan a indire un referendum tra l’integrazione con l’Ue e la permanenza nell’Unione economica eurasiatica. Il leader russo ha evocato lo “scenario ucraino”, ribadendo la narrativa secondo cui nel 2014 la crisi sarebbe nata dalla volontà di Kyiv di avvicinarsi a Bruxelles. Una linea ribadita il 29 maggio nel comunicato finale del vertice di Astana, in cui i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno paventato la sospensione di Yerevan dal blocco. Inoltre Mosca ha anche ordinato lo stop alle importazioni di alcuni prodotti armeni e Reuters rende noto che il Cremlino avrebbe ideato un’operazione per portare ai seggi circa 100 mila elettori armeni residenti in Russia.
East Journal Quotidiano di politica internazionale