Niente dimissioni da parte del presidente della Repubblica, Tamás Súlyok. Uno smacco per il governo di Péter Magyar?
Da BUDAPEST – E alla fine, alla mezzanotte del 31 maggio il Presidente della Repubblica, Tamás Súlyok, non si è dimesso. E con lui sono rimasti al loro posto anche il procuratore generale Gábor Bálint Nagy, il presidente della Corte Costituzionale Péter Polt e quello della Corte dei Conti László Windisch. Un primo, duro colpo per il governo e per Péter Magyar, in particolare, che il giorno della vittoria elettorale ne aveva chiesto il volontario allontanamento.
La richiesta era diventata un ultimatum, il giorno dell’insediamento del governo, il 9 maggio. Da allora Súlyok ha fatto orecchie da mercante e solo la sera del 31 maggio con un videomessaggio su Facebook ha dichiarato che no, le dimissioni non ci sarebbero state. In conformità coi principi costituzionali, ha anche affermato che “la dignità del mandato presidenziale esige da me fermezza, l’amore per il diritto costanza, la Patria fedeltà, la nazione rispetto”.
A poche ore dalla felice conclusione delle trattative a Bruxelles che hanno visto il possibile sblocco di 16 miliardi di euro di fondi europei, Magyar si trova a dover gestire un affare interno che ha tutta l’aria di diventare una crisi istituzionale.
Lo stato della crisi
Accantonata l’idea di impeachment, di fatto impraticabile perché a decidere in ultima istanza la rimozione del Presidente non è il Parlamento (i due terzi sono di Tisza), ma la Corte costituzionale (ancora in mano a Fidesz), Magyar sceglie di avviare una modifica costituzionale diretta. L’obiettivo è quello di ridurre i poteri presidenziali o di accorciarne il mandato.
Secondo il costituzionalista Gábor Attila Tóth, la modifica potrebbe avvenire in due fasi. La prima è di negative costitution-making, invalidando le norme che sorreggono l’ordine giuridico autocratico per ripristinare i requisiti minimi della democrazia costituzionale. La seconda fase è di positive costitution-making, con l’adozione di nuove leggi costituzionali. Il nodo centrale è che la maggioranza dei due terzi del Parlamento non basta. In base alla Legge fondamentale, infatti, nel caso in cui Súlyok ritenesse incostituzionale un emendamento votato dal Parlamento, questo andrebbe deferito alla Corte costituzionale, il cui presidente, fedelissimo di Orbán, ha trenta giorni di tempo per pronunciarsi sulla sua eventuale costituzionalità.
Un veto politico implicherebbe il riesame dell’emendamento costituzionale da parte del Parlamento e, una volta fatto, Súlyok sarebbe tenuto a firmarlo indipendentemente dalla risoluzione o meno delle obiezioni. Un veto costituzionale, al contrario, ne ritarderebbe (e di molto) l’entrata in vigore.
Il governo Magyar si trova così davanti alla trappola costituzionale costruita da Fidesz: un sistema in cui coloro che dovrebbero garantire il buon funzionamento delle istituzioni lo bloccano attraverso un gioco di veti. L’unica soluzione per Magyar è quella di trovare percorsi costituzionalmente legittimi per neutralizzare i veto-players.
Le sfide da affrontare e le soluzioni da trovare
Come aveva anticipato qualche giorno fa anche il filosofo János Kis, primo presidente dell’Associazione dei Liberi Democratici (SzDSz) e professore emerito della Central European University (CEU), non tutti i problemi possono essere risolti con la maggioranza dei due terzi in Parlamento. Ampio è il consenso sul fatto che non sia possibile costruire un nuovo ordine democratico sull’attuale Legge Fondamentale e altrettanto ampio è l’accordo sull’urgenza dei cambiamenti. Eppure, pur avendo Magyar i numeri per cambiare tutto, se li usa nel modo sbagliato – frettolosamente, senza dibattito, senza consenso – rischia di riprodurre la stessa logica di Orbán.
Kis individua due ordini di problemi per il nuovo governo Tisza: i funzionari filo-Fidesz che, rimanendo in carica, rischiano di paralizzare l’operato dell’esecutivo; e la riscrittura della Costituzione, che oltre al consenso iniziale ha bisogno di solidità per armonizzare principi, esigenze, aspirazioni e interessi diversi.
L’errore più grave che Magyar potrebbe commettere sarebbe quello di confondere le due operazioni politiche che è stato chiamato a compiere dopo la vittoria elettorale: la distruzione dell’ordine autocratico (urgente, da fare subito con i due terzi del Parlamento) e la costruzione di un nuovo ordine costituzionale (lenta, da fare con ampio consenso e partecipazione sociale).
A ben vedere, ciò che l’Ungheria si trova ad affrontare in questo momento storico non è più una semplice transizione politica. È piuttosto una resa dei conti che va oltre le questioni personali e che ha prodotto una pericolosa impasse.
Ci si chiede ora se ci sarà sufficiente volontà e abilità per la ri-democratizzazione del paese. In definitiva, si tratta di capire se l’Ungheria possa passare da un ordine costituzionale concepito per preservare il potere a uno in grado di limitarlo. Il successo non dipenderà dall’esistenza di ostacoli istituzionali, ma dalla capacità – da parte di coloro ai quali è stato affidato il potere – di ripristinare la democrazia costituzionale. La posta in gioco è alta.
Vincere le elezioni è stata, forse, la cosa più facile.
Foto: Forbes.hu
East Journal Quotidiano di politica internazionale