La Commissione europea è pronta a sbloccare fino a 16 miliardi di euro di fondi europei al nuovo governo ungherese di Péter Magyar. Lo ha annunciato la presidente Ursula von der Leyen, venerdì 29 maggio.
A sole due settimane dall’inaugurazione del nuovo governo Tisza (PPE), dopo le elezioni del 12 aprile, “già si sente un forte vento di cambiamento“, ha affermato von der Leyen durante la conferenza stampa congiunta con il neo premier ungherese.
Ma oltre agli aspetti simbolici, bisogna passare ai fatti. Bruxelles e Budapest hanno passato le scorse settimane a negoziare una tabella di marcia forzata per le riforme che l’Ungheria deve adottare entro fine agosto – scadenza ultima per i fondi post-covid.
Le promesse del governo Magyar per sbloccare i fondi UE
A livello di riforme strutturali, l’Ungheria si è impegnata a combattere la corruzione e la cattura dello Stato. Il 14 maggio, giorno successivo all’inaugurazione del governo, Budapest ha aderito alla Procura europea (EPPO), organismo di cooperazione rafforzata per combattere le frodi sui fondi UE. Il governo Magyar si è inoltre impegnato a rafforzare l’Autorità anti-corruzione e a rivedere la legge sugli appalti pubblici.
Il governo Magyar ha inoltre concordato con Bruxelles un elenco di investimenti fattibili entro agosto da inserire nella revisione del PNRR ungherese, attesa nei prossimi giorni. A condizione che le riforme vengano adottate e gli investimenti realizzati, l’Ungheria potrà beneficiare di fino a 10 miliardi di euro per progetti sull’energia, l’edilizia residenziale, i trasporti e le piccole e medie imprese, tra gli altri.
Sui fondi di coesione, von der Leyen ha annunciato progressi sui “super-traguardi”, le milestone fondamentali per sbloccare 4,2 miliardi di euro finora congelati per via della condizionalità sullo Stato di diritto.
Infine, l’Ungheria si è impegnata a eliminare gradualmente i trust di pubblico interesse (PIT), fondazioni private che presentano un alto rischio di cattura dello Stato e che coprivano settori sempre più ampi dell’economia ungherese, a partire dalle università. Garantire la libertà accademica porterà a Budapest lo sblocco di altri 2,2 miliardi di euro di fondi di coesione. Se così fosse, Von der Leyen ha annunciato che i giovani ungheresi, che ne sono esclusi dal 2023, potranno ricominciare a beneficiare del programma Erasmus già dal prossimo anno.
Troppo buona con Budapest? Il dilemma della condizionalità di bilancio
L’annuncio di von der Leyen non ha mancato di sollevare critiche tra gli osservatori. Secondo Eric Maurice, analista dell’European Policy Centre, l’accordo rappresenta una buona notizia per le relazioni UE-Ungheria e per la posizione interna di Magyar, ma non affronta la sfida di lungo periodo del ripristino dello Stato di diritto. “Nel breve termine, lo sblocco dei fondi consentirà a Magyar di dimostrare agli elettori che il cambiamento democratico può produrre risultati concreti.”
Tuttavia, secondo Maurice, “la Commissione rischia di ripetere l’errore commesso con la Polonia nel 2024: anticipare i finanziamenti sulla base di impegni iniziali anziché attenderne l’effettiva messa in atto” e le necessarie garanzie di sostenibilità. Così facendo, perde l’opportunità di costruire un modello per il ripristino dello stato di diritto dopo la cattura illiberale,
Dopo le elezioni del 2023, il governo polacco di Donald Tusk si è scontrato con il potere di veto del Presidente della Repubblica Nawrocki e dei giudici nominati dalle strutture politicizzate dal PiS nello scorso decennio. Il ristabilimento dello stato di diritto in Polonia procede a rilento. In Ungheria, Magyar può fare affidamento su una maggioranza in grado di cambiare la costituzione, ma dovrà anche lui vedersela con un capo di stato orbaniano e giudici costituzionali ostili, che potrebbero mettergli i bastoni tra le ruote.
Solo settimana scorsa, i professori John Morijn (Groninga) e Kim Lane Scheppele (Princeton), scrivendo per Verfassungsblog, avevano illustrato i dilemmi che attendono le relazioni UE-Ungheria e fatto appello a preservare gli strumenti della condizionalità di bilancio, che hanno avuto tanto impatto nei casi di Polonia e Ungheria nello scorso decennio.
Resta aperta la procedura articolo 7 contro Budapest
I contatti continuano, e giugno sarà un mese cruciale. Domani stesso, 2 giugno, il Commissario europeo alla Giustizia, Michael McGrath, sarà a Budapest per discutere di nuovo i dettagli dei passi avanti attesi dalle istituzioni UE. Il 5 giugno si terrà invece a Bruxelles il Consiglio UE su giustizia e affari interni.
E il 16 giugno il Consiglio UE discuterà ancora una volta della procedura articolo 7 aperta nel 2018 dal Parlamento europeo contro l’Ungheria per gravi violazioni dei valori europei – giusto a seguito della recente sentenza del 21 aprile sulla legge ungherese del 2021 sulla “tutela dei minori”, in cui la Corte di Giustizia UE ha per la prima volta riscontrato una violazione diretta dei valori europei enunciati all’articolo 2 del Trattato.
Von der Leyen ha ricordato venerdì a Magyar la necessità di passi avanti sulle leggi anti-LBGT, e il governo ungherese ha annunciato il proprio impegno per arrivare alla chiusura al più presto della procedura. Ma le questioni aperte sono tante, e l’urgenza è minore rispetto allo sblocco dei fondi.
Intanto, il 20 maggio è stato presentato un disegno di legge costituzionale per abolire l’Ufficio di Protezione della Sovranità, da anni oggetto di critiche. E tre giorni dopo, il 22 maggio, il governo ha ritirato la notifica di denuncia dello Statuto di Roma, garantendo che l’Ungheria resterà membro della Corte Penale Internazionale.
Foto: MTI/EPA/Olivier Hoslet
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