Il Parlamento europeo denuncia il deterioramento dello stato di diritto e l’uso distorto dei fondi comunitari in Slovacchia, e chiede alla Commissione di applicare gli strumenti di condizionalità. Sul banco degli imputati le riforme del governo Fico, lo smantellamento dell’anticorruzione e gli attacchi a media e minoranze
Dopo Budapest, Bratislava. Nel silenzio sospeso dell’emiciclo di Strasburgo, a pochi giorni dall’annuncio del nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar, la rappresentante del Consiglio dell’Unione europea scandisce: “I nostri valori comuni non sono negoziabili”. Destinataria del messaggio è la Slovacchia di Robert Fico, finita al centro di un (nuovo) processo politico che assomiglia sempre più al copione già visto con l’Ungheria di Viktor Orbán.
La risoluzione approvata lo scorso 20 maggio dal Parlamento europeo – 347 i voti a favore, 165 i contrari e 25 le astensioni – parla di deterioramento dello stato di diritto, dei diritti fondamentali e della gestione dei fondi Ue e chiede alla Commissione di valutare se a Bratislava vi sia già oggi un “chiaro rischio di grave violazione” dei valori fondanti dell’Unione.
Condizionalità: scudo o punizione?
Il testo accolto dall’emiciclo chiede esplicitamente di attivare o rafforzare tre leve: nuove procedure di infrazione, il regolamento sulla condizionalità di bilancio e, se necessaria, la procedura dell’articolo 7 del Trattato Ue, cioè il meccanismo con cui l’Unione può sanzionare uno Stato che viola i suoi valori fondamentali.
Le riforme penali di Fico erano già finite nel mirino dell’Europarlamento e di varie Ong, con la coalizione Liberties che nel suo Rule of Law Report 2025 ha inserito la Slovacchia tra i cinque dismantlers (in italiano diremmo “rottamatori”) della democrazia liberale in Europa.
Dal banco del Consiglio, la ministra cipriota Marilena Raouna sottolinea che la condizionalità sullo stato di diritto non è una punizione, ma un meccanismo “preventivo e protettivo” per garantire che il denaro dei contribuenti europei sia speso “in modo legale e responsabile”. Il ciclo annuale sullo stato di diritto viene presentato come strumento cooperativo per individuare in anticipo le debolezze sistemiche e correggerle, ma il fatto stesso che la Slovacchia arrivi in plenaria con una risoluzione dedicata mostra che, in questo caso, la dimensione sanzionatoria non appare più soltanto di natura teorica.
Anticorruzione svuotata dalla riforma penale
Nel suo intervento, il commissario europeo alla giustizia Michael McGrath parte dal Rapporto sullo Stato di diritto 2025, che aveva già certificato gli effetti della riforma penale voluta dal governo Fico sulla lotta alla corruzione. La chiusura della Procura speciale e la riorganizzazione della National Crime Agency, già finite sotto la lente del Consiglio d’Europa, hanno comportato ritardi nei fascicoli trasferiti e un calo significativo dei casi di corruzione trattati, compresi quelli di competenza della Procura europea (EPPO) quando sono in gioco fondi comunitari.
Un altro nervo scoperto riguarda poi i whistleblower. Nel dibattito in Aula viene ricordato come, nel novembre 2025, EPPO abbia scritto alla Commissione per segnalare che le modifiche proposte alla legge slovacca sulla protezione di coloro che avanzano segnalazioni risultano in contrasto con i principi comunitari, introducendo anche effetti retroattivi su casi in corso.
Media, società civile e fondi Ue nel “modello illiberale”
L’Eurocamera ha constatato l’assenza di progressi nel garantire la governance indipendente dei media di servizio pubblico e nel migliorare sicurezza fisica e ambiente di lavoro dei giornalisti, registrando in parallelo una pressione crescente sulle Ong e sui difensori dei diritti umani.
Già nel 2024 il Centro nazionale slovacco per i diritti umani metteva in guardia da un «significativo indebolimento dello stato di diritto», con attacchi politici ai giudici, stigmatizzazione di associazioni e Ong e interferenze sulla libertà di assemblea. Un anno dopo, nel 2025, diverse analisi sul disegno di legge sulle Ong hanno letto i tentativi di etichettare le organizzazioni civiche come “agenti stranieri”, sulla base di strategie già viste in Russia e Ungheria.
Al centro delle preoccupazioni c’è poi la revisione dell’articolo 7 della Costituzione slovacca, ritenuto responsabile di mettere in discussione i principi di primato, autonomia, effettività e applicazione uniforme del diritto comunitario. Proprio per questo, lo scorso novembre, la Commissione ha aperto una procedura di infrazione; la risposta del governo è ora oggetto di analisi.
Sullo sfondo la dimensione finanziaria, a metà tra lo sprint sull’uso dei fondi ricevuti nell’ambito del Piano di ripresa e resilienza e il nodo trasparenza. Il richiamo va all’aprile 2025, quando la Procura europea aprì un’indagine sull’uso improprio di fondi destinati agli aiuti militari all’Ucraina che ha portato all’arresto di otto persone in Slovacchia per un danno stimato di 7,4 milioni di euro al bilancio comunitario.
Un laboratorio per l’Europa centro‑orientale
Il caso slovacco diventa così un laboratorio per testare la capacità dell’Unione di reagire a una deriva illiberale in un Paese medio‑piccolo dell’Europa centro‑orientale. Per l’opposizione e la società civile di Bratislava, l’eventuale piena attivazione della condizionalità sarebbe un argine allo smantellamento delle strutture anticorruzione, alla cattura dei media pubblici e alla marginalizzazione delle minoranze. Da parte del governo Fico, al contrario, la stretta europea rischia di alimentare la narrativa di un’Ue ostile e ipocrita, funzionale a consolidare il consenso interno e a presentare le critiche esterne come interferenze da parte delle élite occidentali.
Il messaggio che riecheggia da Strasburgo è che senza rispetto dello stato di diritto non può esserci pieno accesso ai benefici dell’integrazione, a cominciare dai fondi. Quel che resta da capire è se, di fronte a un “manuale per autocrati” applicato in scala slovacca, l’arsenale giuridico e politico dell’Unione basterà a invertire la rotta o se al mosaico illiberale nel cuore dell’Europa è destinato ad arricchirsi di un nuovo tassello per tentare di compensare, almeno in parte, la fuoriuscita di Orbán.
Foto: TASR
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