ALBANIA: Il paese non è in vendita. L’intervista agli attivisti di PPNEA

DA TIRANA. Dall’altra parte del mare si è alzata una tempesta. Vento e onde però non c’entrano: la tempesta che sta attraversando l’Albania è nata e si alimenta ogni giorno di più attorno al movimento di protesta contro il progetto legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump, per la realizzazione di un complesso turistico di lusso in una delle aree costiere più pregiate del paese, tra la laguna di Narta e l’isola di Sazan, territori di straordinario valore naturalistico che ospitano importanti rotte migratorie di uccelli e una delle più significative colonie di fenicotteri dei Balcani.

Quella che inizialmente sembrava una mobilitazione circoscritta ad associazioni ambientaliste e gruppi locali si è rapidamente trasformata in un movimento nazionale: decine di migliaia di persone scendono regolarmente in piazza in tutto il paese per denunciare vari aspetti di una questione sempre più complessa: l’opacità delle procedure autorizzative del progetto, i rischi della privatizzazione del patrimonio naturale e la crescente influenza dei grandi investitori sulle scelte politiche interne (si veda il caso degli Emirati arabi nei Balcani). Una protesta che cresce di settimana in settimana e che sta mettendo il governo albanese di fronte a una delle più delicate sfide degli ultimi anni.

East Journal ha già pubblicato un articolo a riguardo e continuerà a seguire la vicenda; tuttavia abbiamo ritenuto opportuno andare direttamente sul campo, tra Tirana, Valona e la zona interessata dal progetto, per parlare con gli attivisti e i sostenitori delle proteste. Di seguito proponiamo l’intervista con Denisa e Aulon, due attivisti di PPNEA, la più importante organizzazione non governativa ambientalista del paese.

Qual è stata la scintilla che vi ha spinto a mobilitarvi contro questo progetto?

La scintilla è scoccata quando molti cittadini hanno compreso che non si tratta soltanto di un investimento turistico, ma che sul piatto c’è qualcosa di molto più importante: per gli oppositori del progetto, il maxi-resort rappresenta un punto di non ritorno, l’ennesimo caso in cui un territorio di straordinario valore ambientale rischia di essere sacrificato in nome dello sviluppo economico sempre più insostenibile.  

Chi sta scendendo in piazza?

In un primo momento a mobilitarsi sono stati soprattutto ambientalisti, biologi e associazioni impegnate nella tutela della laguna. Poi il fronte della protesta si è progressivamente allargato e alle manifestazioni hanno iniziato a partecipare pescatori preoccupati per l’equilibrio dell’ecosistema marino, operatori turistici che temono un modello di sviluppo fondato sull’esclusività e sulla privatizzazione degli spazi costieri, giovani studenti, professionisti e membri della diaspora albanese rientrati nel paese per sostenere la mobilitazione. Quest’ultimo aspetto è stato fondamentale.

Insomma, una mobilitazione trasversale e trans-generazionale. Come è cambiata la percezione del progetto negli ultimi mesi?

All’inizio il progetto era stato accolto da molti come una promessa di investimenti e nuovi posti di lavoro, ma con il passare del tempo sono emersi interrogativi sempre più insistenti sulla trasparenza delle procedure, sulla totale esclusione dell’opinione pubblica a riguardo, sull’impatto ambientale e sul ruolo esercitato dai grandi investitori nelle decisioni politiche. Nessuno ha chiesto la nostra opinione, abbiamo appreso del progetto a cose fatte, e questo è inaccettabile.

I sostenitori del progetto vi accusano di essere contrari a qualsiasi investimento straniero. È così?

È un’accusa “strategica” perché evita di affrontare il fulcro della questione: nessuno di noi è contrario agli investimenti stranieri, ma siamo contrari all’idea che, per attirare capitali, l’Albania debba rinunciare alle proprie regole ambientali e al proprio patrimonio naturale. Un investitore che rispetta il territorio è il benvenuto. Il problema nasce quando sembra che le regole vengano adattate alle esigenze dell’investitore e non il contrario.

Durante alcune manifestazioni si sono registrati momenti di tensione con le forze dell’ordine. Come avete vissuto questi episodi?

Per molti manifestanti è stato uno shock. La maggior parte delle persone presenti erano cittadini comuni: studenti, pensionati, pescatori che protestavano pacificamente. Alcuni denunciano un uso sproporzionato della forza e chiedono che venga fatta luce. Al di là delle responsabilità individuali, ciò che ci preoccupa è il messaggio politico: quando migliaia di cittadini scendono in piazza e chiedono di essere ascoltati, la risposta dovrebbe essere il dialogo, non lo scontro.

Alcuni residenti sperano di lucrare vendendo terreni o aprendo attività turistiche. Non correte il rischio di difendere una visione elitaria dell’ambiente?

La vera élite è quella che può comprare isole e interi tratti di costa. Noi difendiamo l’accesso pubblico al territorio. Quando arrivano i grandi resort, spesso i benefici si concentrano nelle mani di pochi mentre i costi ambientali si abbattono su tutta la comunità. Questo è un aspetto che non si smette mai di sottovalutare.

Perché il governo sembra disposto a sostenere questi progetti nonostante le proteste?

Perché qui da noi esiste una visione dello sviluppo che misura il successo soltanto in base al volume degli investimenti. Noi crediamo che uno stato debba valutare anche ciò che rischia di perdere: biodiversità, paesaggio, ma anche identità culturale. Ed è esattamente quello che sta capitando adesso in Albania.

Pensate che il governo stia favorendo investitori politicamente influenti? Il coinvolgimento della famiglia Trump ha avuto un peso politico nelle autorizzazioni? 

Sicuramente è legittimo chiedersi perché alcuni progetti procedano con una velocità e una flessibilità amministrativa che i cittadini comuni e le piccole imprese non sperimentano mai. Per quanto riguarda il peso politico della famiglia Trump, crediamo che sia una domanda da rivolgere alle istituzioni. Sicuramente visto l’enorme rilievo della famiglia coinvolta sarebbe necessaria una maggiore trasparenza: più il soggetto è potente, più rigorosi dovrebbero essere i controlli.

Alcuni vi accusano di usare l’ambiente come pretesto per attaccare il governo di Edi Rama.

Dalle manifestazioni emerge chiaramente la volontà del popolo albanese: vogliamo sbarazzarci di una classe politica corrotta e attaccata alla poltrona. Chiediamo irrevocabilmente le dimissioni del Primo ministro e del suo governo. Ma ci teniamo anche a ribadire che per noi è altrettanto importante l’aspetto della sostenibilità: gli ecosistemi non hanno colore politico. Se domani un altro governo sostenesse un progetto simile, saremmo ugualmente contrari.

L’Albania deve assolutamente attrezzarsi per diventare ecologicamente sostenibile e sensibilizzare la mentalità della gente: nelle città mancano i bidoni della raccolta differenziata e un sistema di riciclaggio adeguato, troppa gente getta rifiuti per terra e nei fiumi ignara dei danni che sta causando. E questo governo non sta facendo nulla.

Considerando le sue condizioni economiche, l’Albania può permettersi di rinunciare a investimenti da miliardi di euro?

La vera domanda è se possa permettersi di perdere il proprio capitale naturale. I soldi vanno e vengono, ma un litorale distrutto o un ecosistema compromesso potrebbero non tornare più. Ci sono paesi in Europa che oggi spendono miliardi per recuperare ambienti distrutti decenni fa.

A proposito di Europa, qual è il messaggio che questa vicenda invia all’Unione Europea?

Potrebbe essere sintetizzato con un’altra domanda: l’Albania vuole entrare nell’Unione Europea come stato che tutela il proprio patrimonio ambientale o come paese che considera le aree protette un tornaconto economico? Il dibattito sull’Europa si concentra solo sugli aspetti economici ma l’UE è anche un sistema di valori e di regole. Tra questi c’è l’idea che l’ambiente non sia un ostacolo allo sviluppo, bensì una risorsa da tramandare alle generazioni future.

La laguna di Narta e i suoi ormai famosi fenicotteri non appartengono soltanto agli albanesi: sono parte di un patrimonio ecologico mediterraneo ed europeo. Per questo ciò che accade qui riguarda anche Bruxelles, tanto più ora che siamo sulla strada dell’adesione. Noi chiediamo all’Europa di essere coerente con i principi che promuove: se l’adesione significa tutela dello stato di diritto, partecipazione dei cittadini e protezione del patrimonio naturale, allora questa vicenda diventa un banco di prova importante sia per l’Albania che per l’Europa. Dopo tutto, la domanda che molti giovani in piazza si pongono è molto semplice: che senso ha entrare in Europa se, proprio nel momento in cui ci avviciniamo ad essa, rinunciamo a quei princìpi che dovrebbero guidare il nostro futuro?

C’è chi sostiene che dietro le proteste vi siano ONG finanziate dall’estero. Chi paga la vostra mobilitazione?

È una delle accuse più frequenti. In realtà la maggior parte delle iniziative nasce dal volontariato. E comunque il vero tema non è chi finanzia gli attivisti, ma chi finanzia progetti da miliardi di euro e quali interessi rappresentano.

Molti albanesi che vivono in Italia seguono la vostra protesta e organizzano manifestazioni in vostro supporto. Che ruolo sta giocando la diaspora nella vostra mobilitazione?

Come ho detto prima si tratta di un ruolo fondamentale. Molti di noi hanno parenti che vivono in Italia, Germania, o altre zone d’Europa. Alcuni sono tornati appositamente per partecipare alle manifestazioni, mentre altri ci sostengono attraverso campagne informative e raccolte fondi. La diaspora guarda a questa vicenda con una sensibilità particolare: molti emigrati hanno lasciato l’Albania negli anni difficili della transizione e vedono in questi luoghi una parte della propria identità. Per questo non considerano la questione come un semplice progetto turistico, ma come una scelta che riguarda il futuro del paese che hanno lasciato. Del loro paese d’origine. In un certo senso, la protesta ha riunito gli albanesi delle due sponde dell’Adriatico.

A tal proposito, ho letto da qualche parte che durante una delle manifestazioni che gli albanesi in Italia hanno organizzato in vostro sostegno, un ragazzo ha dichiarato: il nemico non è l’immigrato, ma chi arriva a spadroneggiare con lo yacht. È così?

Per decenni gli albanesi sono stati descritti come gli stranieri sui barconi in cerca di un futuro migliore. Oggi la situazione è totalmente diversa, quasi paradossale: non sono più i poveri a essere percepiti come una minaccia, ma è il rischio che dei miliardari possano trasformare territori che appartengono a tutti senza il coinvolgimento delle comunità locali. E’ questo che brucia più di tutto. La questione quindi non riguarda la provenienza delle persone, né la loro ricchezza in sé, ma il rispetto del territorio, dell’ambiente e delle comunità che lo abitano. Molti emigrati albanesi forse si riconoscono in quella frase perché hanno sperimentato cosa significa essere considerati ospiti indesiderati e perché capiscono che qui stiamo correndo il rischio opposto: sentirci ospiti in casa nostra.

In piazza a Tirana ho visto tanti, tantissimi giovani protestare..

Sì, ed è forse l’aspetto più incoraggiante di questa mobilitazione. Per anni si è detto che i giovani albanesi fossero disinteressati alla politica, che pensassero soltanto a emigrare e a costruirsi una vita altrove. In queste settimane abbiamo visto l’esatto contrario: migliaia di ragazzi sono scesi in piazza perché hanno capito che la questione non riguarda soltanto un resort, ma il tipo di paese in cui vogliono vivere.

Molti di loro non sono ambientalisti nel senso tradizionale del termine: sono studenti, lavoratori, giovani professionisti. Alcuni hanno studiato all’estero, altri hanno parenti nella diaspora. Tutti però condividono la sensazione che questa vicenda sia diventata il simbolo di una scelta più grande: continuare a considerare il territorio come una risorsa da sfruttare rapidamente oppure investire in uno sviluppo più sostenibile e rispettoso delle comunità locali. C’è inoltre un elemento generazionale molto forte: i nostri genitori hanno vissuto il crollo del regime comunista, la transizione e l’emigrazione di massa. La nostra generazione è cresciuta con l’idea di un’Albania europea e moderna, e quando vediamo che decisioni così importanti vengono percepite come poco trasparenti, reagiamo. Non stiamo difendendo soltanto un ecosistema, ma anche un’idea di cittadinanza e, soprattutto, stiamo combattendo per il nostro futuro qui, nel nostro paese.

Quali sono le mosse imminenti e che futuro vedete per il vostro paese?

Continueremo a lottare e a organizzare manifestazioni. La prossima sarà a Tirana il 20 giugno. Non possiamo prevedere il futuro, ma spero che un giorno noi albanesi potremo spiegare le nostre ali e librarci in volo come le aquile della nostra bandiera. Una cosa abbiamo ora che prima non avevamo: la speranza.

Foto: Paolo Garatti

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

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