Cecoslovacchia

108 anni dopo Pittsburgh: cechi e slovacchi superstiti dell’impero

Il 31 maggio 1918 l’accordo che ispirò la nascita della Cecoslovacchia indipendente. Piccola indagine sulle comunità che non vi aderirono, oggi stanziate in paesi lontani.

108 anni fa, in una cittadina della Pennsylvania affollata di emigrati dal morente Impero asburgico, delegati delle principali associazioni politico-religiose ceche e slovacche siglarono un memorandum per la fondazione di uno Stato binazionale slavo al centro dell’Europa. Regista dell’operazione fu il filosofo e politico Tomas Garrigue Masaryk, ceco da parte di madre, slovacco da parte di padre e futuro presidente della repubblica. Alla volontà di autodeterminazione, i firmatari aggiungevano quella di rovesciare i rapporti numerici (e di forza) con le ingombranti componenti tedesche e ungheresi, ampiamente insediate all’interno dei nuovi confini e motivo di grande preoccupazione.

Ci fu però anche chi rimase estraneo al processo, piccoli nuclei di cechi e di slovacchi che per motivi religiosi, militari, lavorativi e non solo, si erano da tempo radicati in altri territori dell’Impero e decisero di restarvi dopo la sua dissoluzione. Venuto meno il collante della corona queste comunità hanno subito un sensibile ridimensionamento, oltre a un progressivo oblio. Oggi svariate frontiere nazionali le separano dalla madrepatria, ma i superstiti mantengono le loro specificità culturali. Dove si trovano?

Slavonia: cechi e slovacchi di Croazia

L’inizio delle migrazioni verso la penisola balcanica coincise con la Pace di Carlowitz (oggi la serba Sremci Karlovci), che nel 1699 sancì la vittoria della Lega Santa sull’Impero Ottomano. Nei nuovi territori annessi, abbandonati rapidamente dai musulmani, il governo austriaco favorì numerosi trasferimenti da nord garantendo protezione e facile accesso alla proprietà della terra. La Slavonia croata fu una delle regioni più interessate da questo fenomeno che attraversò il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, prima di regredire a causa delle guerre novecentesche.

L’odierna minoranza ceca in Croazia conta poco meno di 10.000 persone e costituisce lo 0,2% della popolazione nazionale. Abita principalmente la contea di Bjelovar-Bilogora e la cittadina di Daruvar  rappresenta il suo cuore storico, specialmente in occasione del Dozinky (festa del raccolto), il più importante evento culturale organizzato dalla comunità. I cechi di Croazia sono riconosciuti dalla FUEN (Unione federale delle nazionalità europee) e Zagabria tutela l’utilizzo della loro lingua madre nella scuola, nella giustizia e negli organi di informazione.

Contemporaneamente anche gruppi di slovacchi si insediarono in Croazia, prediligendo però le frontiere orientali più connesse al loro baricentro ungherese. Secondo i dati più recenti oggi ne sono rimasti meno di 5000 (0,08% della popolazione); presenze significative resistono ancora nei centri nevralgici di Ilok e di Nasice, dove si concentrano la maggior parte delle loro attività. Essi godono inoltre, come i cugini, di riconoscimento ufficiale da parte del governo. Le due minoranze hanno il diritto di nominare insieme un unico rappresentante presso il parlamento croato (Sabor).

Voivodina: cechi e slovacchi di Serbia

Come detto, le guerre austro-turche causarono sconvolgimenti demografici su vasta scala. Ma se in molti territori i traumi del secolo scorso hanno cancellato le diversità di retaggio imperiale, alcune eccezioni per fortuna sopravvivono. Una di queste è certamente la Voivodina, provincia autonoma nel nord della Serbia che si è preservata come un vero e proprio laboratorio multietnico.

I cechi, ridotti a poche centinaia di superstiti, rappresentano in realtà la tessera più piccola del mosaico; Cesko Selo, a pochi chilometri dal Danubio e dal confine rumeno, rimane l’ultimo insediamento a maggioranza boema di tutto il paese. Ma nonostante le dimensioni ridottissime (l’ultimo censimento ha registrato appena 26 abitanti) il villaggio mantiene una vitalità quasi eroica grazie alla sua chiesa cattolica, a un piccolo museo etnografico e a Paprikašijáda, il tradizionale festival culinario che ogni anno in agosto richiama connazionali anche dalla madrepatria.

Molto più strutturata e numerosa è invece la comunità degli slovacchi di Serbia. Affluiti in massa durante la lunga dominazione magiara della Voivodina, oggi conta ancora più di 40.000 persone ed è una delle minoranze tutelate dal governo, con diritti linguistici garantiti in ogni sede competente. Il suo centro nevralgico è la cittadina di Backi Petrovac, sede dal 1949 di un grande museo tematico, mentre Kovacica è conosciuta per la pittura naif, eccellenza artistica riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO. Un ulteriore tratto distintivo infine è la fede luterana: molti slovacchi infatti si erano trasferiti nelle estreme periferie dell’impero anche per sfuggire alla morsa della controriforma asburgica (destino condiviso con emigrati tedeschi e ungheresi), e la loro chiesa evangelica è tuttora la più grande dei Balcani.

Banato: cechi e slovacchi di Romania

Un’altra babele generata dalla corona austriaca è senza dubbio il Banato rumeno. Ripopolato in modo massiccio a partire dal diciottesimo secolo per favorire disboscamento, produzione agricola e difesa militare, la conformazione montuosa del suo territorio ne ha custodito il carattere plurale. Qui i cechi mantengono una presenza simbolica ma fortemente caratterizzata nell’estremo sud-ovest. Un nucleo di circa duemila persone distribuite su sei villaggi (Sfanta Elena, Garnic, Ravensca, Bigar, Eibenthal, Sumita), i quali hanno preservato intatte tradizioni linguistiche, alimentari e di folklore, tanto da costituire un interessante itinerario turistico anche per viaggiatori stranieri.

Analogamente alla Voivodina, anche nel Banato la minoranza slovacca è più cospicua e articolata. Essa abita in gran parte nei distretti di Arad e di Bihor, ed è equamente distribuita tra grandi città e insediamenti rurali, per un totale di poco superiore alle 10.000 unità. La sua capitale culturale è Nadlac, a pochi passi dal confine ungherese, fucina di eventi, pubblicazioni e attività politica, ora anche binazionale. Dal 1990 la cittadina è sede dell’Unione Democratica degli Slovacchi e dei Cechi di Romania, partito etnico membro della FUEN e detentore di un seggio fisso al parlamento di Bucarest. Come in un grande paradosso, lo spirito di Pittsburgh rivive proprio in quella diaspora che inizialmente ne fu esclusa.

Immagine da Bystricoviny.sk

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Chi è Enrico Brutti

Si è laureato in Storia all'Università degli studi di Padova

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