Con le elezioni parlamentari ormai alle porte, l’Armenia si prepara a decidere del proprio futuro in uno dei suoi momenti più critici.
Domenica 7 giugno 2026, i cittadini saranno infatti chiamati alle urne per eleggere i prossimi rappresentanti al Parlamento, ma la posta in gioco trascende la semplice composizione dell’assemblea legislativa: si tratta di un vero e proprio spartiacque tra la continuità del progetto riformista portato avanti dall’attuale Primo Ministro Nikol Pashinyan, il ritorno alle vecchie élite e la capacità di resistere alle pressioni esterne sempre più forti.
Il meccanismo elettorale
Il sistema politico armeno, trasformato in una repubblica parlamentare dopo le riforme del 2015, mette al centro la composizione del Parlamento per la formazione del governo. Le elezioni si svolgeranno con un sistema proporzionale che, se da un lato garantisce una certa pluralità, dall’altro rischia di frammentare il potere in un momento di estrema fragilità nazionale. Diciannove tra partiti e coalizioni prenderanno parte alle elezioni, e la soglia di sbarramento è del 4% per il singolo partito.
In questo contesto, la presenza della missione di monitoraggio dell’OSCE, richiesta dalle autorità armene, non è un mero atto formale. Gli osservatori internazionali avranno il compito di vigilare sulla trasparenza delle procedure, sulla libertà di espressione e sull’equo accesso ai media. In un Paese dove le accuse di uso dei mezzi dello Stato per scopi elettorali sono frequenti, il verdetto dell’OSCE sarà cruciale per la legittimità internazionale del prossimo governo, sia esso di continuità che di rottura. Si temono infatti interferenze estere, in particolare provenienti dalla Russia.
L’ombra del Cremlino
Uno dei temi più importanti di questa campagna elettorale, insieme alla pace, è il riorientamento verso l’Occidente, e in particolare verso l’Unione Europea. Mosca, storicamente il principale partner di sicurezza di Erevan, sembra guardare con crescente sospetto al tentativo armeno di diversificare le proprie alleanze e I segnali di questa ritorsione sono già evidenti. Recentemente, le autorità doganali russe hanno sollevato problemi qualitativi pretestuosi su prodotti simbolo dell’export armeno, come l’acqua minerale Jermuk. Parallelamente, si registrano blocchi e rallentamenti per prodotti armeni in vendita sulle popolari piattaforme di e-commerce russe Wildberries e Ozon. Tutte manovre interpretate come un tentativo di destabilizzare l’economia domestica e spingere l’elettorato verso candidati più allineati agli interessi del Cremlino, come Samvel Karapetyan.
Nikol Pashinyan tra pullman della felicità, karkandak e cuoricini
Il Primo Ministro Nikol Pashinyan affronta la sfida elettorale puntando tutto sulla sua capacità di connessione con il popolo e organizzando dunque una campagna caratterizzata da molteplici incontri con i cittadini nelle varie regioni dell’Armenia, la condivisione di reels su instagram e facebook dove mangia karkandak alle patate sull’ “happy bus” e balla per strada con Alen Simonyan, suona la batteria con la sua nuova band e fa cuori con le mani (diventato il simbolo della sua campagna elettorale). Tuttavia, con il passare dei mesi, questo approccio è diventato, secondo l’opposizione e molti cittadini, un simbolo di mancanza di serietà da parte del Primo Ministro. La critica non riguarda solo lo stile comunicativo, ma anche la gestione dello Stato. In un periodo di minacce esistenziali ai confini, il governo viene descritto da alcuni come incapace di proteggere i valori fondamentali e i simboli della sovranità armena, preferendo la retorica populista alla costruzione di una strategia di difesa e diplomazia solida.
Inoltre, Pashinyan ha avvertito che una vittoria dell’opposizione, da lui definita un ‘partito della guerra a tre teste’, trascinerebbe l’Armenia in un nuovo conflitto nel tentativo di rinegoziare la pace con l’Azerbaigian, ribadendo inoltre che il Karabakh non è mai stato territorio armeno.
Ciononostante, come abbiamo spiegato in un recente articolo, secondo gli ultimi sondaggi Nikol Pashinyan godrebbe di un tasso di approvazione abbastanza alto rispetto agli altri partiti e/o coalizioni.
Opposizione: Il ritorno dei “vecchi” e le nuove voci
La principale coalizione che andrà a competere con l’attuale partito al potere, Contratto Civile, è il blocco “Armenia Forte” (Strong Armenia) di Samvel Karapetyan e guidato dal nipote Karen Karapetyan.
Nelle ultime settimane, decine di membri e sostenitori di Karapetyan sono stati arrestati con accuse di corruzione elettorale, nonché di aver pagato dei cittadini per partecipare alle proteste a favore di Samvel Karapetyan e ai comizi elettorali organizzati dalla coalizione. Mentre il governo parla di una necessaria pulizia democratica, il blocco di opposizione grida alla persecuzione politica, denunciando un uso spregiudicato della magistratura per eliminare i concorrenti più pericolosi prima del giorno del voto. Infatti, in base alla legge armena, la CEC (Commissione Elettorale Centrale) ha il potere di ricorrere ai tribunali per escludere i contendenti accusati di irregolarità sistematiche nel finanziamento della campagna o di acquisto di voti.
Altre figure importanti in queste elezioni sono Robert Kocharyan, il quale fu presidente della Repubblica dell’Armenia dal 1998 al 2008, alla guida dell’alleanza Hayastan (Armenia), la quale si pone in opposizione all’attuale governo. Kocharyan è sempre stato molto critico di Nikol Pashinyan, e nelle ultime settimane ha dichiarato che “sembra che Pashinyan stia lottando per la posizione di governatore dell’Azerbaigian occidentale”.
Sebbene il Partito repubblicano d’opposizione, guidato da un altro ex presidente, Serzh Sarkisian, abbia dichiarato di non partecipare alle elezioni a causa dell’apparente mancanza di sostegno pubblico, ha ciononostante espresso la disponibilità a unirsi ad eventuali proteste post-elettorali qualora il partito Contratto Civile dovesse ricevere la maggioranza.
“Io Sono Contro Tutti”
In questo clima di forte disillusione, emerge un fenomeno politico singolare: la lista denominata “Io sono contro tutti”. Prendendo il nome dalla classica opzione di protesta, questa formazione punta a intercettare il vasto bacino di elettori che non si riconosce più né nel governo attuale, né nella principale opposizione. Analisti e cittadini temono che questo “partito-frase” possa superare lo sbarramento proprio perché sembri rappresentare una sorta di dichiarazione di protesta.
Il 7 giugno l’Armenia sceglierà se continuare il difficile percorso di pace, normalizzazione dei rapporti con i “nemici storici” e indipendenza geopolitica, rischiando ulteriori frizioni con la Russia, o se tornare a modelli di gestione più tradizionali caratteristici del periodo pre-guerra del 2020. Tra accuse di corruzione, timori di brogli e interferenze esterne, il popolo armeno si ritrova, ancora una volta, a dover difendere la propria fragile democrazia.
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