ARMENIA: Due summit europei a un mese dalle elezioni

Al di là di Macron che canta o che accarezza i cani randagi dopo aver fatto jogging, i due vertici sono stati sicuramente un grande successo diplomatico per l’Armenia e per Pashinyan personalmente, che ora può presentarsi alle elezioni di giugno come un leader dotato di grande credibilità internazionale (e sarà difficile contestarglielo).

Agli occhi di Bruxelles, Yerevan ha imboccato la stessa strada di Chișinău

Dal 4 al 6 maggio si sono svolti in Armenia due summit europei di importanza considerevole: quello della Comunità Politica Europea e il summit bilaterale UE-Armenia. In entrambi i casi si tratta di qualcosa che non ha precedenti. Della Comunità Politica Europea fanno parte più di 40 paesi – un numero molto maggiore di quelli dell’Unione Europea – e questa volta ha partecipato persino il Canada di Mark Carney, il cui discorso di Davos era diventato celebre per la franchezza rivolta alle altre così dette medie potenze (leggi “Europa”), quando ha detto che se non sono al tavolo vuol dire che sono sul menù. Partecipando al summit della CPE, Carney sta quindi dando seguito concreto alla volontà di Ottawa di allontanarsi da Washington. Ma come sono andati quindi questi due vertici?

Come detto, il comune denominatore è un indiscusso successo diplomatico del governo di Yerevan, ma i risultati concreti sono stati fatti più al summit UE-Armenia, rispetto alla CPE dove in realtà, e per certi versi comprensibilmente, si è più discusso di Ucraina che di altro. A segnare un ulteriore passo in avanti concreto nelle relazioni bilaterali tra Bruxelles e Yerevan, è stato il summit UE-Armenia tenutosi il giorno seguente. Sulle note dell’“Inno alla gioia” della Nona Sinfonia di Beethoven, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha accolto la presidente della Commissione europea e il presidente del Consiglio europeo nella sua residenza ufficiale, per dare il via al vertice che si è concluso con alcune direttrici chiave. La prima riguarda connettività ed energia, con la firma di un Partenariato per la Connettività, parola ormai diventata chiave se si vuole capire la geopolitica del Caucaso del Sud, i cui paesi vogliono farsi ponte sul piano infrastrutturale e commerciale tra Europa, Turchia e Asia centrale per arrivare in Cina. Un secondo asse è quello della sicurezza e della difesa democratica, con l’impegno a sostenere le forze armate e a contrastare minacce ibride e disinformazione, affinché la volontà popolare resti l’unica fonte legittima di potere. Il riferimento (neanche troppo velato) è al già concordato accordo richiesto da Yerevan per monitorare il corretto andamento delle elezioni, simile a quello messo in campo con la Moldavia di Maia Sandu. La cooperazione si estende poi alla mobilità, con l’obiettivo di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti e rafforzare la gestione delle frontiere tramite Frontex. Uno dei capitoli più sensibili resta quello della pace regionale. Bruxelles oltre a sostenere la pace tra Armenia e Azerbaijan, già de facto raggiunta stando alle dichiarazioni di entrambi i leader, promuove con favore anche la normalizzazione dei rapporti con la Turchia e la riapertura del confine terrestre, fondamentale per garantire piena connettività regionale. Da questo punto di vista un segnale incoraggiante potrebbe provenire da un monumento storico in quanto Armenia e Turchia hanno firmato un memorandum per il restauro del ponte di Ani, lungo il confine tra i due Stati. Ani è l’antica capitale del Regno Armeno ed è da sempre simbolo, insieme al monte Ararat, di aspre tensioni storiche tra i due paesi risalenti al genocidio del 1915. Per una volta, invece di ergere un muro, si costruisce un ponte.

Tra un mese i cittadini armeni saranno chiamati alle urne

Il 7 giugno i cittadini armeni sono chiamati alle urne, ed è interessante a tal proposito guardare ai sondaggi più recenti. Secondo EVN report la quota di cittadini che crede che il paese stia andando nella direzione giusta è del 41%, contro il 37% dell’ultima rilevazione. Anche il tasso di approvazione per Pashinyan è cresciuto. Anzi in questo caso pare essersi ribaltato, con il 47% che approva il suo operato e il 35% che disapprova. L’ultima rilevazione dava il tasso di approvazione al 36% e quello di disapprovazione al 45%. I trend positivi si estendono anche a economia e sicurezza, mentre sul tema della giustizia gli armeni hanno opinioni più negative sull’operato del governo. È inoltre interessante che anche il progetto della TRIPP è visto sempre più positivamente, con una maggioranza relativa del 40% che la ritiene un beneficio per il paese. Infine è interessante guardare alle intenzioni di voto: ad oggi il 33% dichiara l’intenzione di votare il partito di Nikol Pashinyan Contratto Civile, mentre la principale forza di opposizione di Narek Karapetyan si ferma all’11%, e l’affluenza pare si attesterebbe sull’89%. Se questi dati dovessero essere confermati nelle urne, si tratterebbe di una vittoria indiscutibile per il Primo Ministro, il quale non ha sempre goduto di grande consenso nel paese – anzi, per un lungo periodo nelle intenzioni di voto era dato sotto al 20%. I due vertici europei, e il conseguente arrivo a Yerevan di decine di leader internazionali è stato sicuramente di aiuto per il partito del Premier. Ad esempio, degno di nota è l’intervento del Presidente francese Emmanuel Macron in cui ha detto che Pashinyan ha fatto “un lavoro straordinario” e che “otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui [con riferimento agli investimenti stranieri], mentre oggi l’Armenia è il paese che cresce di più nella regione”. Una vittoria di Pashinyan sarebbe quindi nell’interesse di tutti, tranne che di Vladimir Putin.

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Chi è Paolo Perolo

Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, ha poi conseguito una laurea magistrale in East European and Eurasian Studies (Mirees) presso lo stesso istituto. I suoi interessi si concentrano su Asia centrale e Caucaso del Sud dal punto di vista geopolitico e ambientale.

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