La diplomazia del premier ceco cammina sulle uova, limitata dalla scomoda eredità del suo predecessore e dal conflitto sotterraneo con il capo dello Stato.
Per Andrej Babis quello appena concluso è stato un mese complicato. Se in patria l’ampio consenso elettorale e i quattro anni a disposizione gli permettono di incassare le critiche e contrattaccare, nel mondo in continua ebollizione i dossier si rincorrono: Israele e il medio Oriente, La NATO e il riarmo, la nuova Ungheria e le relazioni di vicinato. Tutti chiedono risposte immediate, il primo Ministro mostra il fianco e avanza cauto, tra le aspettative dei sostenitori che chiedono una svolta e la diplomazia nostalgica (oltre che autonoma) del presidente Petr Pavel.
Israele: la continuità
Lo scorso 14 aprile il ministro degli Esteri Petr Macinka ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano Benjamin Netanyahu, un colloquio dai toni estremamente cordiali che si è prolungato anche oltre i tempi previsti. Alla stampa i protagonisti hanno ribadito la tradizionale sintonia tra i due paesi e la volontà di cooperare su più fronti, da quello economico/commerciale, alle relazioni internazionali, fino alla lotta comune contro l’antisemitismo. Macinka ha dichiarato che Praga continuerà a sostenere le posizioni israeliane presso l’ONU e l’Unione Europea, Netanyahu ha tenuto a ringraziare pubblicamente anche il suo omologo Andrej Babis, in nome della lunga amicizia tra il popolo ceco e il popolo ebraico.
Il leader di ANO ha mantenuto quindi inalterata la postura dell’esecutivo precedente, sempre più minoritaria nel vecchio continente ma, nonostante qualche critica, ancora trasversale in patria. Petr Fiala è stato infatti, dal famigerato 7 ottobre fino alla fine del suo mandato, uno dei più accaniti sostenitori delle operazioni belliche israeliane, atteggiamento che non è mutato nè dopo agli eccessi dell’IDF e dei coloni, nè di fronte alle accuse di doppiopesismo tra Ucraina e Medio Oriente ricevute durante l’ultima campagna elettorale.
La simbiosi ceco-israeliana ha radici storiche profonde, che riguardano sia la folta comunità ebraica tuttora insediata a Praga, sia le politiche di Tomas Garrigue Masaryk (1850-1937), padre della Cecoslovacchia e fervente sionista durante la sua presidenza. Solo le logiche della Guerra Fredda (e la forte pressione sovietica) avevano spinto il paese a riconoscere lo Stato palestinese, un atto da cui la nuova Cechia indipendente ha preso subito le distanze.
NATO: la trappola
Mentre Macinka rientrava da Israele, Babis si preparava a ricevere il segretario generale della NATO Mark Rutte, ospite a Praga tra il 16 e il 17 aprile. Una visita delicata per il nuovo esecutivo, reduce da una campagna elettorale critica nei confronti dei partner euro-atlantici, e dal taglio delle risorse destinate agli alleati (vedi Ucraina), oltre che al riarmo.
Babis ha subito così il prevedibile rimprovero di Rutte che, pur senza mettere in dubbio la fedeltà dei cechi, ha ricordato l’impegno di aumentare le spese per la difesa assunto lo scorso anno da tutti i membri della NATO. La voce del segretario olandese coincide inoltre con quella dell’amministrazione Trump, delusa dagli scarsi investimenti militari di Praga, fermi sotto il 2% del PIL a fronte di una richiesta vicina al 5%. Babis ha replicato che la sicurezza nazionale e la lealtà verso l’alleanza rimangono prioritari, e che il suo governo farà il possibile per onorarli. Allo stesso tempo però, convinto di aver ricevuto un trattamento troppo severo, ha richiesto un confronto ulteriore per analizzare i dati di spesa con la controparte.
In questa dialettica internazionale rientrano poi una serie di attori interni, ma se le critiche delle opposizioni (legate a Fiala e al suo ferreo allineamento occidentale) fanno parte del gioco politico, il conflitto sempre più accentuato con il presidente Petr Pavel rappresenta un problema più grave. Le opinioni del capo dello Stato sono note: lo scorso ottobre Pavel aveva posto il mantenimento del paese nel campo euro-atlantico come condizione necessaria per la formazione del nuovo governo; in gennaio invece una polemica con Macinka sulla nomina del nuovo ministro dell’Ambiente era quasi finita in tribunale.
Ora il braccio di ferro si è spostato sul prossimo vertice della NATO, previsto ad Ankara nel mese di luglio. Manca ancora un accordo infatti su chi, tra esecutivo e presidenza, dovrà rappresentare la Cechia nella capitale turca. Il cortocircuito istituzionale rischia di esplodere proprio davanti agli occhi degli alleati.
Ungheria: la novità
Il terzo fronte caldo con cui il governo Babis si è dovuto misurare in pochi giorni è quello Ungherese, dopo il ribaltone elettorale di Peter Magyar e di Tisza. Mentre le opposizioni esultano compatte per la caduta di Viktor Orban (Pavel compreso), le reazioni della maggioranza mostrano invece una certa diversità di vedute, quasi uno spaesamento figlio dello shock e della ricerca, non ancora compiuta, di una linea unitaria da adottare con il nuovo interlocutore.
Il ministro degli Esteri Macinka si è rammaricato per aver perso un alleato nell’Unione Europea, aggrappandosi alla speranza che Magyar si riveli nel tempo simile al suo predecessore. Il vice premier Karel Havlicek ha spostato l’attenzione sul contesto regionale, con l’auspicio che una figura meno divisiva di Orban possa dare nuova linfa al gruppo di Visegrad. Babis infine, il più esposto, ha preferito una comunicazione ancora più equilibrata (incerta?) in cui ha speso buone parole sia per il vincitore sia per lo sconfitto, con spirito di collaborazione verso un vicino di casa che per i cechi rimane strategico.
Immagine tratta dal profilo FB di Andrej Babis
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