Si spegne dopo oltre 130 anni l’altoforno dell’acciaieria di Zenica. 11.000 posti di lavoro a rischio e un colpo durissimo per il tessuto industriale. Cronaca di una bancarotta.
L’acciaio di Zenica: una storia lunga 130 anni
Le ciminiere dell’acciaieria di Zenica hanno smesso di fumare. La celebre Nova Željezara Zenica, storico pilastro dell’industria pesante in Bosnia Erzegovina e tra i principali esportatori del paese, ha sospeso completamente la produzione il 22 aprile scorso, segnando un momento critico per l’intero comparto siderurgico nazionale. Fondata nel 1892 durante il periodo austro-ungarico, la fabbrica ha rappresentato per decenni uno dei più importanti complessi industriali dei Balcani, arrivando a essere il terzo più grande della Jugoslavia socialista.
Nel suo momento di massimo splendore l’acciaieria dava lavoro a oltre ventiduemila persone, producendo fino a due milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Oggi lo spegnimento dell’altoforno principale rappresenta un segnale estremamente preoccupante, con possibili ripercussioni su circa 11.000 posti di lavoro.
Una bancarotta annunciata?
Alla base della decisione vi sono gravi difficoltà finanziarie. L’azienda accumulava un debito complessivo pari a circa 350 milioni di marchi (circa 180 milioni di euro) e ha registrato nel solo 2025 una perdita superiore ai 97 milioni di marchi. La situazione è ulteriormente peggiorata dopo il passaggio di proprietà: il gruppo multinazionale ArcelorMittal, presente a Zenica dal 2004 nell’ambito delle privatizzazioni post-belliche, ha ceduto l’impianto nell’autunno del 2025 al gruppo bosniaco H&P Zvornik, in un contesto già segnato da forti criticità strutturali.
Sul piano internazionale, la crisi si inserisce in una più ampia trasformazione del mercato siderurgico globale, caratterizzato da sovrapproduzione, calo dei prezzi e crescente concorrenza – soprattutto cinese. A ciò si aggiunge la debolezza del mercato interno bosniaco, dove l’aumento delle importazioni di acciaio ha progressivamente eroso la competitività della produzione locale. Il surplus commerciale del settore, che un tempo rappresentava una voce rilevante dell’export nazionale, si è ridotto negli ultimi anni a margini risicatissimi.
La crisi del carbone bosniaco
E’ stato il collasso del principale fornitore di carbon coke – la Koksara Lukavac, lo scorso febbraio – a rappresentare il punto di non ritorno per Zenica. Il carbone di Lukavac era essenziale per il funzionamento dell’altoforno: senza un approvvigionamento stabile la produzione siderurgica diventa insostenibile. La crisi di questo snodo della filiera ha avuto un effetto diretto sull’acciaieria di Zenica, costringendo l’azienda a fermare gli impianti e lasciando circa 2.000 lavoratori in una situazione di profonda incertezza.
I dettami UE per la decarbonizzazione
La chiusura di attività estrattive e la crisi dei fornitori locali di carbone si inseriscono in un contesto di trasformazione globale. Da paese candidato all’adesione all’UE, anche la Bosnia Erzegovina si è impegnata a perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione e transizione verde, senza tuttavia ancora adottare le normative necessarie.
Ma il percorso di progressiva riduzione dell’uso dei combustibili fossili non si è accompagnato a un piano di riconversione industriale, mentre a inizio 2026 sono entrati in vigore i “dazi verdi” del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanismi), che colpiscono le produzioni ad alta intensità di carbonio in paesi non-UE senza politiche ambientali adeguate. In un settore già in crisi, la prospettiva di maggiori costi per l’accesso al mercato europeo ha reso sempre meno sostenibile il modello produttivo basato sull’altoforno e sul carbone. Il destino dell’acciaieria pareva dunque segnato.
I commenti delle istituzioni
Le reazioni istituzionali sono state oggetto di forti critiche. In un’intervista rilasciata a Deutsche Welle, il direttore dell’impianto Ahmed Hamzić ha denunciato l’assenza di un intervento concreto da parte delle autorità della Federazione di Bosnia Erzegovina, accusate di aver ignorato ripetute richieste di sostegno finanziario. Anche a livello cantonale sono emerse prese di posizione analoghe, che evidenziano una più ampia difficoltà del paese nel definire una strategia industriale coerente.
A differenza di quanto fatto da attori come l’Unione Europea e la Serbia, il Consiglio dei Ministri della Bosnia Erzegovina ha scelto, nel marzo scorso, di non introdurre misure protezionistiche per difendere le industrie siderurgiche. Una decisione motivata dalla volontà di mantenere un regime di libera concorrenza e dall’assenza di misure reciproche da parte dei partner commerciali. Allo stesso tempo, non sono stati previsti sussidi statali a sostegno dell’impianto. Secondo Hamzić, in assenza di interventi pubblici, la chiusura degli altiforni e il conseguente ridimensionamento occupazionale erano inevitabili.
Gli scenari dopo la chiusura
Le conseguenze economiche della chiusura rischiano di essere profonde. La perdita dell’ultima grande acciaieria del paese implica una crescente dipendenza dalle importazioni di acciaio, con costi più elevati per le imprese locali e una maggiore esposizione alla volatilità dei mercati internazionali. Inoltre, viene meno un settore ad alto valore aggiunto capace di attivare filiere produttive e sostenere l’economia regionale.
Un possibile spiraglio si è aperto sul fronte della ristrutturazione del debito. Poiché gran parte delle passività dell’azienda è detenuta da enti pubblici, il governo federale ha avviato colloqui per un’eventuale acquisizione da parte della società statale Energoinvest, con l’obiettivo di rilanciare l’impianto attraverso un piano di ristrutturazione industriale. L’ipotesi gode di un ampio consenso tra le parti coinvolte, inclusi i sindacati, a condizione che venga ripristinata l’attività dell’altoforno, elemento cruciale per la salvaguardia dei posti di lavoro. Tuttavia, nonostante segnali di apertura, non è stata ancora formalizzata alcuna decisione definitiva.
La reazione della società
Nel frattempo, il clima sociale resta teso. Il 1° maggio circa 1.500 persone si sono radunate a Zenica in una manifestazione simbolica, chiedendo risposte concrete e denunciando l’incertezza che grava sul futuro dell’intera comunità locale. I sindacati, in particolare i metalmeccanici del Sindikat metalaca Federacije BiH, continuano a chiedere la riattivazione della produzione per salvaguardare non solo l’occupazione, ma anche un patrimonio industriale di valore strategico.
A Zenica le ciminiere non fumano più. Il problema è ambientale, economico, sociale, politico: è un’intera stagione industriale che si chiude, lasciando la Bosnia Erzegovina incerta sul suo futuro produttivo. Incertezze su incertezze in un paese nato dai traballanti accordi di Dayton, perennemente sull’orlo del baratro. Senza una strategia chiara, il rischio è che al fumo dell’acciaio si sostituisca il vuoto di un’industria che scompare senza essere rimpiazzata.
Foto: zenicablog.com
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