MACEDONIA DEL NORD: Lingua, diritto e identità nell’ultima diatriba etnolinguistica

Negli ultimi mesi la Macedonia del Nord è tornata al centro di diatribe etniche e linguistiche che si credevano superate dopo gli accordi di pace dei primi anni Duemila. La controversia verte su una questione che sembra soltanto tecnica ma che diventa anche profondamente politica: la lingua degli esami per l’accesso alle professioni giuridiche.

Un sistema educativo multilingue.. a metà

Nell’etnicamente mista Macedonia del Nord il sistema universitario consente agli studenti di seguire corsi in lingua macedone e in quella albanese. Quest’ultima è riconosciuta come co-ufficiale, soprattutto dopo l’estensione dei suoi usi istituzionali sancita dalla legge del 2019. In questo contesto, molti studenti di etnia albanese completano l’intero percorso di studi in giurisprudenza nella propria lingua madre.

Tuttavia, per accedere alle professioni legali (giudici, avvocati, procuratori), è obbligatorio sostenere l’esame di abilitazione esclusivamente in macedone. Oltre a essere una situazione considerata dagli studenti come discriminatoria e contraria alle tutele legali esistenti, questa discrepanza è percepita come una contraddizione strutturale: un sistema formalmente bilingue che, nei momenti decisivi, torna a essere monolingue.

Mettendo in luce le difficoltà nel conciliare i diritti linguistici con l’applicazione uniforme della giustizia in un paese multietnico, la controversia ha riacceso delicate questioni sull’attuazione pratica dei diritti linguistici, a più di 20 anni dall’Accordo di Ohrid del 2001, che pose fine al conflitto nel paese, ultimo atto di un decennio drammatico.

Le proteste degli studenti

Nei giorni scorsi migliaia di studenti di giurisprudenza di lingua albanese sono scesi in piazza a Skopje rivendicando il diritto di sostenere l’esame di abilitazione alla professione forense – un requisito professionale fondamentale per diventare giudice, pubblico ministero o avvocato – nella propria lingua madre.

I leader politici albanesi e i rappresentanti degli studenti sostengono che il diritto di usare l’albanese dovrebbe estendersi dall’inizio degli studi universitari fino all’esame di abilitazione. Gli studenti chiedono quindi la possibilità di sostenere l’esame interamente in albanese (con procedure identiche per tutti i candidati), e l’effettiva applicazione dei diritti linguistici garantiti dalla legge.

Il pericolo è che, oltre a creare disparità di accesso alle professioni legali, possa essere influenzata la rappresentanza degli albanesi all’interno del sistema giudiziario. Ecco dunque la dimensione politica della questione, che il governo macedone ha subito chiesto di non strumentalizzare, informando della situazione persino i suoi partner NATO e UE, al fine di prevenire qualsiasi rischio di destabilizzazione.

Il governo macedone e la “duplice sfida”

Di fronte alle proteste studentesche, il governo del Primo Ministro conservatore Hristijan Mickoski ha adottato una posizione misurata, annunciando la creazione di una commissione di esperti costituzionali incaricata di esaminare la questione, riconoscendo la “duplice sfida” in campo: da un lato tutelare i diritti degli studenti che studiano nella loro lingua madre, dall’altro preservare i princìpi di uniformità giuridica e coerenza istituzionale del paese.

In nome dell’uniformità giuridica, il Ministero della Giustizia sostiene che l’esame giudiziario sia una valutazione professionale specialistica, non una semplice procedura amministrativa automaticamente disciplinata dalle leggi linguistiche generali, insistendo sul fatto che la procedura attuale sia conforme al quadro giuridico vigente.

Dal canto suo, la Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, meglio nota come Commissione di Venezia, ha riconosciuto la legittimità dell’ampliamento dei diritti linguistici in Macedonia del Nord, ma ha segnalato criticità nell’attuazione della legge sul bilinguismo, in particolare per quanto riguarda il sistema giudiziario, evidenziando possibili difficoltà organizzative, costi elevati e rischi di inefficienza.

Da disputa accademica a elemento di tensione

La controversia sulla lingua degli esami giuridici da disputa accademica diventa il sintomo di una tensione più profonda tra due princìpi difficili da conciliare (in tutta la regione): da un lato il riconoscimento delle identità etniche e linguistiche, dall’altro la costruzione di istituzioni statali unitarie ed efficienti.

Sebbene in Macedonia del Nord questo equilibrio sia ancora in costruzione, il caso si inserisce in una dinamica che riguarda l’intera regione, dal momento che nei Balcani occidentali lingua e identità restano elementi altamente politicizzati: basti pensare alle sempiterne tensioni tra Serbia e Kosovo, alle numerose e spinosissime questioni mai risolte in Bosnia Erzegovina o alle dispute identitarie tra Macedonia del Nord e Bulgaria.

In questo contesto la gestione delle minoranze esula dalla mera questione interna per incarnare il banco di prova per la stabilità regionale e per il percorso di integrazione europea della Macedonia del Nord. L’Unione Europea richiede infatti standard elevati in termini di stato di diritto e tutela delle minoranze: una crisi etnolinguistica rischia di rallentare – o compromettere – il processo di adesione.

Vent’anni dopo gli accordi di pace, questa vicenda palesa ancora una volta la fragilità intrinseca dei Balcani occidentali: una regione in cui la costruzione dello stato e quella della convivenza multiculturale procedono insieme, ma con ritmi spesso ancora troppo diversi.

Foto: Courrierdesbalkans.fr

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

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