Addio Orbán

Balcani: Addio a Orban, ma la sua eredità rimane

Le elezioni del 12 aprile hanno sancito la vittoria di Péter Magyar e un cambio di regime in Ungheria. Nei Balcani, l’atteso addio a Viktor Orbán incrina un asse tra gli autocrati della regione, come il presidente serbo Aleksandar Vučić e l’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. Tuttavia, nell’immediato l’uscita di scena di Orbán non collasserà un sistema di potere ben radicato e ramificato.

L’uomo che metteva d’accordo Mosca, Washington e Pechino

Nei suoi sedici anni di governo, Orbán è riuscito a ottenere il sostegno di potenze tradizionalmente antagoniste come Stati Uniti, Russia e Cina. Per Trump, Orbán è stato un alleato fondamentale nel frammentare le posizioni dell’Unione Europea sul sostegno all’Ucraina e sul gas russo. Per Mosca, è stato un fedele alleato nel bloccare il pacchetto di aiuti all’Ucraina. Orbán ha costruito anche un rapporto privilegiato con Pechino, favorendo investimenti cinesi in infrastrutture, telecomunicazioni e industria automobilistica, dalla ferrovia Belgrado-Budapest agli accordi con Huawei, BYD e CATL.

L’obiettivo politico di Orbán è stato quello di ostacolare nella sostanza i processi di integrazione europea dei Balcani occidentali, andando a favore dell’una o dell’altra potenza, a seconda degli interessi in gioco.

Nonostante Orbán  sia stato uno dei principali sponsor dell’allargamento UE ai Balcani, soprattutto riguardo a Serbia e Bosnia ed Erzegovina, nella sostanza l’obiettivo politico è stato di ostacolare lo sviluppo dello Stato di diritto nella regione, per i propri interessi politici e finanziari.

Con la strenua difesa di Vučić e della politica secessionista di Dodik, la sponsorship di Orbán ha permesso ai due autocrati di smantellare, colpo dopo colpo, ogni dissenso e contrappeso istituzionale, mantenendosi al potere in ambiguità tra Unione Europea e Russia. Ciò ha allontanato la Serbia dall’adesione all’UE, e ha permesso a Dodik di perpetuare il suo boicottaggio delle istituzioni statali e portando la Bosnia sull’orlo di una crisi istituzionale la scorsa estate.

Gli effetti dell’addio di Orbán a Belgrado

Anche Vučić, perde un prezioso alleato. Il legame tra i due è stato estremamente saldo per oltre un decennio, nel quale i due politici hanno intessuto accordi politici ed economici che tuttora influenzano gli equilibri interni alla regione. Proprio come Orbán, Vučić ha smantellato ogni tipo di opposizione e ha marginalizzato Parlamento e società civile, almeno fino ai fatti di Novi Sad. Magyar ha ora annunciato la volontà di rendere pubblici gli atti degli appalti relativi alla ferrovia Belgrado-Budapest, finanziata dalla banca cinese Exim e su cui il governo serbo non ha mai fatto chiarezza riguardo al rinnovamento della linea che va da Novi Sad alla frontiera ungherese.

Il sostegno politico di Orbán a Vučić durante le proteste studentesche – ancora in corso dopo più di un anno – si è dimostrato vitale nei momenti di maggiore pressione per l’attuale presidente serbo. Durante le ultime settimane di campagna elettorale, Vučić ha tentato di ricambiare la solidarietà dell’alleato in difficoltà con la notizia del presunto attacco al gasdotto a Kanjiža. La messinscena non ha però sortito effetti, e l’indomani della vittoria Vučić si è congratulato con il nuovo premier ungherese.

Ciò è avvenuto non senza alcune tensioni dovute all’allusione fatta da Magyar sul fatto che dietro l’asse politico che legava la Slovacchia di Fico, l’Ungheria di Orbán e la Serbia di Vučić ci sia la volontà diretta di Vladimir Putin. Uno dei principali cambiamenti sarà, per Vučić, una nuova postura di Budapest nei confronti della minoranza ungherese in Vojvodina, dove per anni Orbán ha sostenuto e favorito l’egemonia dell’Alleanza degli Ungheresi di Vojvodina (SVM), partito fedele agli interessi di Vučić.

Resta da vedere se l’arrivo di Péter Magyar determinerà una svolta per l’opposizione serba in vista delle possibili elezioni  annunciate dal presidente serbo entro l’anno. Vučić, al contrario, sembra fiducioso che lo schema consolidatosi con Orbán possa continuare, con o senza Ungheria.

La longa manus di Orbán in Bosnia ed Erzegovina tra separatismo e affari milionari

In Bosnia, per oltre un decennio le minacce separatiste dell’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik hanno trovato in Orbán un fido alleato e uno scudo efficace. Come nel caso dell’Ucraina, l’Ungheria ha sempre impedito che si raggiungesse l’unanimità sulle sanzioni UE nei confronti di Milorad Dodik – come sottolineato dalla stessa Commissaria all’allargamento, Marta Kos, lo scorso anno.

Alla vigilia della sentenza che ha poi condannato Dodik a 6 anni di interdizione dai pubblici uffici, è stato reso noto come le forze speciali ungheresi fossero presenti a Banja Luka. Sebbene non vi fosse chiarezza sullo scopo della loro presenza, non è da escludere che Orbán potesse voler replicare un’esfiltrazione simile a quella dell’ex premier macedone Nikola Gruevski.

Sfruttando l’appoggio del governo Dodik, Orbán ha concluso affari multimilionari dai contorni opachi nel settore energetico nell’entità serbo-bosniaca,  come quelli riguardanti un parco fotovoltaico nei pressi di Trebinje. Il progetto faceva parte di un piano d’investimento tedesco nella regione, in seguito saltato a causa della politica secessionista di Dodik. L’Ungheria si è inserita nel finanziare 140 milioni di investimenti ottenendo concessioni senza trasparenza. Lo stesso è avvenuto nel settore minerario, dove è emersa la longa manus ungherese dietro il controverso sito minerario di Lopare, nel nord del Paese.

Il “modello Orbán” nei Balcani occidentali sarà duro a morire

Nei suoi 15 anni al potere Orbán ha elaborato un manuale d’istruzioni per autocrati locali. Smantellando l’indipendenza della stampa, accentrando tutto il potere dello Stato nelle proprie mani o in quelle di una cerchia di fedelissimi, Orbán ha rappresentato e continua a rappresentare un modello a cui ispirarsi nei Balcani.

Il rischio è che all’interno della regione siano già pronti dei degni eredi del premier uscente ungherese. In Slovenia, si attende il ritorno al potere dell’ex premier e orbanista Janez Janša,  dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione di centrosinistra. In Bulgaria – e a Bruxelles – tutti gli occhi sono puntati sull’ex presidente Rumen Radev, ora primo ministro, verso cui rimangono forti incognite sulla sua posizione nei confronti della Russia e sulle prossime mosse politiche. Rimangono infine dubbi sulla sorte dell’ex premier macedone Nikola Gruevski su cui pende una condanna a due anni di reclusione per cui Skopje ha presentato diverse richieste di estradizione a Budapest.

Foto: CGTN.com

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