SERBIA: Il rettore Vladan Djokić e l’insostenibile pesantezza del potere

A Belgrado l’università è tornata al centro dello scontro politico. La recente irruzione della polizia nel rettorato e il coinvolgimento del rettore Vladan Djokić si inseriscono in una crisi che attraversa la Serbia da oltre un anno, intrecciando protesta studentesca, tensione istituzionale e conflitto politico.

DA BELGRADO. Alla fine di marzo le forze di polizia hanno fatto irruzione nel rettorato dell’Università di Belgrado per indagare – così la versione ufficiale – sulla morte di una studentessa della Facoltà di Filosofia. Gli agenti erano alla ricerca di prove sulla “negligenza” dello staff universitario, dopo che funzionari governativi avevano cercato di addossare la colpa della morte della ragazza al personale della facoltà, e in senso lato a tutto il sistema universitario, in quanto sostenitore del movimento di protesta studentesca nel paese. Tuttavia, secondo il rettore e gran parte del mondo accademico, l’operazione ha avuto un significato molto più ampio, diventando un chiaro atto di pressione politica contro un’istituzione percepita come ostile al governo.

Durante la perquisizione sono stati sequestrati documenti, server e altre apparecchiature utilizzate per archiviare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, mentre all’esterno centinaia di studenti hanno protestato a sostegno del rettore in una manifestazione degenerata presto in scontri con i manganelli della polizia, segno di un clima ormai incandescente.

Djokić, affacciandosi dal balcone del rettorato, ha trasformato l’episodio in un momento simbolico, gridando uno slogan che è già diventato leggenda: “Non è un attacco contro di me, ma contro l’idea che esista qualcosa che il potere non può controllare“. Djokić ha gridato alla folla l’insostenibile pesantezza del potere in Serbia, un potere che gli studenti stanno sfidando dal 1 novembre 2024.

Djokić come figura politica

Negli ultimi mesi, la figura del rettore ha assunto un ruolo sempre più politico. Considerato vicino alle rivendicazioni studentesche, Djokić è stato indicato persino come possibile leader o candidato di riferimento del movimento, rendendolo un bersaglio diretto delle autorità – in un contesto in cui le università rappresentano uno dei pochi spazi ancora relativamente autonomi rispetto al potere politico.

Per comprendere quanto sta accadendo oggi, bisogna tornare al 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad causò la morte di 16 persone. Da quel momento, studenti e cittadini hanno dato vita al più grande movimento di protesta nella Serbia contemporanea. Le prime mobilitazioni si sono organizzate attorno a richieste precise: verità e responsabilità sulla tragedia, lotta alla corruzione, difesa dello stato di diritto.

Le proteste, inizialmente commemorative, si sono trasformate in una forma di disobbedienza civile diffusa: un governo rovesciato, blocchi stradali diffusi, scioperi della fame, occupazioni di università e reti televisive, iniziative politiche e manifestazioni oceaniche, ‘biciclettate’ e maratone dalla Serbia al Parlamento europeo. Tutte vicende che East Journal ha monitorato costantemente.

Università e protesta: un legame strutturale

Le università, e in particolare le facoltà umanistiche come Filosofia, sono diventate il cuore del movimento di protesta: è qui infatti che sono nate le prime assemblee, le occupazioni e le reti di mobilitazione. Non a caso, il potere politico ha progressivamente intensificato la pressione su questi spazi usando tre direttive fondamentali: una retorica anti-accademica sempre più spiccata, interventi di polizia sempre più frequenti e incessanti tentativi di delegittimazione degli studenti e del personale docente.

L’irruzione nel rettorato si inserisce quindi in una dinamica più ampia che il presidente Aleksandar Vučić desidera ardentemente e alimenta in maniera incessante: ridimensionare il ruolo politico dell’università.

Una crisi politica aperta

Oggi il caso del rettore è diventato il simbolo di una frattura più profonda: da un lato, un movimento studentesco che chiede trasparenza e cambiamenti reali, dall’altro, un potere accusato di autoritarismo e controllo delle istituzioni. Un potere che intensifica la propria morsa proprio perché minacciato: domenica 5 aprile in tutta Belgrado, da Zvezdara a Dorćol, decine di gazebo con le iniziali AV (le iniziali del presidente) hanno visto attivisti filo-governativi distribuire materiale, parlare con i cittadini e incensare la figura di Vučić, che dall’inizio delle proteste, nonostante la recente promessa di elezioni anticipate, non ha mai davvero smesso di cavalcare il vittimismo e dipingersi come perenne martire in balìa di complotti interni e internazionali.

La facoltà di negare il consenso

D’altro canto anche le proteste non si sono mai fermate dal novembre 2024 e anzi, continuano a riemergere con forza ogni volta che lo stato interviene contro l’università. Ciò che sta accadendo al rettore dell’Università di Belgrado ormai non è più una questione accademica: ha finito inevitabilmente col diventare un punto di intersezione tra sapere e potere, tra autonomia e controllo, tra resistenza e repressione.

L’università, tradizionalmente luogo del pensiero critico, è diventata l’ultimo campo di battaglia di una crisi politica nazionale. E il rettore, più che un semplice amministratore, si è trasformato nel volto di una resistenza che mette in discussione l’equilibrio stesso della democrazia serba.

Ho raccolto le testimonianze di molti studenti serbi fuori dalla facoltà di Filosofia. Visibilmente commosso, uno di loro mi ha detto, citando Primo Levi: “ci hanno picchiati, ammutoliti e oppressi, e continueranno a farlo. Ma nessuno potrà mai toglierci la facoltà di negare il nostro consenso“. Poi mi ha ringraziato, mi ha abbracciato, ed è tornato ad urlare con i suoi compagni.

Foto: Paolo Garatti

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

Leggi anche

BALCANI: Kosovo e Albania tra i fondatori del Board of Peace

A seguito dell'invito di Donald Trump, Albania e Kosovo entrano a far parte del Board of Peace come paesi fondatori, gli unici due dei Balcani Occidentali, mentre la Serbia si è mostrata più prudente.