Il 6 aprile 1941 segna una data spartiacque nella storia dei Balcani occidentali: quel giorno le forze dell’Asse guidate dalla Germania nazista scatenarono l’Operazione Castigo contro il Regno di Jugoslavia, aprendo nella regione una delle pagine più drammatiche della Seconda guerra mondiale, destinata ad avere tragiche ripercussioni alla fine del secolo.
L’attacco a sorpresa: l’Operazione “Castigo”
Alle ore 6 del 6 aprile 1941 il Ministro della propaganda del Reich Joseph Goebbels dichiarò ufficialmente guerra al Regno di Jugoslavia: la Luftwaffe bombardò pesantemente la capitale Belgrado, in quella che i nazisti chiamarono “Operazione Castigo”. Gli Slavi del sud andavano infatti castigati per il colpo di stato operato il 27 marzo attraverso il quale veniva ribadito il rifiuto militare e popolare di adesione al Patto tripartito con le potenze dell’Asse. Belgrado fu colpita senza preavviso: migliaia di civili morirono sotto le bombe e gran parte del centro urbano venne raso al suolo, così da raggiungere il doppio obiettivo che Adolf Hitler si era prefissato: piegare la resistenza militare e spezzare il morale della popolazione.
Contemporaneamente, truppe tedesche, italiane e ungheresi invasero il paese da più direzioni, dimostrando una schiacciante superiorità militare. L’invasione fu fulminea: in meno di due settimane, il Regno di Jugoslavia crollò e il 17 aprile 1941 l’esercito jugoslavo firmò la resa, aprendo di fatto la strada allo smembramento e all’occupazione della Jugoslavia.
Spartizione e occupazione
La divisione territoriale fu stabilita dall’alto comando tedesco già il 12 aprile, su ordine di Hitler, ma ebbe inizio effettivo soltanto i primi giorni di maggio: all’Italia sarebbe spettata la costa dalmata, all’Ungheria il Banato, alla Bulgaria la Macedonia. La Germania, in veste di potenza predominante, costrinse l’Italia ad accettare un sistema di demarcazione netta tra le rispettive sfere d’interesse.
Nel dettaglio, la Germania annesse la parte settentrionale della Slovenia e istituì un’amministrazione militare in Serbia e nel Banato; l’Italia prese la parte meridionale della Slovenia, la città di Susak con il suo entroterra, le isole al largo della costa croata, la maggior parte della Dalmazia e le sue isole, il vasto entroterra del golfo di Cattaro, oltre al Regno di Montenegro. Nei territori non-annessi, gli occupanti tedeschi e italiani istituirono autorità politico-militari e formarono, o tentarono di formare, amministrazioni diplomatiche: quasi tutto il Kosovo e la Macedonia occidentale furono affidati all’amministrazione collaborazionista della “Grande Albania”. La Bulgaria annetté la Macedonia meridionale e una parte minore della Serbia orientale (in tutto una decina di srezes, quartieri) e un’area più piccola del Kosovo. All’Ungheria fu affidata Bačka, Baranja, Prekmurje e la regione del Međimurje.
Tuttavia, l’esito più tangibile dell’Operazione Castigo fu la creazione dello Stato indipendente di Croazia (NDH), regime filonazista guidato dall’ustascia Ante Pavelić, promotore di violentissime politiche anti-serbe con intento genocidario e legato alla Chiesa romana da un rapporto controverso (si veda il caso dell’arcivescovo Stepinac).
L’inizio della guerra civile e della Resistenza
Ma l’NDH era solo uno dei contendenti sul campo di battaglia. Tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942 nei territori jugoslavi esplose infatti una cruenta guerra civile, fatta di un mix esplosivo tra resistenza contro gli occupanti, conflitti tra gruppi etnici e scontri violentissimi tra diverse fazioni interne. Da un lato emersero i partigiani comunisti guidati da Josip Broz Tito, dall’altro i cetnici monarchici, che durante l’autunno e l’inverno del 1941 si erano costituiti attorno al colonnello Dragoljub “Draža” Mihailović. Parallelamente, il regime croato degli ustascia avviò persecuzioni e massacri contro serbi, ebrei e rom, mentre musulmani bosniaci furono arruolati nella 13° Divisione SS. Una situazione molto caotica, specialmente nei primi mesi dopo l’invasione.
Tra gli schieramenti c’è però una differenza fondamentale: se da un lato è inevitabile accettare le dicotomie “serbo-cetnico” e “croato-ustascia” per via della effettiva composizione etnica dei due schieramenti, dall’altro bisogna sottolineare che la presa operata sulla popolazione da parte della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (KJP) avveniva indipendentemente dall’origine etnica; tra le fila partigiane, infatti, non si verificarono mai differenze etniche discriminanti o comunque vincolanti per l’arruolamento ideologico e militare, ma anzi, il movimento di liberazione partigiano fece della propria eterogeneità uno dei suoi punti di forza.
I partigiani di Tito avevano quindi dalla loro parte una spiccata insistenza sull’aspetto ideologico del comunismo (rivelatosi poi unificante) e una visione trans-etnica di arruolamento sia politico che prettamente bellico; è altrettanto vero che il collante ideologico che accomunava le varie forze collaborazioniste era rappresentato da uno spiccato anti-comunismo, elemento imprescindibile che si inserì nel conflitto fratricida riducendo lo schieramento, se utilizziamo questo parametro, a due blocchi contrapposti (ma mai definiti perché continuamente sottoposti a un incessante travaso di uomini da un esercito all’altro): i partigiani da una parte e le forze cetnico-ustascia-musulmano-collaborazioniste dall’altra. Le vicende belliche volsero a favore del Maresciallo Tito, che raccolse le sorti della Jugoslavia e dei suoi popoli riunendoli ancora una volta sotto la stessa bandiera, con la stella rossa al centro.
Un evento chiave per il dopoguerra
Il 6 aprile 1941 non fu solo l’inizio dell’Operazione Castigo, dell’invasione e dell’occupazione della Jugoslavia, ma fu anche l’origine di molte dinamiche che avrebbero segnato il futuro dei Balcani occidentali. La resistenza partigiana guidata da Tito portò, nel dopoguerra, alla nascita della Jugoslavia socialista, uno Stato federale che cercò di tenere unite le diverse etnie tra molte difficoltà, poi (ri)esplose quando alla morte del Maresciallo non si trovò alcuna figura egualmente carismatica in grado di fare altrettanto.
La Jugoslavia di Tito nacque proprio dalle ceneri di quel fatidico 6 aprile 1641. Ed è per questo che comprendere la drammaticità di quella data significa, oggi, comprendere le fragilità profonde dei Balcani, cogliendo al contempo l’origine di una frattura che non si è mai del tutto ricomposta. L’invasione e il crollo della Jugoslavia non generarono soltanto una guerra contro l’occupante, ma aprirono un conflitto interno tra memorie, identità e appartenenze.
Quella frattura, rimossa ma non risolta durante l’epoca socialista di Tito, si è riproposta con rinnovata ferocia negli anni Novanta con altre guerre fratricide, crimini contro l’umanità e genocidi. È in questo senso che i Balcani contemporanei appaiono ancora segnati da una storia che non passa, che continua a proiettare la propria ombra sul presente, alimentando diffidenze, narrazioni contrapposte e fragilissimi equilibri politici.
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East Journal Quotidiano di politica internazionale