Guerra in Iran e Cecenia

La Cecenia e la Guerra in Iran

Il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato i primi attacchi contro l’Iran, uccidendo la Guida Suprema Khamenei, la Cecenia ha risposto con il silenzio. Per settimane non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale da Grozny. Fino a che uno dei più stretti collaboratori di Ramzan Kadyrov non ha rotto il ghiaccio. 

Alaudinov vuole andare a combattere in Iran

Qualche giorno dopo l’inizio della guerra, Apti Alaudinov, comandante delle forze speciali Akhmat, ha pubblicato un video sul suo canale Telegram, in cui ha dichiarato che la situazione in Iran è molto critica e che il paese deve essere sostenuto in ogni modo. Ha anche detto che, se le autorità russe lo permettessero, sarebbe pronto a recarsi subito in Iran per partecipare alle operazioni militari. Nel video, Alaudinov ha fatto un parallelo con la guerra in Ucraina, ricordando che da quattro anni i soldati vengono colpiti da missili e armi americane, europee e israeliane, e ha affermato che, con “il 99% di probabilità”, Trump è l'”Anticristo”. Secondo lui, Iran e Russia si trovano di fronte allo stesso nemico, l’Occidente.

La sua dichiarazione ha suscitato scalpore, ma non ha convinto tutti. Tra i commenti ceceni online, Alaudinov è infatti spesso preso in giro con soprannomi come “guerriero TikTok”, riferiti al suo comportamento al fronte ritenuto codardo. Inoltre, l’opposizione NIYSO ha commentato le sue parole come pura scena, suggerendo che non avrebbe mai messo in gioco le sue proprietà negli Emirati, la sua ricchezza o la sua vita in una guerra contro l’Iran. L’élite cecena intrattiene infatti rapporti molto stretti con quella degli Emirati. Motivo per cui, molto probabilmente, Ramzan Kadyrov si è trattenuto dal pronunciare alcuna dichiarazione nell’immediato.

La posizione ambivalente di Kadyrov

Soltanto l’11 marzo, Ramzan Kadyrov ha finalmente preso parola, sempre tramite un post sul proprio canale Telegram. Il capo della Repubblica Cecena ha condannato quanto ha definito un “attacco traditore all’Iran durante il sacro mese del Ramadan” e ha qualificato l’assassinio di Khamenei come una “tragedia”. Ciononostante, ha precisato allo stesso tempo che i raid iraniani su altri paesi “non possono essere giustificati”, e che gli attacchi alle infrastrutture civili rappresentano un comportamento inaccettabile in qualsiasi circostanza.
Queste sue dichiarazioni sono chiara prova della doppia posizione adottata da Kadyrov, considerando i suoi rapporti con numerosi paesi del Golfo e la sua posizione anti-occidentale e anti-Israele.

Nel post, egli ha nominato più volte gli Emirati Arabi Uniti, colpiti in più occasioni dall’Iran dall’inizio del conflitto, esprimendo apprezzamento per la loro leadership e definendo il paese “uno dei più sicuri e stabili al mondo“. Inoltre, ha proposto di convocare a Grozny una riunione dei paesi del Golfo al fine di coordinare le risposte regionali.
È importante notare che ciò non costituisce esclusivamente un’azione diplomatica, bensì è sintomo degli stretti rapporti tra Kadyrov e le autorità degli Emirati, sia personali che economici e commerciali.

Per esempio, come discusso in un articolo del maggio scorso, il capo di Stato ceceno ha partecipato ad una serie di colloqui non autorizzati da Mosca con vari rappresentanti delle monarchie del Golfo, allo scopo di assicurare l’incolumità e la sicurezza dei suoi familiari e collaboratori più stretti, e del suo patrimonio. Inoltre, nel 2021, Ramzan Kadyrov ha inaugurato una delle vie principali di Grozny intitolata allo Sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, sovrano di Abu Dhabi, sottolineando i rapporti eccellenti.

Le voci dal basso: né con Teheran, né con Tel Aviv

Al di là delle posizioni ufficiali, la risposta della società cecena, e più in generale del Caucaso settentrionale, è stata più sfaccettata e, in molti casi, contraddittoria.
Il movimento di opposizione NIYSO si è trovato in una posizione difficile, poiché è noto sia per la sua posizione antisionista sia per la sua forte ostilità verso la Russia. La maggior parte dei suoi sostenitori è musulmana sunnita e dunque la morte di una guida religiosa sciita difficilmente avrebbe suscitato l’empatia del seguito, ma un attacco condotto da Israele non avrebbe sicuramente potuto essere celebrato dal movimento.

L’analisi condotta da OC Media a riguardo ha riportato testimonianze di vari esponenti del Caucaso settentrionale. Tra le voci più dirette, quella del giornalista e attivista inguscio Mohmad Tor, che ha definito la leadership iraniana “mostri mangiauomini” responsabili di aver “affogato nel sangue Siria e Iraq”, ma ha insistito che la loro caduta avrebbe dovuto avvenire senza l’intervento occidentale. Infatti, ha successivamente descritto sia l’Iran che Israele come nemici dei musulmani. Per molti giovani di orientamento salafita nel Caucaso settentrionale, l’Iran rappresenta un esempio negativo di stato islamico, criticato per il regime autoritario e l’identità sciita. Altri si concentrano principalmente sull’alleanza tra Iran e Russia, ritenuta responsabile di decenni di repressione nella regione.

Nonostante le divisioni, un elemento accomuna quasi tutti. Un forte sentimento pro-palestinese e anti-israeliano è diffuso trasversalmente tra i giovani del Caucaso settentrionale, il che rende difficile per chiunque celebrare apertamente un’operazione militare in cui Israele ha un ruolo centrale.

La risposta cecena alla guerra in Iran riflette le contraddizioni di una regione stretta tra identità religiose in conflitto e interessi pratici. Per molti nel Caucaso settentrionale, il conflitto è l’ennesimo esempio di un mondo in cui le grandi potenze prendono decisioni che ricadono principalmente su civili innocenti.

 

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Chi è Denise Gislimberti

Studentessa magistrale al secondo anno del Master in East European and Eurasian Studies (MIREES). Appassionata di Caucaso e Russia, si interessa di conflitti etnici, geopolitica e l'uso della memoria collettiva come strumento di propaganda.

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