In Croazia, il presidente Zoran Milanović si oppone alla cooperazione militare con Israele, in aperto contrasto al governo guidato da Andrej Plenković, che invece la favorisce. Sullo sfondo, il crescente legame militare tra Belgrado e Tel Aviv viene indicato da Milanović come fattore di instabilità regionale e potenziale minaccia per la sicurezza croata.
La presidenza contro il governo su Israele
È a causa “dell’inaccettabile condotta dell’esercito israeliano e della violazione senza precedenti di tutte le norme del diritto internazionale umanitario” che il presidente croato Zoran Milanović aveva ordinato nel maggio 2025 la cessazione di ogni cooperazione tra le forze armate croate e l’esercito israeliano. Lo stop dovrebbe riguardare anche “ogni forma di commercio di armi e attrezzature militari con Israele”, come annunciato dallo stesso Milanović sui social il 24 febbraio di quest’anno.
La questione è tornata attuale all’indomani della visita del Ministro della Difesa croato Ivan Anušić in Israele, che ha incontrato il suo omologo Israel Katz per discutere di cooperazione nella difesa. Secondo Anušić, nel colloquio con Katz si è parlato soprattutto della condivisione di conoscenze di tecnologia militare. Il ministro croato ha ringraziato Israele per aver concesso la licenza di esportazione per il sistema Trophy Active Protection System, da integrare nei carri armati tedeschi Leopard 2A8 acquistati dalla Croazia.
Nonostante le posizioni di Milanović, il governo vuole proseguire la cooperazione con Israele in ambito militare: il primo ministro Plenković ha ribadito che la visita di Anušić era legittima e che la cooperazione nella difesa militare non ricadrebbe comunque nelle competenze del presidente. Anche Anušić ha affermato che tornerà in Israele e di non essere interessato ai commenti di Milanović. La questione potrebbe rivelarsi più complicata però perché, secondo la Costituzione croata, il presidente e il primo ministro sono responsabili congiunti in materia di politica estera e di sicurezza e il presidente è comandante supremo delle forze armate.
Dal canto suo, Milanović sta iniziando a prendere posizioni sempre più dure nei confronti dell’influenza israeliana in Croazia. Recentemente ha anche criticato duramente l’ambasciatore israeliano a Zagabria, Gary Koren, per la sua affermazione secondo cui il governo dovrebbe controllare l’ambasciata iraniana per verificare la presenza di possibili minacce di terrorismo.
Plenković – Milanović, la sfida interna va oltre Israele
Il nodo sulle relazioni tra Croazia e Israele è solo uno dei punti di attrito tra Plenković e Milanović in politica estera. Appena dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Milanović aveva posto il veto all’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO, legando il via libero croato alla modifica della legge elettorale in Bosnia-Erzegovina per assecondare le richieste dei croato-bosniaci. Allora, il primo ministro lo aveva accusato di danneggiare la Croazia a livello internazionale e di promuovere posizioni filorusse. Quest’ultima accusa è un’arma retorica ricorrente di Plenković contro Milanović, legata al fatto che quest’ultimo ha spesso espresso posizioni meno atlantiste ed europeiste rispetto al primo ministro.
Parlando dell’Unione Europea, il presidente croato l’ha spesso definita come “non democratica in molti modi” e ha accusato Plenković di essere un “barboncino” e un “burattino di Bruxelles” pronto a sacrificare gli interessi nazionali croati.
La cooperazione militare con Israele nei Balcani
Mentre in Croazia è oggetto di discussione, in alcuni paesi dei Balcani la cooperazione militare con Israele continua a svilupparsi in modo significativo. In Albania, ad esempio, l’azienda israeliana Elbit Systems avrebbe recentemente firmato un accordo per la fornitura di artiglieria e droni avanzati, in linea con l’obiettivo del premier Edi Rama di sviluppare l’industria della difesa nazionale.
Ma è la Serbia il principale interlocutore di Israele nell’area balcanica. Le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono molto salde e le esportazioni di armi serbe verso Israele sono in crescita costante. Un’inchiesta di BIRN/Haaretz aveva svelato che nel 2024 era di 47.9 milioni di euro, mentre nei soli primi mesi del 2025 aveva raggiunto quota 55.4 milioni di euro.
Sempre nel 2025, media israeliani avevano rivelato la firma di un accordo da 1,64 miliardi di dollari tra la Serbia ed Elbit Systems per la fornitura di sistemi di artiglieria e droni. Le autorità serbe utilizzerebbero inoltre tecnologie israeliane per monitorare la società civile, come il software Pegasus.
Non a caso, Milanović ha recentemente richiamato l’attenzione sulla cooperazione militare tra Israele e Serbia. Il presidente croato, commentando la recente notizia che la Serbia sarebbe entrata in possesso di missili balistici di produzione cinese, ha affermato che la Serbia si sta dotando sempre di più di armi offensive e che Israele giochi un ruolo centrale in questo processo di riarmo.
Le critiche alla cooperazione militare con Israele possono essere lette alla luce della retorica e dell’identità politica di Milanović. Il suo distacco dall’atlantismo di Plenković e le critiche frequenti a Bruxelles, che gli sono valse l’appellativo di “Trump croato”, sono sicuramente importanti per la sua posizione. Non va trascurata però la dimensione regionale: Milanović considera la Serbia una minaccia e il fatto che Israele ne stia alimentando il riarmo non fa che rafforzare le sue resistenze a qualsiasi forma di cooperazione militare con Tel Aviv.
Foto: N1
East Journal Quotidiano di politica internazionale