Palazzi di epoche contrastanti, spirito di resistenza, leggende su manoscritti medievali. Il primo libro di Joshua Evangelista – Sarajevo. Laboratorio fragile dei Balcani, metronomo d’Europea, edito da Paesi edizioni – descrive tutto questo: una composita cartolina esegetica della capitale bosniaca. Evangelista, giornalista che da anni lavora riportando le storie dei Giusti per Gariwo, racconta una Sarajevo piuttosto inedita nella letteratura italiana, abituata a narrarne esclusivamente l’assedio. Il libro parla anche di quello, perché è inevitabile farlo, ma aiuta ad andare oltre.
Il libro racconta le epoche imperiali e il loro lascito, soprattutto a livello architettonico e urbanistico, passa per la guerra, e finisce con la Sarajevo di oggi, le sue trasformazioni e contraddizioni, i declini e le rinascite. Sarajevo ha quindi il primo merito di saper raccontare la città nella sua complessità lungo i secoli, richiamando ai tanti elementi e periodi storici che la compongono, al netto dei quattro anni di assedio. L’altro merito del libro è quello di rifuggire i facili stereotipi e quella moltitudine di frasi preconfezionate e orientaliste che vogliono richiamare l’esotismo dei Balcani tanto in voga negli ultimi anni. E di questo siamo grati all’autore.
La collana di cui fa parte, Le città geopolitiche, è un insieme di guide – tra cui trovate quella di Istanbul a cura di Marta Ottaviani e Pietroburgo di Anna Zafesova – utili per capire l’essenza e la natura di una città, restituendo la loro dimensione internazionale e cosmopolita: le capitali come sineddochi del mondo geopolitico. L’intento del libro di Evangelista però non è quello di raccontare tutta la Bosnia ed Erzegovina e nemmeno affrontare nel dettaglio le crisi politiche dell’ultimo anno, quando il nazionalismo di Milorad Dodik ha raggiunto l’apice, bensì comprendere che ruolo gioca Sarajevo nei confronti del resto del paese, in che modo la sua anima multinazionale ha faticato a gestire la chiave etnica imposta a Dayton e come mai la capitale bosniaca, per assurdo, sia maggiormente apprezzata al di fuori del paese. Come gli altri libri della collana, il racconto intreccia una minuziosa e aulica descrizione dei luoghi, di cui l’autore ci consegna immagini come se fossimo i suoi compagni di viaggio, e fatti storici raccontati senza superficialità o sciatteria, in modo imparziale e con l’onestà intellettuale di chi non vuol insegnare niente né tantomeno dare nulla per scontato.
La lettura procede per capitoli tematici, in cui le varie epoche storiche tornano ciclicamente, mostrando come Sarajevo sia stata in grado di contenerle e viverle, o sopravviverle, tutte. L’enfasi è su luoghi e persone, prima che sulla loro dimensione politica. A rendere originale il testo, la scelta di intervallare i capitoli agli episodi del racconto leggendario del recupero della Haggadah – il manoscritto che dopo la cacciata degli ebrei del 1492 dalla Spagna raggiunge i Balcani – durante le prime fasi dell’assedio.
L’unica posizione di parte che emerge dalla penna è quella della multiculturalità, in cui l’autore trova la sua comfort zone, quella dei ponti che uniscono ciò che l’etnonazionalismo divide. E quindi Evangelista si sofferma sull’importanza del murales dedicato a Milan Mladenovic e ai suoi messaggi di pace, nonché sulla figura di Jovan Divijak – il comandante serbo che preferì la difesa della città a quella del gruppo di appartenenza – e al lavoro della sua fondazione, ma anche su come il vanto artistico e architettonico della capitale sia di provenienza straniera. Una scelta per dire che Sarajevo può essere raccontata come città di pace, prima ancora che come luogo di conflitto.
Quando si sofferma sugli aspetti della guerra, lo fa concentrandosi soprattutto sulla sua eredità nonché sulle lezioni che l’Europa e il mondo non hanno voluto apprendere.
Notevole, in tale direzione, il capitolo dedicato alle iniziative di pace dei Beati costruttori di pace, a ciò che ne seguì e alle anime di quell’eterogeneo movimento. La ricostruzione storica suona terribilmente famigliare con quanto accaduto l’anno scorso con la Global Sumud Flottilla e il suo tentativo di forzare l’assedio israeliano durante il genocidio del popolo palestinese: la volontà di entrare una guerra armati solo di viveri; le critiche in patria di chi dice “non è il metodo giusto”; e l’interposizione di chi non riconosce il valore simbolico di questa iniziativa. Le marce della pace organizzate per Sarajevo nel 1992 e 1993 furono estremamente simili: oggi chi protesta per chiedere di non ammazzare bambini viene chiamato “pro-Pal”, dimostrando che di quella guerra, evidentemente, non abbiamo ricordato nulla.
In questo, Sarajevo è estremamente attuale, e importante: la guerra non come souvenir, ma come monito. Non si può scrivere un libro su Sarajevo senza parlare di quel che ha vissuto negli anni Novanta, ma si deve saper dare il giusto spazio a chi vuole approfondire una città che ha dato molto di più a tutti, in tutte le epoche storiche.
Biografia:
Joshua Evangelista, giornalista, è responsabile della comunicazione della Fondazione Gariwo, per la quale ha partecipato alla creazione di GariwoMag e all’ideazione del podcast Storie di Giusti. Ha scritto reportage e interviste da Medio Oriente, Europa orientale, Africa e Sud America per – tra gli altri – La Stampa, Avvenire, l’Espresso, Panorama, Venerdì di Repubblica, Internazionale, Domani, The Local, The New Humanitarian e Middle East Eye.
Prezzo 16,00 €
Pagine 204
East Journal Quotidiano di politica internazionale