La festa nazionale ungherese del 15 marzo si è trasformata in un’occasione per la campagna elettorale.
Da BUDAPEST – Complice una bella giornata primaverile, domenica 15 marzo centinaia di migliaia di ungheresi sono scesi in piazza ad ascoltare i comizi dei due candidati premier alle prossime elezioni, previste per il 12 aprile.
E proprio a questo abbiamo assistito, a dei comizi elettorali. Le commemorazioni per la rivoluzione del 1848 sono passate decisamente in secondo piano, sono state solo cornice storica per il presente. Viktor Orbán, in piazza Kossuth davanti al Parlamento, nel suo discorso durato 30 minuti, non ha citato nemmeno una volta il simbolo della rivoluzione, il poeta Sándor Petőfi. Péter Magyar, che in piazza degli eroi ha parlato per più di 50 minuti, ha ricordato le rivendicazioni di quella stagione rivoluzionaria (libertà, uguaglianza sociale e giuridica) come valori tuttora auspicabili.
La sfida si è giocata a colpi di marce (la marcia della pace per Orbán, la marcia nazionale per Magyar), e di cartelli (tutti rigorosamente preconfezionati) in un tripudio di bandiere tricolore.
Viktor Orbán, in ritardo di due ore rispetto al programma, ha parlato di guerra, di Bruxelles e di Ucraina, citando le prime due per 16 volte, l’ultima per 18 volte. Ha inoltre affermato con certezza che soldati occidentali metteranno piede in territorio ucraino e che a questo FiDeSz si opporrà. I giovani ungheresi – ha aggiunto – non moriranno per l’Ucraina, ma vivranno per l’Ungheria. Mai a Budapest governeranno la rabbia e l’odio. L’unica vera novità del discorso, secondo alcuni, è stato azzardare il risultato in termini numerici indicando in tre milioni la soglia minima dei voti.
Péter Magyar ha parlato di una nuova Ungheria, un paese libero, indipendente, civile ed europeo. Ha parlato della volontà di cambiamento che anima il popolo di TiSza e soprattutto ha parlato di futuro e di libertà, parola citata più di 40 volte. Fatto curioso, ha chiuso il comizio con le stesse parole di Orbán: “Alziamo le bandiere, avanti verso la vittoria, la patria prima di tutto!”. Una sfida, probabilmente. Ma anche un messaggio chiaro per tutti: non verremo mai meno agli interessi nazionali.
Secondo il politologo Gábor Török, il bagno di folla è un vantaggio per entrambi, ma soprattutto per chi in questo momento è in testa ai sondaggi. I discorsi di entrambi non hanno portato grandi novità: FiDeSz evoca la paura della guerra, mentre TiSza punta sul cambiamento e sulle speranze per il futuro. Tutti gli altri temi – continua Török – sono secondari. E aggiunge: «Una cosa è certa: non siamo nel 2022». Non ci sono più le asimmetrie politiche di quattro anni fa. I due partiti hanno serrato le fila, i sostenitori dell’uno e dell’altro schieramento sono sempre più fanatici. Al limite dell’intransigenza.
Varrebbe la pena, a questo punto, cercare le ragioni di quanti in piazza non sono scesi.
Foto: ansa.it
East Journal Quotidiano di politica internazionale