Sono giorni lunghi, più lunghi del solito.
Quest’anno l’arrivo della primavera – che in Iran viene festeggiata da quasi tremila anni – è sotto un cielo diverso. Il Nowruz, ovvero il giorno nuovo, ha portato sì più luce, ma anche più ore sotto le bombe. E quando vengono bombardate le riserve di petrolio, poco importa quante ore il sole resti nel cielo.
Per molti, compreso il sottoscritto, la morte di Khamenei è un evento quasi irreale, come il sole di mezzanotte: lo si vede, ma non ci si crede fino in fondo. Il corpo ha bisogno di tempo per comprendere davvero l’assenza di una presenza che per decenni ha logorato il sistema.
Quando una figura così persistente scompare, una notizia non basta a registrare il cambiamento. Serve tempo per elaborare il vuoto che lascia, per accettare che il male che ha segnato intere generazioni – repressioni, recessioni, dolori, vite spezzate – aveva anche un volto preciso, una responsabilità personale, una testardaggine rivoluzionaria difesa fino all’ultimo giorno di una vita lunghissima, degna dei tiranni della fantasia.
La sua morte, tuttavia, non rende queste giornate meno pesanti. Restano giorni carichi di speranza, paura e incertezza. E soprattutto di bombe.
L’inizio della guerra
Il 28 febbraio, con l’operazione Epic Fury, Stati Uniti e Israele hanno aperto un fronte che molti temevano e pochi credevano davvero imminente. Nelle prime ore dell’offensiva, il quartier generale e la residenza della Guida Suprema sono stati colpiti. Khamenei non è sopravvissuto.
Lo shock nella struttura politica iraniana è stato immediato e profondo – il tipo di vuoto che un sistema costruito attorno a una persona non sa come riempire.
Gli attacchi hanno preso di mira i nodi vitali del regime: i centri di comando delle Guardie della Rivoluzione, i siti nucleari di Natanz e Fordow, i depositi di missili balistici distribuiti nel paese. Una mappa che non lasciava dubbi sugli obiettivi dell’operazione.
La risposta iraniana è arrivata con la forza di chi non ha nulla da perdere: centinaia di missili balistici e migliaia di droni lanciati contro Israele e contro le basi militari statunitensi nella regione – dal Qatar al Bahrain, dagli Emirati al Kuwait fino all’Iraq. L’Iran ha poi chiuso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più cruciali del pianeta. Il prezzo del petrolio ha fatto il resto.
Teheran sotto attacco
Tra il 4 e l’8 marzo i bombardamenti si sono concentrati su Teheran e sulle principali città. Le raffinerie della capitale e i depositi di carburante sono stati colpiti, lasciando dietro di sé incendi estesi e di piogge acide tossiche. L’aeroporto di Mehrabad è gravemente danneggiato, e le immagini satellitari mostrano quello che rimane dei centri di comando dei Pasdaran.
Sul piano politico, l’Iran è entrato in una fase di paralisi. L’Assemblea degli Esperti ha cercato un consenso per nominare una nuova Guida Suprema, mentre Israele ha dichiarato apertamente che colpirà chiunque venga scelto per quel ruolo. Una dichiarazione che vale più di qualsiasi analisi: il punto non è chi guiderà l’Iran, ma se a qualcuno verrà permesso di farlo.
Il presidente Pezeshkian ha invece respinto le richieste di resa, scusandosi con i paesi vicini per alcuni missili finiti fuori bersaglio, definiti con tragicomica cortesia diplomatica “disguidi operativi”.
Washington, dal canto suo, non lascia spazio a interpretazioni: l’unico esito accettabile per l’amministrazione Trump è una resa incondizionata e un cambio totale della struttura di potere iraniana.
I dati sulle vittime civili, non ancora verificati, parlano già di oltre mille morti. I militari caduti sarebbero migliaia. A Teheran i bombardamenti continuano, l’elettricità viene interrotta per ore, il carburante scarseggia. La città resiste, nel senso più fisico e logorante del termine.
Il rischio della frammentazione
Ora il futuro del regime iraniano – e in larga misura anche quello dell’Iran come entità storica – dipende paradossalmente dalla generosità dei suoi presunti salvatori: gli stessi attori che oggi stanno lanciando bombe e missili sul paese.
Per la prima volta dopo millenni si affaccia una possibilità inquietante: quella di un Iran frammentato. Un paese di quasi cento milioni di abitanti e grande quanto l’Europa occidentale potrebbe ritrovarsi diviso in diverse entità territoriali, ciascuna sotto l’influenza di potenze regionali o globali. Al centro rimarrebbe forse una regione persiana con capitale Teheran: ridimensionata, impoverita, castrata e privata di gran parte della sua continuità storica, delle sue risorse e della sua capacità di proiezione politica.
Uno scenario del genere non significherebbe automaticamente stabilità. Al contrario, aprirebbe la porta a conflitti interni, tensioni etniche e possibili guerre civili. Senza un potere centrale capace di mantenere l’equilibrio, governare un territorio così vasto e complesso diventerebbe un’impresa impossibile. L’Iran è un paese che non si amministra da un quartier generale a Washington o Tel Aviv. Servirebbe un’enorme infrastruttura politica e amministrativa sul campo. Servirebbero anni di ricostruzione, enormi programmi di assistenza internazionale e, molto probabilmente, prestiti finanziari concessi a condizioni preoccupanti già viste in altri paesi. Prestiti che trasformerebbero un paese storicamente poco indebitato con un debito pubblico intorno al 30% del PIL – dato che assume tutto il suo peso se paragonato all’Italia al 140% o agli Stati Uniti al 130% – in una nazione legata alle dinamiche della finanza globale.
Nel frattempo l’Iran rischierebbe anche di perdere il controllo dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta. Un cambiamento storico, se si considera che per millenni l’influenza iraniana ha dominato quell’area, tanto che il nome Golfo Persico non è retorica, bensì geografia storica.
In uno scenario del genere, la differenza tra le possibili leadership future potrebbe rivelarsi più simbolica che reale. Che a guidare il paese sia Ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema appena caduta, o Principe Reza Pahlavi, figlio dello Scià rovesciato nel 1979, entrambi avrebbero margini di manovra estremamente limitati. Le leve decisive delle trattative sul futuro del paese – sulla ricostruzione delle città oggi bombardate e sulle condizioni della nuova architettura politica – rischierebbero di trovarsi altrove.
Mentre queste righe vengono scritte, ciò che resta di quell’architettura continua a essere bombardato. La popolazione iraniana continua a vivere tra due fuochi: un regime che spegne a colpi di fucile e liberatori che promettono luce a colpi di bombe. Non ha ancora trovato il suo posto. Forse perché nessuno glielo ha mai chiesto.
East Journal Quotidiano di politica internazionale