Il 15 marzo la popolazione del Kazakhstan ha approvato, tramite referendum, una modifica sostanziale della costituzione vigente. La nuova struttura costituzionale rischia di incentivare ulteriormente l’autoritarismo nel paese. Più dell’80% dei votanti si è espresso a favore dei cambiamenti. L’affluenza avrebbe superato il 70%.
Una nuova costituzione
La data del 15 marzo 2026 potrebbe rivelarsi un nuovo spartiacque della vita politica kazaka. Il più importante, forse, della sua storia post-sovietica. La popolazione ha deciso delle sorti della costituzione, che, approvato il quesito referendario, è stata modificata per oltre l’80% del suo testo.
Le voci di una possibile revisione della costituzione circolavano già lo scorso autunno, ma l’ordine di grandezza delle possibili modifiche è stato reso noto solo negli scorsi mesi: gli emendamenti proposti hanno riguardato 77 articoli – pari all’84% dell’intero documento – e toccano quasi ogni aspetto della vita politica nazionale, dalle questioni linguistiche all’assetto giudiziario, dal numero dei deputati alla reintroduzione di vecchie cariche all’interno dell’ordinamento kazako.
Il referendum, fortemente appoggiato dal presidente in carica Qasym-Jomart Toqaev, mirava a sostituire la costituzione del 1995 con un testo teoricamente più adatto ai mutamenti dello scenario politico, sociale ed economico del ventunesimo secolo – così come dichiarato da vari esponenti della compagine governativa. Un tentativo di promuovere la stabilità che tuttavia potrebbe rivelarsi deleterio per lo stato di diritto.
Quella che in buona sostanza possiamo chiamare nuova costituzione ristruttura completamente l’assetto politico nazionale. Il parlamento bicamerale è stato sostituito dal Kurultai, un nuovo organo monocamerale, con conseguente riduzione del numero dei deputati a 145. Viene reintrodotta la figura del vicepresidente, una carica abolita già nel 1996 e ora reintegrata nell’ottica di una maggiore stabilità. Toqaev ha più volte dichiarato di non voler correre per un secondo mandato alle nuove elezioni del 2029 – scelta che sarebbe peraltro entrata in conflitto con le norme costituzionali, vecchie e nuove: la rinnovata possibilità di scegliere personalmente il proprio vice sembra suggerire la via della successione programmata. Un sistema certamente più stabilitocratico in cui la nuove redini del panorama politico vengono affidate ad un volto conosciuto. Una scelta che riflette la volontà di non ripetere l’esperienza di Nursultan Nazarbaev, primo presidente del Kazakhstan post-sovietico (per 29 anni, dal 1990 al 2019), figura capace di catalizzare insieme consensi e malcontenti, politico tentacolare che anche da ex presidente, dietro le quinte, sembrava capace di muovere i fili della vita nazionale.
D’altra parte, il nuovo testo costituzionale presenta ulteriori insidie per lo stato di diritto: su tutte, lo spropositato consolidamento del potere esecutivo. Il presidente potrà proporre i nomi di tutti i candidati alla Corte Suprema, scegliere i membri della Corte Costituzionale, della Corte dei conti e della Commissione Elettorale Centrale. Il Consiglio del Popolo, un nuovo organo con poteri legislativi, sarà anch’esso composto di nomine presidenziali. Infine, il presidente potrà emanare decreti aventi forza di legge anche quando il parlamento viene sciolto.
Questioni d’identità
L’assetto istituzionale non è stato il solo oggetto di attenzioni della nuova costituzione. Anche le questioni identitarie e linguistiche sono state al centro del dibattito. L’articolo 9, che preserva l’utilizzo della lingua russa all’interno delle istituzioni statali, è stato forse il punto più controverso del nuovo documento. In un paese che condivide il confine terrestre continuo più lungo al mondo con la Russia e la cui popolazione è composta per circa il 15% da persone russe, il dibattito viene ciclicamente riacceso. Simbolo della difficile collocazione post-sovietica del Kazakhstan, la scelta di Astana riflette il pragmatismo che ha segnato – soprattutto negli ultimi anni – la politica estera del paese: alienare Mosca comporta costi economici, sociali ed elettorali troppo pesanti; dall’altra parte, l’élite politica punta sul consolidamento dell’identità nazionale kazaka per perseguire la sua politica multivettoriale.
Presagi di autoritarismo
In pochi – forse nessuno – si sarebbe aspettato un risultato diverso dalle urne. Nelle ultime settimane si sono intensificati fermi, arresti e intimidazioni di giornalisti e critici del referendum, cancellazioni di post sui social, in un continuum autoritario che certo affonda le sue radici nel passato del paese, ma che almeno dalle proteste del 2022 – e la loro conseguente repressione – ha trovato nuovo spirito e linfa. Il “nuovo Kazakhstan”, strutturalmente più prono alla concentrazione dei poteri e alla repressione del dissenso, trova nella nuova costituzione un documento ritenuto da alcuni fondamentale per la sopravvivenza del paese – incastrato tra vicini scomodi e potenti come Russia e Cina -, ma certamente deleterio dello stato di diritto.
East Journal Quotidiano di politica internazionale