Sono stati colpiti l’aeroporto più importante del Nakhichevan, exclave azera situata tra Armenia, Turchia e Iran, e una zona vicina ad una scuola, ferendo delle persone. Teheran nega ogni coinvolgimento e accusa Tel Aviv, ma a Baku non ci sono dubbi su chi sia il mittente di questo attacco. Facciamo il punto della situazione, alla luce degli storicamente difficili rapporti tra i due paesi.
Cosa significa questo attacco?
Con un paio di droni l’Iran vuole mandare un messaggio al vicino settentrionale con cui ha storicamente rapporti difficili: “stanne fuori”. Nella rete di intese improbabili tra Caucaso del Sud e Medio Oriente, infatti, l’Azerbaijan, musulmano sciita, è allineato con Israele, ospitando basi del Mossad che possono facilmente colpire l’Iran, e a cui vende idrocarburi in cambio di armi. Per dare un’idea di quanto i rapporti tra i due paesi siano stretti, il 70% degli equipaggiamenti militari azeri più avanzati, come droni e sistemi missilistici difensivi, vengono importati direttamente da Tel Aviv, mentre le esportazioni azere coprono il 40% del consumo di petrolio dello Stato ebraico. Inoltre, la Repubblica Islamica dell’Iran è abitata da circa 20 milioni di persone di etnia azera, il doppio dei loro parenti nello stato post-sovietico, rappresentando la minoranza più importante, circa il 16-20% della popolazione. Da sempre monta a Teheran la paura dell’irredentismo. Crollata l’Unione Sovietica nel 1991, l’istituzione di uno stato azero laico e indipendente ha suscitato il timore nell’élite iraniana, che ciò potesse montare sentimenti pan-turchi e anti-persiani nei 20 milioni di azeri iraniani. Inoltre i crescenti legami securitari ed energetici dell’Azerbaijan con Turchia, Israele e Stati Uniti hanno acuito le preoccupazioni della Repubblica Teocratica, che per contenere Baku si è allineata con Yerevan, opponendosi a qualsiasi operazione atta a rafforzare i piani neo-Ottomani di Erdogan e Aliyev, come il corridoio di Zangezour. Dopo l’attacco di giovedì 5 marzo, Baku denuncia la violazione del diritto internazionale e si riserva il diritto di rispondere in modo proporzionato. Nel frattempo il governo azero ha chiuso lo spazio aereo nelle regioni a sud, ha iniziato a ritirare i propri diplomatici da Teheran, ha convocato l’Ambasciatore iraniano e, soprattutto, ha schierato truppe al confine con la Repubblica Islamica, anche se il Presidente Aliyev dichiara di non voler entrare in guerra con il vicino. Il timore azero è che possano essere prese di mira le infrastrutture energetiche che trasportano gas naturale dal Mar Caspio all’Europa.
Come siamo arrivati alla Terza Guerra del Golfo
Tra gennaio e febbraio, Stati Uniti e Iran hanno intavolato dei negoziati mediati dall’Oman. Nel mentre, mezzi militari di ogni tipo venivano schierati nel Golfo. Un negoziato con le armi puntate contro, che di fatto segna la putinizzazione definitiva della politica estera americana. Le richieste, o meglio pretese, del Tycoon erano tre: la rinuncia da parte dell’Iran al proprio programma nucleare, la riduzione delle capacità missilistiche, e la fine del sostegno di Teheran ai così detti proxy, gli attori non statali con cui la Repubblica Islamica attacca indirettamente Israele: Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, e Houthi in Yemen. Tali richieste sono state da subito considerate massimaliste dagli iraniani, in quanto avrebbero perso qualsiasi capacità di deterrenza verso le minacce esterne. Tuttavia, stando al Ministro degli Esteri dell’Oman Badr Albusaidi, i progressi nei negoziati sono stati comunque significativi soprattutto per quanto riguarda il dossier sul nucleare. Nonostante i progressi però, Trump sotto pressione da parte del Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu, che ha nei confronti dell’Iran una vera e propria ossessione, ha deciso di chiudere i negoziati e di attaccare la Repubblica Islamica, parlando di attacco preventivo senza specificare cosa si dovesse prevenire. In questi giorni di guerra l’Iran ha lanciato missili e droni sui paesi arabi del Golfo alleati degli americani, e ha bloccato lo stretto di Hormuz da cui passa circa il 20% di gas e petrolio mondiale. L’attacco all’Azerbaijan, e il timore azero di vedersi colpite le infrastrutture energetiche è quindi parte di questa internazionalizzazione del conflitto. La speranza è che l’aumento dei costi energetici, e il timore costante di un allargamento del conflitto, possa riaprire la strada alla diplomazia.
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