Un'esercitazione dell'esercito albanese
Credit: Gertrud Zach

BALCANI: L’integrazione europea può passare dalla difesa

Tra basi militari, corridoi strategici, porti e sviluppo industriale, per i Balcani occidentali la difesa potrebbe essere la chiave di volta dell’integrazione europea. Oggi i “sei” della regione non chiedono più solo protezione, ma si propongono come un ingranaggio fondamentale per l’autonomia strategica dell’Unione. Tuttavia, ad oggi Bruxelles sembra sottovalutare questo aspetto e potrebbe farsi scappare un’importante opportunità geopolitica.

La spesa militare nei Balcani

Negli ultimi anni, gli stati della regione candidati e potenziali all’Unione Europea (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia) hanno notevolmente aumentato la fetta di spesa pubblica destinata alla difesa: eccezion fatta per la Bosnia ed Erzegovina, tutti hanno superato la soglia del 2% del Pil, rendendo la media regionale di poco superiore a quella dei 27 stati membri dell’Unione Europea.

Non è solo una questione di cifre, ma di velocità: la maggior parte dei paesi della regione investe più del 20% del proprio budget militare nell’acquisto e lo sviluppo di nuovi sistemi e tecnologie. In particolare, Albania, Macedonia del Nord e Serbia spiccano con investimenti nell’ambito della modernizzazione che ammontano a più di un terzo dei rispettivi bilanci militari.

È particolare il caso della Bosnia ed Erzegovina: nonostante disponga di una delle industrie belliche più consolidate della regione, con un’azienda capace di produrre fino a 500.000 proiettili d’artiglieria l’anno e una rete industriale radicata nei poli storici di Zenica, Novi Travnik e Konjic, il paese investe ancora quote relativamente basse del proprio bilancio nella difesa. Tale paradosso è anche legato alla frammentazione istituzionale tra Federazione e Republika Srpska, che ostacola decisioni centralizzate e limita la pianificazione strategica. Il risultato è un’industria competitiva sul mercato globale ma sostenuta da uno stato che investe poco nelle proprie capacità militari attive, creando una discrepanza strutturale tra produzione ed effettivo ammodernamento delle forze armate.

Il valzer dei partner: tra Europa ed Oriente

In questo contento, i paesi della regione hanno incrementato le acquisizioni da aziende europee, contribuendo al rafforzamento dell’industria militare europea. In particolare, i tre stati membri della Nato, ovvero Albania, che ospita l’unica base dell’alleanza nella regione a Kucovë, Macedonia del Nord e Montenegro, hanno intensificato negli ultimi anni l’approvvigionamento di sistemi d’arma da aziende europee, contribuendo sia al consolidamento del mercato industriale continentale sia al proprio allineamento agli standard operativi euro-atlantici.

L’Albania ha acquistato elicotteri dalla Germania e blindati leggeri dall’Italia, e iniziato una collaborazione con il Regno Unito per lo sviluppo e la costruzione di veicoli militari. Tirana gode anche di ottimi rapporti con Ankara: un’alleanza rinnovata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, consolidata con l’adesione albanese alla Nato del 2009 e rafforzata dopo l’annessione della Crimea alla Russia del 2014 con programmi di addestramento bilaterali e investimenti turchi nell’Adriatico. Non a caso, a margine del forum “Balkan Peace Platform” tenutosi ad Istanbul lo scorso gennaio, i diplomatici albanesi hanno assicurato al ministro degli Esteri turco che saranno incrementati la presenza e il ruolo della Turchia alla base navale militare di Pashaliman, un tempo unica base militare sovietica nel Mediterraneo. Il rapporto tra Albania e Turchia è naturale nelle logiche dell’Alleanza atlantica, ma certamente svantaggioso per i partner UE di Tirana.

La Turchia è molto influente anche in Kosovo. Lo scorso anno, il primo ministro Albin Kurti ha entusiasticamente annunciato l’acquisto di “migliaia” di droni di ultima generazione dalla società turca Baykar. Ankara ha anche supportato la creazione in Kosovo di una società statale nel campo dell’industria bellica, un passo importante verso la transizione della Forza di Sicurezza del Kosovo ad esercito regolare, sebbene la Nato sia ufficialmente contraria a questa operazione. Sotto questo punto di vista, sono stati importanti gli investimenti di Washington e Londra nello sviluppo di una miglior cybersecurity nazionale, contribuendo allo sviluppo dell’intelligence kosovara. Sono invece minori gli investimenti degli stati membri dell’Unione Europea nel paese, che ad oggi è l’unico dei Balcani a non godere neanche dello status di candidato.

Gli altri due alleati Nato della regione, Macedonia del Nord e Montenegro, mantengono buoni rapporti, in ambito di difesa, sia con Ankara sia con l’Unione Europea. Skopje negli ultimi anni ha acquistato missili terra-aria Mistral dalla Francia ed elicotteri dall’italiana Leonardo. Al contempo, la turca MKE, principale azienda statale turca del settore della difesa, ha firmato importanti accordi con la ATS, il principale produttore macedone di munizioni.  Invece, Il Montenegro si è recentemente rifornito di blindati dall’Austria e dalla Germania e ha contribuito a missioni di addestramento comune dell’Unione Europea in Mali, assieme anche all’Albania, e nel corno d’Africa.

È più delicato il discorso riguardante la Serbia. Negli ultimi anni Belgrado ha investito grandi cifre per l’ammodernamento del proprio esercito, appoggiandosi sia a partner europei, tra cui Francia (sebbene, a causa dei legami tra la Serbia e il Cremlino, nel 2024 l’aeronautica serba abbia ricevuto dei jet francesi Rafale depotenziati), Germania, Spagna, Danimarca e la vicina Slovenia, sia agli Stati Uniti e alla Cina. Difatti, i governi serbi, dal 2009 seguono la dottrina dei “quattro pilastri della diplomazia” dell’ex presidente Boris Tadić, secondo cui la Serbia debba fare affari con Usa, Cina, Unione Europea e Russia allo stesso tempo. Tuttavia, probabilmente a causa del doppio-giochismo serbo nei riguardi della guerra in Ucraina, negli ultimi anni si sono incrinati i rapporti diplomatici di Belgrado con Washington, Bruxelles e Mosca, avvicinando sempre di più Vučić a Pechino. La Serbia è diventata il principale partner militare della Cina in Europa, importando anche moderni sistemi di difesa aerea cinesi. Non a caso, tra il 2020 e il 2024, la Cina ha contribuito al 57% delle importazioni d’armi verso Belgrado, il primo partner per distacco davanti a Russia (20%) e Francia (7.7%). Al contempo, non è da sottovalutare l’apporto serbo a recenti missioni europee nel Corno d’Africa.

Un sostegno convinto all’Ucraina

Gli stati della regione convergono sul sostegno all’Ucraina sia dal punto di vista umanitario, economico e diplomatico, sia dal punto di vista militare, anche se spesso non pubblicizzando queste manovre. Gli stati membri della Nato all’inizio del conflitto hanno inviato a Kyiv armamenti d’epoca sovietica, con cui l’esercito ucraino aveva già dimestichezza, e hanno contribuito all’addestramento dei soldati ucraini. Ironicamente, pur non essendo riconosciuto come stato indipendente dall’Ucraina, anche il Kosovo ha mostrato il suo sostegno a Kyiv con due pacchetti di aiuti militari.

È particolare il caso della Serbia che, nonostante non abbia aderito alle sanzioni europee contro la Russia e continui a proclamare la propria neutralità, ha fornito in modo indiretto sostegno all’Ucraina. Secondo alcuni report occidentali, munizioni serbe per un valore di circa 800 milioni di euro sono arrivate a Kyiv attraverso triangolazioni con paesi terzi. Sebbene il governo serbo non abbia mai confermato ufficialmente queste forniture, i volumi di esportazione dell’industria bellica serba negli ultimi anni suggeriscono un coinvolgimento più profondo di quanto dichiarato. È stato simile anche il destino di molte munizioni prodotte in Bosnia ed Erzegovina, attraverso triangolazioni soprattutto con Stati Uniti, Romania e Repubblica Ceca.

Difesa ed allargamento europeo

Il quadro che emerge è quello di una regione che, pur attraversata da fragilità politiche e fratture strategiche, si sta trasformando da periferia consumatrice a produttore e ingranaggio potenzialmente centrale per la sicurezza europea. L’incremento degli investimenti nella difesa, l’ammodernamento degli apparati militari e il ruolo crescente delle industrie locali delineano un’area che non chiede più soltanto produzione, ma che può contribuire all’autonomia strategica dell’Unione Europea. Questa disponibilità rischia di rimanere inascoltata, sebbene proprio la difesa potrebbe rappresentare il vettore più solido per avvicinare i Balcani occidentali allo spazio europeo. Se Bruxelles sceglierà di non valorizzare questa opportunità, altri attori esterni, già presenti nella regione, continueranno a colmare il vuoto lasciato dalla mancata integrazione europea.

Questa dinamica, al contempo, apre anche un interrogativo più ampio: un riarmo così rapido e massiccio, in una regione dal passato recente segnato da conflitti e instabilità, si traduce automaticamente in maggiore sicurezza? In questo contesto, senza un’integrazione europea capace di orientare questo percorso, l’allargamento degli arsenali balcanici potrebbe essere fattore di nuova competizione, amplificando rivalità latenti e frizioni storiche tra i principali attori della regione.

Foto: Gertrud Zach

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