La strage della scuola di Minab, in cui sono rimaste uccise più di 150 bambine a seguito di un attacco missilistico israelo-americano, è un crimine di guerra o un danno collaterale?
Avevano tutte tra i 7 e i 12 anni le vittime dell’attacco missilistico che ha colpito una scuola primaria femminile a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, provocando la morte di almeno 160 persone, in gran parte bambine. L’attacco era parte della più ampia offensiva israelo-americana contro l’Iran, ed è quindi evidente chi lo abbia ordinato. Tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) fa spallucce e afferma di non sapere l’origine dell’attacco mentre l’esercito israeliano (IDF) ha affermato di non essere a conoscenza di operazioni nell’area. Siamo alle solite, non è stato nessuno. Resta un dato oggettivo: l’istituto sorgeva a soli 600 metri da una base del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), già obiettivo in passato.
Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto Commissario Volker Türk, ha sottolineato l’orrore delle immagini circolanti sui social, pur precisando che non vi sono ancora elementi sufficienti per qualificare legalmente l’evento come crimine di guerra: le precauzioni abbondano quando si tratta dei “nostri” ma azioni analoghe, condotte dai russi su obiettivi civili ucraini, sono state (giustamente) chiamate con il loro nome. Crimini.
Il quadro giuridico: crimine o danno collaterale?
La tragedia di Minab potrà forse essere derubricata come “danno collaterale”. Tuttavia solleva questioni fondamentali riguardo al Diritto internazionale umanitario che non pone un divieto assoluto di colpire, ma un insieme di regole che impongono alle forze armate di operare secondo tre principi cardine:
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Distinzione: l’obbligo di separare sempre i combattenti dagli obiettivi civili. Scuole e ospedali godono di una protezione speciale; in caso di dubbio sulla natura di un edificio, la legge impone di presumere che sia civile.
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Necessità Militare: un attacco è giustificato solo se volto a ottenere un vantaggio tattico concreto. Una scuola può perdere la sua protezione solo se utilizzata attivamente per scopi militari (come deposito di armi o posto di comando), circostanza che non è emersa per il caso di Minab.
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Proporzionalità: se la scuola fosse stata colpita accidentalmente durante un attacco diretto alla vicina base IRGC, la legalità dell’azione dipenderebbe dal bilanciamento tra il vantaggio militare ottenuto e il “danno collaterale”. Se la morte di oltre 160 bambine fosse giudicata eccessiva rispetto all’obiettivo, si configurerebbe un crimine di guerra.
Ora, la morte di oltre 160 bambine è inevitabilmente eccessiva rispetto all’obiettivo, e quindi siamo di fronte a un crimine di guerra. Ecco perché nessuno se ne assume la responsabilità.
L’obbligo di precauzione
Infine, il diritto internazionale impone il principio della precauzione. I comandanti militari devono adottare ogni misura possibile per ridurre al minimo l’impatto sui civili: dalla scelta di armi a guida millimetrica alla tempistica dell’attacco (ad esempio operando in orari in cui le aule sono vuote). Precauzioni che, evidentemente, non sono state prese.
Doppio standard
L’aggressione israelo-americana all’Iran è ingiustificata e non provocata. Non sono parole a caso, ma la stessa formula (unjustified and unprovoked) in auge per mesi nei confronti del l’aggressione russa all’Ucraina. Sarebbe bello sentirla ripetere con la stessa ostinazione anche in questo caso. L’Iran stava negoziando con gli Stati Uniti. L’Iran non aveva e non avrebbe avuto l’arma nucleare. E, malgrado l’aperta ostilità, e la rete terroristica alle proprie dipendenze, il regime iraniano non rappresentava una minaccia diretta nei confronti di Washington e Tel-Aviv.
Se troviamo delle “ragioni” nell’aggressione ai suoi danni, ebbene allora anche il Cremlino aveva delle “ragioni”: la sicurezza nazionale, la difesa preventiva, lo sfruttamento delle risorse, il cambio di regime. Sono le stesse “ragioni” per due guerre condotte illegalmente, al di fuori del diritto internazionale. Se i russi lamentavano la presenza di truppe NATO e pericoli per la propria sicurezza, e per questo sono intervenuti con una guerra preventiva; gli israelo-americani paventavano pericoli atomici, armi nucleari, e la necessità di un attacco preventivo a tutela della propria sicurezza nazionale. Nel primo caso, l’abbiamo chiamata ipocrita vigliaccheria; nel secondo l’abbiamo chiamato “coraggio”.
Il coraggio di uccidere 160 bambine e fregarsene.
East Journal Quotidiano di politica internazionale