In Ungheria, a poche settimane dal voto, i due sfidanti Viktor Orbán e Péter Magyar duellano a colpi di scandali.
BUDAPEST – C’è un po’ di tutto nella campagna elettorale ungherese appena cominciata: camere di albergo come alcove sessuali, strutture wellness come location di riunioni ministeriali, giri di affari intorno a impianti industriali tossici, insulti alla locale comunità zingara.
L’anno scorso la stampa di opposizione Direkt36 aveva documentato la presenza nella contea di Fejér, tra la capitale e il lago Balaton, di una grande fattoria in cui pascolavano zebre ed altri animali esotici. Dotata di un ampio campo da golf, la tenuta si era rivelata di proprietà delle famiglie di Viktor Orbán e di Lőrinc Mészáros, l’uomo d’affari più ricco d’Ungheria e braccio destro del primo ministro.
Era solo l’inizio.
Le accuse reciproche
A poche settimane dal voto sembra che la sfida tra i due leader sia ormai chiaramente improntata sulla più bieca diffamazione. La pratica, tutta mafiosa se vogliamo guardare in casa nostra, tutta sovietic-style (il kompromat) se vogliamo dare la responsabilità ad altri, segue un registro ormai ben collaudato: l’avversario diventa il bersaglio di una operazione di discredito morale prima ancora che politico. Non vengono messi sotto esame né i programmi né gli obiettivi, piuttosto viene scatenata una firestorm personale (con annessi giudizi).
La diffamazione segue due registri standard: oltre al tema della corruzione, hanno un posto di primo piano gli scandali sessuali. Alle accuse di pedofilia e di abusi contro minori accolti in strutture statali (ampiamente documentati con testimonianze e immagini video), il governo ha risposto con la pubblicazione di una foto di una camera di albergo nella quale l’avversario Péter Magyar avrebbe trascorso una notte di sesso e droga. Alla foto si è aggiunta la minaccia di rendere pubblico l’intero video. Una mossa mal calibrata quella di Orbán, con Magyar che ha rimandato al mittente le accuse trattandosi di un incontro tra adulti consenzienti.
Gli errori di Orbán
È stato solo l’ultimo degli errori commessi da Orbán che, dalla primavera del 2024 con l’affare della grazia a due pedofili (che ha costretto alle dimissioni la presidente dell’Ungheria Novák), ha incassato una serie di passi falsi. Il tanto decantato rilancio dell’economia si è rivelato un bluff, con un incremento della produzione che nel 2025 ha raggiunto solo lo 0,3%. Sul fronte gas, poi, il governo non ha diversificato le fonti di approvvigionamento finendo in un pericoloso cul de sac da fine gennaio, quando le forniture all’Ungheria e alla Slovacchia sono state interrotte per danni all’oleodotto Druzhba. La risposta del ministro degli esteri e del commercio magiaro Szjjártó è stata perentoria: il veto ai soldi europei a Kiev fino a quando non riprendono i flussi e il dispiegamento dell’esercito a difesa degli impianti energetici nazionali. Il Pride lo scorso giugno e l’endorsement pubblico al candidato filorusso George Simion in Romania, poi uscito sconfitto da quelle elezioni presidenziali, chiudono un quadro non positivo per Orbán.
Per non parlare poi delle cadute di stile degli altri membri del governo. Il ministro dei trasporti János Lázár, in un incontro pubblico ha stigmatizzato la comunità zingara locale capace solo, a detta sua, di pulire i bagni dei treni in assenza di immigrati. Il ministro dell’economia nazionale Márton Nagy, in procinto di tenere una riunione ministeriale in una lussuosa spa austriaca, è stato costretto alla cancellazione dall’intrusione dei giornalisti di 444.hu. Non da ultimo lo scandalo sollevato da un’inchiesta di Telex.hu che ha visto coinvolto in prima persona di nuovo il ministro Szjjártó in un affare di mazzette e danni ambientali in impianto Samsung a Göd, a nord di Budapest.
Sembra che l’entourage di Orbán, in questo inizio di campagna elettorale, non si sia reso conto che l’opinione pubblica, complice un’agguerrita stampa di opposizione, sta prendendo coscienza del malaffare che regna nel paese e che l’esito delle prossime elezioni non sia così scontato per FiDeSz. La reazione è dunque scoordinata, polemica, volgare.
Orbán invece risponde con modi berlusconiani: una frenetica presenza mediatica nei canali comunicativi del governo, interviste radio-televisive, dichiarazioni stampa a margine di ogni evento nazionale e internazionale.
Il successo personale di Péter Magyar
Più giovane e altrettanto scaltro e determinato, Péter Magyar è riuscito nel tentativo che mai si era verificato negli ultimi 15 anni: convogliare su di sé l’opposizione a Orbán. Secondo l’ultimo sondaggio Medián, si apre la forbice tra i due candidati con Magyar che viaggia intorno ai 20 punti percentuali sopra Orbán, mentre gli altri partiti sono intorno al 2-5%.
Il successo è tutto personale non solo perché è un ex FideSz che conosce uomini e meccanismi del potere orbániano, ma soprattutto perché offre una politica di destra che non dispiace agli ungheresi e forse neanche ad alcuni leader della Ue. Nel programma del partito TiSza c’è il no agli immigrati e il sì all’amicizia con la Russia e al gas russo.
Magyar rappresenta un’immagine vincente: a metà dicembre, sui fatti degli abusi ai minori di Szölő utca, ha saputo organizzare una manifestazione di decine di migliaia di persone nel cuore del quartier generale di Orbán, il castello di Buda. E in merito all’ultimo video propaganda di FiDeSz (se TiSza vince, tuo padre sarà giustiziato al fronte – ha a Tisza nyer, fejbe lövik az apádat) ha risposto criticando il governo di aver superato ogni limite.
Cosa rimane ad Orbán
Orbán ha dalla sua il fatto di conoscere bene gli ungheresi che potrebbero cedere alla tentazione del voto sicuro e di andare a votare per non cambiare nulla.
In termini politici poi ci sono tre situazioni che potrebbero giocare a suo vantaggio.
Primo, l’aver modellato in questi sedici anni le regole del gioco. Il turno unico, il ridisegnamento delle circoscrizioni elettorali, gli ostacoli al voto per gli elettori residenti all’estero, il premio di maggioranza: sono strategie elettorali che gli hanno assicurato a lungo il governo del paese. Il suo avversario sarà in grado di sparigliare le carte e conquistare un numero di seggi tale da governare in autonomia?
Secondo, lo stato di emergenza in vigore da maggio 2022 e che permette a Orbán di governare attraverso decreti governativi straordinari a effetto immediato. Potrebbe farne uso in vista delle elezioni?
Terzo, i buoni rapporti con “quelli che contano”. L’adesione al Board of Peace di Trump e la recente visita di Rubio a Budapest rientrano in questo quadro. Ma con una grande incognita: in una politica mondiale sempre più aggressiva e violenta è facile finire nella fossa dei leoni.
Alla luce dei fatti il risultato delle prossime elezioni non è per nulla scontato.
Foto: Index.hu
East Journal Quotidiano di politica internazionale