attacco all'Iran

Attacco all’Iran, l’obiettivo è sostituire un regime con un altro

Ancora una volta si sono scatenati i mastini della guerra. Israele e Stati Uniti hanno lanciato un “attacco preventivo” contro l’Iran questa mattina. La farsa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, in corso a Ginevra in queste settimane, termina nel modo più tragico e prevedibile. Prevedibile, poiché mentre si fingeva di cercare un negoziato con Teheran, si muovevano le portaerei, si minacciavano ritorsioni, cercando il casus belli, l’occasione, la scusa per l’attacco. E se la scusa è il programma nucleare iraniano, che Donald Trump afferma di voler smantellare, la partita è in realtà più ampia: si tratta di mettere in ginocchio il regime iraniano, sempre più in difficoltà.

Un regime vulnerabile

Il regime degli ayatollah ha assistito a un rapido declino negli ultimi anni: dapprima, ha visto smantellata la propria rete di proxy (quell’Asse della Resistenza con cui Teheran portava avanti i propri obiettivi di influenza regionale, e che comprendeva  le milizie di Hamas in Palestina, quella di Hezbollah nel Libano, fino agli Houthi dello Yemen) e successivamente ha subito un attacco da parte di Israele e Stati Uniti già nell’aprile 2024. Infine sono venute le proteste a minare la stabilità interna di un regime ormai incapace di riformarsi. Proteste dovute alla grave situazione economica prontamente represse nel sangue, con migliaia di vittime civili.

L’inganno monarchico

Quella proteste sono state usate come giustificazione per un possibile intervento militare americano. Un intervento appoggiato dalla diaspora iraniana, largamente filo-monarchica, pronta a sventolare bandiere recanti il simbolo del leone con il sole nascente. Un simbolo che si è affermato come vessillo della protesta, almeno all’estero. Assai meno in Iran, dove sanno bene che quello è un simbolo monarchico e che il suo utilizzo ha un significato politico preciso: la restaurazione dello Shah, oggi possibile nella persona di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo sanguinario e criminale monarca iraniano che proprio la rivoluzione del 1978 ha cacciato. Il fatto che Steven Witkoff abbia recentemente incontrato Reza Pahlavi per conto di Donald Trump chiude il cerchio. Non a caso l’operazione militare israelo-americana si chiama: “il ruggito del leone”. Il leone dello Shah.

Se il regime degli ayatollah dovesse cadere, eccone un altro già pronto. Così gli americani potranno rimettere le mani sul petrolio iraniano, e Pahlavi potrà rimettere le mani sull’eredità, congelata dal padre in un trust svizzero. Soldi, soldi, soldi. Altro che amore di patria, altro che libertà per il popolo iraniano. Messe le mani sul bottino, il re-fantoccio si farà da parte e il Paese verrà spaccato in più parti, questo il piano: l’autonomia per il Kurdistan o il Balucistan saranno il modo in cui piegare per sempre “il leone” iraniano. Farne un tristo e muto vassallo. E in Occidente applaudiremo alla ritrovata democrazia.

Ma non è vero

Ma non è vero che gli iraniani vogliono essere “liberati” dalle bombe americane. Non è vero che la protesta iraniana veda in Reza Pahlavi il proprio leader. La società civile iraniana lo ha detto chiaramente, pubblicando diversi manifesti da parte di intellettuali, accademici, associazioni femministe: nessuno vuole la guerra, nessuno vuole una democrazia piovuta dal cielo. Questa nuova guerra è il male peggiore che la politica occidentale potesse produrre, perché la guerra genera povertà, sacrifica gli innocenti e alimenta nuova violenza. Ma anche perché esautora gli iraniani, li priva della possibilità di affrontare la crisi e offusca qualsiasi prospettiva di democrazia dal basso.

La soluzione per l’Iran non sono le salvifiche bombe americane, il cui scopo è sostituire un regime nemico con un regime amico, ma risiede nel cambiamento dall’interno, promosso dalla società. Una trasformazione che provenga da dentro e dal basso. Una rivoluzione, forse. La società iraniana aveva la forza per farlo ma, con la scusa di aiutarla, si è deciso di asservirla. Non stupitevi se nessuno, per la strade di Teheran sventolerà bandiere a stelle e strisce, e tantomeno israeliane. Non sarà odio per l’Occidente, né antisemitismo, ma la rivendicazione di un diritto: quello di decidere della propria storia, del proprio futuro.

immagine tratta da Vatican News, no credit.

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Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "La guerra di Indipendenza ucraina" (Morcelliana, 2025) e "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022). Tra le principali pubblicazioni in ambito giornalistico c'è "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022) e "Congo, maschere per una guerra" (Quintadicopertina editore, 2015). Dal 2023 è tra gli organizzatori di Estival, il festival dell'Europa centro-orientale di Trento.

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