L’Unione Europea si è spaccata di nuovo su energia e Ucraina, proprio mentre ricorre il quarto anniversario dell’invasione russa.
Un’altra crisi, un altro veto. Il piano operativo previsto da Bruxelles per la data simbolica del 24 febbraio si è infranto contro il solito muro eretto da Robert Fico e Viktor Orban. Al centro della crisi che ha bloccato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, con annesso prestito di 90 miliardi in favore di Kiev, ci sono il petrolio russo e il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba. Dopo un’ondata frenetica di notizie e di polemiche, cerchiamo di riavvolgere il nastro.
Le premesse
Per capire i fatti degli ultimi giorni e le ragioni degli attori coinvolti è necessario fissare alcuni punti; il primo riguarda senza dubbio i paesi al centro della scena. Ungheria e Slovacchia, come noto, sono carenti di risorse naturali e i loro governi restii a privarsi del petrolio russo, garantito a prezzo di favore. Da qui il mantenimento di cordiali relazioni con Mosca, l’ostilità verso REPowerEU, il piano comunitario di diversificazione energetica, e la decisione della Commissione Europea di concedere loro una deroga speciale sulle forniture di greggio.
L’oleodotto Druzhba (dal russo “oleodotto dell’amicizia“), bloccato ormai da settimane, è la conduttura più lunga del mondo, con oltre 4000 chilometri di tubature e svariate ramificazioni sul continente. Fu costruito nella prima metà degli anni Sessanta a partire dalla cittadina di Almetyevsk, in Tatarstan, con l’obiettivo di portare il petrolio del Volga e della Siberia dall’Unione Sovietica a tutti gli alleati del patto di Varsavia. Dopo l’invasione dell’Ucraina il suo funzionamento si è ridotto del 65%, la sezione settentrionale che riforniva Germania, Polonia e paesi baltici è infatti inutilizzata, ma rimane attiva quella meridionale diretta su Slovacchia, Cechia e Ungheria.
Ultimo fattore alla base dell’impasse sono i meccanismi decisionali delle istituzioni europee, limitati dalla costante ricerca del compromesso. Se in passato alcuni ostacoli sono stati aggirati grazie a soluzioni creative (astensioni, deroghe, maggioranze qualificate), il caso specifico del prestito all’Ucraina richiede tassativamente l’unanimità, in quanto modificherebbe il piano finanziario dell’unione già concordato per il periodo 2021-2027.
L’apice della crisi
Arriviamo quindi allo scorso 27 gennaio e al casus belli che ha avviato l’escalation. Un attacco di droni russi nella parte occidentale dell’Ucraina ha coinvolto l’oleodotto Druzhba, mettendolo fuori uso; Budapest e Bratislava hanno visto così le forniture di petrolio interrompersi di colpo, con tutte le difficoltà del caso. Le settimane seguenti sono state un crescendo di diffidenza e di veleni: da una parte Fico e Orban accusavano Zelensky di ritardare le riparazioni per fare pressione sui loro paesi, dall’altra il presidente ucraino negava e puntava il dito sulla loro malcelata complicità con Vladimir Putin.
Il 18 febbraio il premier slovacco ha dichiarato lo stato di emergenza energetica, sbloccando 250.000 tonnellate di petrolio dalle riserve nazionali; lo ha seguito a ruota il governo ungherese, interrompendo contestualmente le forniture di gasolio a Kiev come forma di ritorsione. Bruxelles, presa tra due fuochi, ha subito convocato una riunione di emergenza, un tentativo disperato di rimettere insieme i cocci in tempo per l’anniversario del 24. A quel punto lo strappo decisivo di Fico che ha lanciato un ultimatum con la stessa scadenza, minacciando di tagliare le forniture di elettricità all’Ucraina in caso di mancata riattivazione dell’oleodotto, un ricatto ad un paese già messo in ginocchio da un inverno gelido e dai ripetuti attacchi alle proprie infrastrutture strategiche.
Giunti infine alla data chiave, il colpo di grazia sulla spedizione a kiev delle alte cariche dell’Unione Europea, arrivate al cospetto di Zelensky a mani vuote, lo ha dato Orban. Il suo veto sulle sanzioni alla Russia e sul prestito all’Ucraina non è solo volto alla tutela degli interessi energetici ungheresi, ma rientra anche in una campagna elettorale interna già infuocata, a poche settimane dal voto decisivo del 12 aprile.
Quali vie d’uscita?
Le conseguenze della crisi sono facili da immaginare. Druzhba non è ripartito e Fico ha mantenuto la promessa; la compagnia elettrica nazionale SEPS ha interrotto l’erogazione di emergenza in favore dell’omologa ucraina Ukrenergo. Il Primo Ministro ha spiegato in un comunicato di avere informazioni certe sul funzionamento dell’oleodotto, e quindi sulle intenzioni ostili del governo di Kiev, ma si è detto pronto a fare un passo indietro non appena il flusso di greggio verrà ripristinato. Zelensky dal canto suo si è subito mosso alla ricerca di nuovi partner energetici, Polonia e Romania su tutte.
Sugli altri fronti aperti le soluzioni latitano, mentre dubbi e polemiche si moltiplicano. Von Der Leyen ha promesso al presidente ucraino che i 90 miliardi verranno consegnati presto, ma senza chiarire come verrà sbloccato lo stallo all’interno dell’unione. Ungheria e Croazia invece trattano l’utilizzo temporaneo dell’oleodotto Adria e si dividono; Budapest vorrebbe continuare ricevere il più economico petrolio russo, Zagabria è disposta a collaborare ma a patto di mantenere i propri fornitori. Tante piccole contese, un grande denominatore comune: dopo quattro anni di guerra l’Europa si è mostrata logora e debole come mai prima.
Foto tratta dal profilo FB di Robert Fico